BACK
PAST Exhibitions
j&peg, santissimi, ahmad nejad

3 Solo Show
From 10.09.2011 to 09.11.2011

Ahmad Nejad – in memoria
in memoria
2011
mixed media
126 x 116 x 140 cm
Ahmad Nejad – marcher sur l’eau
marcher sur l'eau
2011
mixed media
118 x 4 x 139 cm
j&peg – caso 07-852
caso 07-852
2011
photo, acrylic on pvc
180 x 140 cm
j&peg – caso 03-852
caso 03-852
2011
photo, acrylic on pvc
180 x 140 cm
j&peg – caso 06-852
caso 06-852
2011
photo, acrylic on pvc
180 x 140 cm
Ahmad Nejad – quello spirito guerrier ch’entro mi rugge
quello spirito guerrier ch'entro mi rugge
2011
mixed media
100 x 92 x 100 cm
j&peg – caso 04-852
caso 04-852
2011
photo, acrylic on pvc
170 x 250 cm
Ahmad Nejad – rear window
rear window
2011
mixed media
115 x 148 x 11 cm
Santissimi – Je suis mon fils, mon père, ma mère et moi
Je suis mon fils, mon père, ma mère et moi
2011
silicone, plastic
130 x 170 x 50 cm
Santissimi – Natural History Ambra Lactis n. 2
Natural History Ambra Lactis n. 2
2011
silicone, resin
25 x 21 x 30 cm
1/7 + 3 A.P.
Santissimi – Natural History Ambra n. 1
Natural History Ambra n. 1
2011
silicone, resin
36 x 16 x 14 cm
3/7 + 3 A.P
Santissimi – Natural History Ambra n. 2
Natural History Ambra n. 2
2011
silicone, resin
13 x 22 x 48 cm
1/7 + 3 A.P.
Santissimi – Natural History Ambra n. 3
Natural History Ambra n. 3
2011
silicone, resin
18 x 35 x 42 cm
1/7 + 3 A.P.
j&peg – caso 05-852
caso 05-852
2011
photo, acrylic on pvc
180 x 140 cm
Santissimi – Natural History Ambra n. 4
Natural History Ambra n. 4
2011
silicone, resin
14 x 44 x 21 cm
1/7 + 3 A.P.

Gagliardi Art System è lieta di presentare per la prima volta a Torino la ricerca di tre giovani artisti: J&PEG e Ahmad Nejad, i Santissimi che realizzano, per questa occasione, progetti specifici e articolati per lo spazio di Via Cervino 16.

J&PEG Caso Comune J&PEG (Antonio Managò e Simone Zecubi) presentano Caso Comune, progetto artistico di a cura di Alberto Mugnaini. Verranno esposte opere di grande formato espressamente realizzate per l’occasione, consistenti in fotografie digitali e pittura acrilica su PVC montato su telaio. La realizzazione fotografico-pittorica rappresenta la fase finale di un processo che vede i due artisti impegnati in una vera e propria perfomance, durante la quale essi stessi, coadiuvati o meno da altri attori, impersonano i soggetti dei loro lavori. L’arte plastica dei J&PEG consiste nel ricercare la cifra visiva, il geroglifico simbolico del nostro vivere attuale. La perdita d’identità che esprime è quella di un’identità stereotipata, l’angoscia che pervade queste immagini è l’ansia del soggetto reificato che si mette in scena e dà vita a un teatro di crisalidi in cui esso stesso si fonde alle cose. Queste sagome che fanno una sola massa con i loro bagagli, statuarie e metafisiche, sono i prodotti di una umanità che si trova tanto più nuda in quanto spogliata da una degenerazione della carne. Ahmad Neiad Ricordo, dunque creo In occasione della mostra l’artista, originario di una piccola città del nord dell’Iran, vicina al Mar Caspio, presenta per la prima volta alcune installazioni nate da un recente progetto ispirato al tema della memoria. Tale progetto si basa sulla sperimentazione di un “dialogo” fra diversi tipi di linguaggi e di supporti, e sulla relazione attiva che si crea con il pubblico. A livello individuale, la memoria è tutto ciò che noi pensiamo di trattenere del passato nella nostra sfera interiore. Un passato che noi riscriviamo costantemente, censurando, dimenticando, rimescolando, contrapponendo. Siamo sicuri di poter affermare che la memoria è il ricordo del passato? Le installazioni che l’artista propone in questa mostra offrono vari spunti di riflessione. Immagini di video proiettate o trasmesse su schermi, tele libere, quadri, fotografie, oggetti inseriti in cornici differenti si affiancano, si sovrappongono, si contrappongono, si nascondono, si scorgono. In una delle installazioni in mostra, anche gli spettatori diventano parte dell’opera, essendo invitati ad intervenire nella proiezione e dunque ad incarnare la variabile cruciale della rielaborazione costante della memoria: quella dell’hic et nunc, del qui e adesso. I diversi supporti ed il contrasto, che talvolta si crea fra di loro, costituisce, nello stesso tempo, un elemento di tensione ed un segno dell’irrinunciabile continuità fra le due dimensioni. Gli schermi rappresentano la modernità attraverso uno dei suoi elementi più caratterizzanti: un mondo virtuale che ha preso il sopravvento su quello cosiddetto reale. I Santissimi Nomen Omen I Santissimi nel nome di Sara Renzetti & Antonello Serra, è un collettivo artistico che lavora al servizio dell’arte contemporanea. L’opera dei Santissimi guarda all’arte come ad una macchina operativa attraverso la quale si esprimono le forme, più o meno complici, della conoscenza, che si rappresentano nella definizione di “empirismo filosofico nell’arte”. Compiere un’operazione del pensiero, tradurre in termini visivi, linguistici e concettuali quel che della scienza e della filosofia si nasconde dietro le sagome del sapere. Manifestarsi attraverso il segno della rivelazione, identificare l’agire con l’essere agiti, sono i processi presenti nell’opera dei Santissimi, che in questa occasione presentano le opere “Natural History” e “Je suis mon fils, mon père, ma mère et moi” sotto la locuzione di “Nomen Omen”.

————

Gagliardi Art System is pleased to present, for the first time in Turin, the research of three young artists: J&PEG, Ahmad Nejad, and i Santissimi.

For the occasion, they will create specific, well-structured projects, especially designed for the spaces of Via Cervino 16. J&PEG Caso Comune J&PEG (Antonio Managò and Simone Zecubi) present Caso Comune (Common Case), an art project curated by Alberto Mugnaini. On exhibit are large-format works, especially created for this exhibition. They consist in digital photography and acrylic painting on PVC mounted on canvas. The photo-painting production technique of the work is actually the final stage of a process, in which J&PEG engaged in a true performance. During this performance the artists themselves, sometimes helped by other actors, embody the subjects of their works. The plastic art of J&PEG consists in a search for the visual code, the symbolic hieroglyph of our current living. The loss of identity it expresses refers to a stereotyped identity, and the anxiety that pervades these images is the anxiety of objectified subjects who stage themselves, giving birth to a theater of chrysalises: here, theater itself blends with things. These silhouettes, forming a single mass with their luggage – statuesque and metaphysical, are the products of a humanity that finds itself all the more naked as it is stripped bare by a degeneration of the flesh. Ahmad Neiad Ricordo, dunque creo (I remember, therefore I create) The artist, who comes from a small town in Northern Iran, close to the Caspian Sea, is presenting a premiere of his installations especially for this exhibition. The works are the product of a recent project inspired by the theme of memory. The project focuses on an experimental ‘dialogue’ between different languages and supports, and on the active reaction this dialogue causes in the public. Individually, memory is all we think we can retain from the past, in our inner sphere. This past we constantly rewrite – censoring, forgetting, reshuffling, and contrasting. Can we state with certainty that memory means remembering the past? The installations presented by the artist in this exhibition provide much food for thought. Video images, projected or broadcast on screens, freestanding canvases, paintings, photographs, objects inserted in different frames flank each other, overlap, contrast, hide, and peek at each other. In one of the installations exhibited, the spectators themselves become part of the work: they are invited to intervene in the projection, and therefore to embody the crucial variable in the constant reworking of memory: the hic et nunc, here and now. The different supports and the contrast, which sometimes arises between them, also build an element of tension, and are a sign of the essential continuity between the two levels. The schemes represent modernity through one of its most defining elements: a virtual world that has taken over the so-called real world. I Santissimi Nomen Omen I Santissimi are Sara Renzetti & Antonello Serra, an artist collective who work in the service of contemporary art. The work of Santissimi looks at art as an operative machine, through which more or less kindred forms of knowledge can express themselves, and are epitomized in the definition ‘philosophical empiricism in art’. It is about carrying out a thought operation, translating into visual, linguistic and conceptual terms the things that, in science and philosophy, hide behind the silhouettes of knowledge. Manifestation through the sign of revelation, identifying acting with being acted upon – these are the processes reflected in the works of Santissimi, who, on this occasion, are presenting the works “Natural History” and “Je suis mon fils, mon père, ma mère et moi” (I am my son, father, mother and myself) under the expression “Nomen Omen” (the destiny in the name).

[CASO COMUNE]

Nell’arte praticata da Antonio Managò e Simone Zecubi, ovvero J&PEG, la realizzazione fotografico-pittorica rappresenta la fase finale di un processo che vede i due artisti impegnati in una vera e propria performance, durante la quale essi stessi, coadiuvati o meno da altri attori, impersonano i soggetti dei loro lavori. Le figure, emergenti da un fondo nero, si presentano come identità in cammino: scolpite e quasi congelate dalla luce, si trovano inguainate in un rivestimento che, nel momento stesso in cui ne vela i lineamenti e ne imprigiona i gesti, ne svela aspetti nascosti, come una superficie che scavi nel profondo dei loro esseri. Sono immagini di migranti, soste di profughi in viaggio, niente più che schegge dell’immaginario mediatico quotidiano. Ma ecco che qui, avviluppate in una pellicola fremente sotto la luce, queste immagini si essenzializzano in una cifra depurata, come sotto una veste che, paradossalmente, denudi e sveli la cristallografia segreta del loro transitare. L’arte plastica dei J&PEG consiste nel ricercare la cifra visiva, il geroglifico simbolico del nostro vivere attuale. La perdita d’identità che esprime è quella di un’identità stereotipata, l’angoscia che pervade queste immagini è l’ansia del soggetto reificato che si mette in scena e dà vita a un teatro di crisalidi in cui esso stesso si fonde alle cose. La posa fotografica diventa sosta di attraversamento, pausa di tragitto, istante congelato di un transitare che è attributo che accomuna, messa in forma del divenire nell’occhio di ciclone della contemporaneità. Che cosa significa reinterpretare questi clichés visivi, impersonare questi brandelli di mediascape, calarsi talmente nei panni di qualcuno da restarci invischiati e come sigillati? Si tratta di immagini comuni, appunto, condivise da così larga porzione di umanità, e talmente ripetute e rispecchiate, da perdere ogni connotato di singolarità. Da diventare anzi, sotto certi aspetti, invisibili, secondo il perverso meccanismo di quella visibilità talmente saturata che secondo Paul Virilio finisce per tradursi in un’arte dell’accecamento. Perché dunque s’impone l’esigenza di montare un set fotografico e rimettere in circolo questi fotogrammi in perenne sordina, silenziati e inflazionati? Il viaggio, il vagabondaggio, la traversata si sono spogliati di ogni residuo appeal romantico, sono diventati, oltre che caso comune, luogo comune della visione; e i loro travagliati protagonisti nient’altro che destinatari di indifferenza. Ritualizzare le loro posture, mettere in posa tali spossamenti e spossessamenti corporali, ricollegarli a una durata e a un possesso può allora significare la volontà di dare una scossa a questo accumulo di abitudine, a questa paralisi di senso. Potrebbe essere un modo per sbloccare e far detonare le potenzialità affondate in quello che S. M. Ejzenstejn chiamava “l’indifferente ordine delle cose”. L’opera ci impone di prendere le distanze dalla realtà documentaria, ci suggeriva il grande cineasta, di aprire le immagini al pathos e all’estasi, per cui gli attori avrebbero dovuto farsi vivente lettera di sentimenti extra-ordinari, farsi specchio di una sorta di trasfigurazione ipersignificante. Il procedimento di J&PEG a prima vista va nella direzione opposta: ben consapevoli che il pathos e le pose tragiche sono state talmente corrosi dal tarlo del loro perenne sbandieramento da precipitare nella dimensione dell’impercepito, nel letargo emozionale e nell’anestesia dei sentimenti, la loro strategia di attacco all’indifferenza e all’inerzia della visione “accecata” consiste, per contro, nel patinare e pellicolare queste immagini di ordinario malessere, chiuderle nel packaging dei loro stessi gesti, corazzarle nell’effluvio stratificato di tutto il bagaglio di stanchezza che esse si trascinano dietro, insieme a bauli e valige. In un certo senso è come accecare l’accecamento. Indistinguibili dalle loro protuberanze di oggetti e pacchi, a cui sono accorpati e fusi in un’unica escrescenza, si direbbe che queste sagome facciano bagaglio di sé, che si calino e si calzino in una dimensione meramente accessoriale. Negli attenti contro-stazionamenti di tale performatività “placentaria”, la struttura dei gesti e delle pose viene accuratamente mantenuta dagli attori. Ne risultano anzi magnificate la filigrana plastica, la grana ossea. E’ la circolazione umorale dei corpi ciò che si perde. E’ l’incarnato, è l’alfabeto dello sguardo, sono le evidenze fisiognomiche a volatilizzarsi: i tratti umani sono come insettificati, ritratti nel vuoto guscio dei loro simulacri, feticci di se stessi. I perfomers si calano non solo nei panni dei loro personaggi, ma addirittura si insinuano sotto la loro pelle, dando vita appunto a tappezzerie umanoidi in cui i panni non sono più distinguibili dalla pelle. Questi personaggi sono colti nella loro esclusione dalla viva carne del mondo, quasi portassero indosso anche le patine inspessite dell’indifferenza o del sospetto, il pigro tegumento dei nostri sguardi. Resi estranei al trasparente interfacciarsi delle occhiate – come panneggiato il vivo specchio del cuore, e bendate, per dir così, le finestre dell’anima – questi ricettacoli di ordinaria incomunicazione non mancano tuttavia, alla fine del loro vagabondare di corpi, al culmine del loro stazionare di simulacri, di accogliere un puro raggio di catarsi. Vediamo infatti che questi fagotti scolpiti, questi involucri di perplessità, questi manichini dell’attesa e del fare tappa, nel momento in cui dichiarano la loro disincarnazione, si trovano al tempo stesso rastremati in pose eburnee da una luce di grazia, si alonano di una radianza e di un’estasi che sembrava loro preventivamente negata sulla rotta degli sguardi e dei trasudamenti umorali e che recuperano invece nella compiutezza plastica, nel risplendere di selenitico nitore. Aureolati di una luce mineralizzata, alabastrina, ecco che si depurano di ogni gromma di calendario e di gazzetta, in un alone netto di qualsiasi contingenza mediatica o tele-giornalistica. Acquistano una lucentezza archetipica, una compiutezza plastica che li trascende in una dimensione altra, in una statuaria sovratemporale, in una “classicità” in cui l’aggettivo comune si ricarica di perduti sapori etimologici, di concordi condivisioni di senso: quasi che, spossessandosi della carne, le figure ritrovassero una loro aura scultorea, una consistenza non meramente fenomenica, un carattere da fregio di timpano o frontone di tempio, una concisione di emblema. Ammantati di una quotidianità eroica, rivivono in esse i sogni di antiche umbrae silentes. E chissà che non risiedano proprio in questi sogni i percorsi cifrati della nostra contemporaneità

Alberto Mugnaini

_________________

RICORDO, DUNQUE CREO

Quando, studente all’Accademia di Belle Arti di Teheran, Nejad realizzò la sua tesi sugli affreschi murali dei monumenti religiosi del nord dell’Iran, qualcosa di molto importante si produsse nel suo percorso artistico, qualcosa destinato a segnare profondamente la sua ricerca creativa: la fascinazione nei confronti della coesistenza del molteplice nel singolo istante di vita. Quegli antichi muri mostravano un processo interessante: numerosi affreschi di epoche diverse erano stati sovrapposti nel tempo, gli uni dovendo cancellare, teoricamente, i precedenti. In realtà, quei muri conservavano intera la memoria del loro lungo passato e quella memoria era costituita da pezzi di immagini, macchie di colore e di umidità, figure frammentarie che emergevano le une accanto alle altre, in una produzione potenzialmente inesauribile di forme che l’osservatore vi poteva scoprire. Riflesso di un aspetto cruciale della vita umana e delle sue dinamiche interattive fra conscio ed inconscio, tale meccanismo rivelava un ulteriore risvolto del fenomeno della “persistenza della memoria”: l’esistenza di infiniti passati possibili nell’istante presente e, dunque, la coesistenza potenziale di infiniti presenti e futuri possibili. In questo modo la sperimentazione di vari codici che consentissero, non solo di rappresentare, ma anche di scandagliare il fenomeno delle interazioni delle immagini nel tessuto interiore dell’esistenza umana, divenne il filo conduttore principale del lavoro artistico di Nejad. In occasione di questa mostra alla galleria Gas, l’artista presenta per la prima volta delle installazioni nate da un recente progetto, ispirato al tema della memoria. Tale progetto si basa, tra l’altro, sulla sperimentazione di un “dialogo” fra diversi tipi di linguaggi e di supporti, oltre che sulla relazione attiva che si crea, soprattutto in una delle installazioni presenti, con il pubblico. Il punto di partenza è costituito da una serie di domande sul funzionamento della facoltà che siamo soliti chiamare memoria. A livello individuale, la memoria è tutto ciò che noi pensiamo di trattenere del passato nella nostra sfera interiore. Un passato che noi riscriviamo costantemente, censurando, dimenticando, rimescolando, contrapponendo. Siamo sicuri di poter affermare che la memoria è il ricordo del passato? Non sarebbe forse meglio affermare che la memoria è un’attività creativa molto simile a quella dell’invenzione artistica, narrativa o, addirittura, scientifica? A questo proposito, ci sono altre domande che vengono proposte. Quando diciamo di voler ricordare, di voler “ripescare qualcosa” nel repertorio di immagini registrate che chiamiamo memoria, siamo noi i protagonisti di tale operazione? O non è piuttosto questo stesso “elaboratore di immagini”che si impone, dato che non ci è praticamente possibile decidere di spegnerlo o di disattivarlo? Le installazioni che l’artista propone in questa mostra offrono vari spunti di riflessione su questi interrogativi. Immagini di video proiettate o trasmesse su schermi, tele libere, quadri, fotografie, oggetti inseriti in cornici differenti si affiancano, si sovrappongono, si contrappongono, si nascondono, si scorgono. In una di queste installazioni, anche gli spettatori diventano parte dell’opera, essendo invitati ad intervenire nella proiezione e dunque ad incarnare la variabile cruciale della rielaborazione costante della memoria: quella dell’hic et nunc, del qui e adesso. Un altro livello di indagine proposto dalle installazioni riguarda il rapporto che intercorre, soprattutto nella dimensione culturale-artistica della memoria, tra tradizione e modernità. Tra queste due categorie si pongono in essere vari tipi di tensioni. Contrasto, rottura, rifiuto. Ma anche continuità. In queste installazioni, i diversi supporti, i diversi materiali ed il contrasto che talvolta si crea fra di loro costituisce, nello stesso tempo, un elemento di tensione ed un segno dell’irrinunciabile continuità fra le due dimensioni. Gli schermi rappresentano la modernità attraverso uno dei suoi elementi più caratterizzanti: la realtà virtuale. Cinema, televisione, computer sono i segni di un mondo virtuale che ha preso il sopravvento su quello cosiddetto reale. D’altra parte gli stessi bambini, protagonisti di uno dei video presentati, sottolineano questo aspetto. I bambini sono l’oggi, anzi il domani, e sono infatti pienamente immersi nella virtualità. Essi corrono sull’acqua che non è l’acqua di un mare o di un fiume veri, in cui ci si possa bagnare, ma il prodotto di una proiezione. Infatti, essi inseguono non dei veri pesci bensì delle immagini proiettate. Le tele libere dipinte, la carta con la calligrafia, gli oggetti di cartone rappresentano, invece, la tradizione, il passato, ciò che appartiene allo spazio mentale del “c’era una volta”. Questi oggetti, con il loro appartenere al mondo materiale e rinviandoci a ricordi di un arte più “classica”, si pongono in una contrapposizione che però non può che integrarsi ed essere integrata nell’installazione. Un ulteriore elemento di riflessione proposto da una delle installazioni riguarda la possibilità di curare le immagini della memoria, di guarirle. Ognuno di noi conserva delle immagini troppo forti per la propria capacità di sopportazione e spesso esse rimangono impigliate in qualche zona dell’interiorità senza poter nemmeno trasformarsi. Curare queste immagini può essere, in alcuni casi, la via per permettere una nuova dinamica interiore, una nuova possibilità di continuare a plasmare, attraverso la rielaborazione del passato, il futuro. E’ per questo che su alcuni schermi feriti sono inserite delle bende o dei cerotti. Come il pubblico potrà notare, gli schermi che trasmettono in loop i video sono quasi tutti per terra o su un basamento non molto alto e, spesso, sono posizionati orizzontalmente. Questa scelta ha lo scopo di presentare gli schermi in un’angolatura differente, rispetto a quella che essi hanno solitamente nella nostra vita di tutti i giorni. Cinema, televisioni e computer sono sempre di fronte a noi e ci guardano come in un rapporto paritario, quando non addirittura superiore. In questo caso, è l’osservatore che deve abbassare il capo per guardarli e per scoprirli sdraiati, nella posizione di chi sta, forse, per addormentarsi. E’ possibile scoprire una nuova dimensione dell’essere facendo addormentare la memoria? In qualche modo, queste installazioni hanno un po’ il ruolo dei vecchi muri affrescati: esse costituiscono degli specchi per ogni visitatore e, forse, un’occasione per meditare su questo movimento vertiginoso di immagini che chiamiamo esistenza.

Emanuela Grosso

___________________

NOMEN OMEN

Santissimi nel nome di Sara Renzetti & Antonello Serra, è un collettivo artistico che lavora al servizio dell’arte contemporanea. L’opera dei Santissimi guarda all’arte come ad una macchina operativa attraverso la quale si esprimono le forme, più o meno complici, della conoscenza, che si rappresentano nella definizione di “empirismo filosofico nell’arte”. Compiere un operazione del pensiero, tradurre in termini visivi, linguistici e concettuali quel che della scienza e della filosofia si nasconde dietro le sagome del sapere. Manifestarsi attraverso il segno della rivelazione, identificare l’agire con l’essere agiti, sono i processi presenti nell’opera dei Santissimi che, nella fattispecie, presentano le opere “Natural History” e “Je suis mon fils, mon père, ma mère et moi” sotto la locuzione di “Nomen Omen”.

———

[CASO COMUNE]

[COMMON CASE]

In the art of Antonio Managò and Simone Zecubi, aka J&PEG, the photo-painted result is the final stage of a process, in which the two artists engage in a true performance. During this performance, the artists themselves, sometimes helped by other actors, embody the subjects of their works. The figures, emerging from a black background, appear like identities in transit: sculpted and almost frozen by light, they find themselves enveloped in a jacket that, while revealing their features and imprisoning their gestures, also unveils hidden aspects of them, like a surface that digs deep into their essence. They are images of migrants, refugees taking a break on the road, nothing more than splinters of everyday media imagination. And yet, wrapped in a film that trembles under the light, these images become essential, they turn into a purified code, as if they were covered by a dress, which paradoxically exposes and unveils the secret crystallography of their being in transit. The plastic art of J&PEG consists in a search for the visual code, the symbolic hieroglyph of our current living. The loss of identity it expresses refers to a stereotyped identity, and the anxiety that pervades these images is the anxiety of objectified subjects, who stage their own selves, giving birth to a theater of chrysalises: here, theater itself blends with things. The photographic pose becomes a break along a crossing path, a pause during a trip, a frozen moment in a unifying transit, which gives a shape to the flow of being in the eye-of-the-storm of the contemporary world. What does it mean to reread these visual cliches, to embody these shreds of mediascape, to immerse oneself so deeply in someone’s identity as to get tangled up, almost sealed up, in it? What we see are indeed common images, shared by such a large portion of humanity, repeated and mirrored so many times, that they lose all connotations of individuality. They even become, in certain respects, invisible, following the perverse mechanism of a visibility so saturated that, according to Paul Virilio, it finally translates into an art of blinding. Why then does one feel the need to mount a photographic set and tap again into these perpetually muted, devalued frames? The journey, the wandering, the passage, have been stripped of even the last flicker of romance, they have become not only a common case, but a common place of vision. As for their tormented protagonists, they are nothing more than the addressees of indifference. Ritualizing their postures, then, modeling such exhaustion and dispossession of their bodies, and linking them back to duration and possession, can signify a will to rock the boat of this accumulated habit, this paralysis of meaning. It could be a way to unblock and burst the potential drowned in what S. M. Eisenstein referred to as “the indifferent order of things”. The work of art commands us to distance ourselves from documentary reality – suggested the great filmmaker -, to open up the image to pathos and ecstasy. Thus actors would have to become the living letters of extra-ordinary feelings, mirrors of a sort of hyper-significant transformation. The procedure of J&PEG apparently goes in the opposite direction: being aware that pathos and tragic poses have been corroded by the rust of their perennial ostentation, to the point of falling into the sphere of the unperceived, into the emotional lethargy and anesthesia of feelings, their strategy for attacking the indifference and inertia of the ‘blinded vision’ consists, indeed, in wrapping these images of ordinary unease in patinas and films, closing them into the packaging of their own gestures, hardening them into the layered effluvium that emanates from the whole baggage of tiredness they carry with them, along with trunks and suitcases. Somehow it is like blinding a blind spot. Indistinguishable from the protuberances of the objects and packages they are unified with, blending into a single bulge – one would say that these silhouettes turn themselves into baggages, plunging, and fitting, into a merely accessorial dimension. In the accurate counter-positioning of this ‘placental’ performing quality, actors carefully adhere to the structure of gestures and poses. The result is a magnification of their plastic filigree, of their bone texture. What is lost is the humoral circulation of bodies – the complexion, the alphabet of look, the physiognomic evidence evaporate: the human traits are like turned into insects, portrayed in the hollow shells of their simulacra, the fetishes of themselves. The performers not only get inside the personality of their characters, they even slip under their skin, actually giving life to humanoid tapestries, where fabric and skin can no longer be told apart. These characters are captured in the moment when they are excluded from the living flesh of the world, almost as if they, too, wore the thickened patinas of indifference or suspicion, the lazy seed-coat of our looks. Made alien to the transparent interfacing of glances – as if the living mirror of the heart were draped, and the windows of the soul armored, as it were -, these receptacles of ordinary communication, however, are sure to welcome a pure ray of catharsis at the end of their wandering as bodies, at the peak of their standstill as simulacra. We actually see these sculpted bundles, these wrappings of perplexity, these mannequins of waiting and stopping off, in the moment when they declare their dis-embodiment, and at the same time find themselves tapered into ivory poses by a light of grace, as a halo of radiance and ecstasy forms around them, the ecstasy that seemed to be preemptively denied to them along the route of looks and humoral oozing – instead, they recapture it in their plastic completeness, in the shining of their selenite clarity. Haloed with a mineralized, alabaster-like light, they are now purified from the last crust of calendar and gazette, as their halo is freed from all media or tele-journalism contingency. They acquire an archetypal shine, a plastic fullness that transcends them, projecting them into an other dimension, into a supratemporal statuary, a ‘classicism’ in which the adjective common regains its lost etymological flavor of a concordant sharing of meaning – as if, by giving up the possession of flesh, the figures could regain their sculptural aura, a substance that is not merely phenomenal, the quality of a frieze on a temple tympanum or gable, an emblem-like concision. Cloaked in a heroic everyday, the dream of the ancient umbrae silentes, the silent shadows, lives again in them. And who knows, maybe the coded paths of our contemporary reality are to be found just in these dreams.

Alberto Mugnaini
________________

I REMEMBER, THEREFORE I CREATE

When, as a student at the Academy of Fine Arts of Teheran, Nejad wrote his thesis about the mural frescoes on religious monuments in Northern Iran, something very important happened in his artistic journey, something that was destined to leave a deep mark on his creative research: his fascination with the coexistence of multiplicity in a single moment of life. Those ancient walls showed an interesting process: many frescoes from different ages had been superimposed over time, whereby the last should have erased, at least theoretically, the previous ones. In fact, those walls preserved the whole memory of their long past, made of pieces of images, patches of color and dampness, fragmentary figures that emerged next to each other, in a potentially inexhaustible production of forms, which the spectator could discover. Reflecting a crucial aspect of human life and its interactive mechanisms poised between consciousness and unconscious, such a process reveals a further implication for the ‘persistence of memory’ phenomenon: the existence of infinite possible pasts in the present moment, and hence the potential coexistence of infinite possible presents and futures. Thus the experimentation with various codes that would allow, not just to represent, but also to fathom, the phenomenon of image interaction in the inner fabric of existence, became the main leitmotiv in Nejad’s work as an artist. For this exhibition at the Gas gallery, the artist is presenting, for the first time, two installations that are the product of a recent project, inspired by the theme of memory. The project focuses on an experimental ‘dialogue’ between different languages and supports, and on the active reaction this dialogue causes in the public. The starting point is provided by a series of questions on the functioning of the faculty we are used to call memory. Individually, memory is all we think we can retain from the past, in our inner sphere. This past we constantly rewrite – censoring, forgetting, reshuffling, and contrasting. Can we state with certainty that memory means remembering the past? Wouldn’t it be fairer to say that memory is a creative activity, very similar to artistic, narrative, or even scientific invention? Further questions regarding this topic are: when we say we want to remember, to ‘fish something back’ from the repertory of recorded images we call memory, are we really the protagonists of this operation? Or rather, can it be that it is the ‘image processor’ that takes us over, since it is practically impossible for us to choose to switch it off or deactivate it? The installations the artist presents in this exhibition provide much food for thought about these topics. Video images, projected or broadcast on screens, freestanding canvases, paintings, photographs, objects inserted in different frames flank each other, overlap, contrast, hide, and peek at each other. In one of the installations exhibited, the spectators themselves become part of the work: they are invited to intervene in the projection, and therefore to embody the crucial variable in the constant reworking of memory: the hic et nunc, here and now. Another level of investigation suggested by the installations has to do with the relationship between tradition and modernity, especially in the cultural-artistic dimension of memory. Between these two categories, different types of tensions build up – contrast, break, repulsion, but also continuity. The different types of support and the contrast, which sometimes arises between them, also build an element of tension, and are a sign of the essential continuity between the two levels. The screens represent modernity through one of its most defining elements: a virtual world that has taken over the so-called real world. This is also emphasized by the children, who are the protagonists of one of the videos presented. Children represent today, indeed tomorrow, and their lives are fully immersed in virtuality. They glide across water that is not the real water of a sea or river, where you can bathe, but is the result of a projection. Actually, what they try to catch is not real fish, but projected images. The freestanding painted canvases, the calligraphed paper, the cardboard objects, on the other hand, represent tradition, the past, that which belongs to the mental space of “once upon a time”. The objects, and the fact that they belong to the material world, evoking memories of a more ‘classic’ art, puts them in some kind of opposition, which, however, cannot but integrate, and be integrated, into the installation. A further element for reflection suggested by one of the installations has to do with the possibility to ‘cure’ the images of memory, to heal them. Each of us retains images that are too strong for us to bear, and they often get caught in some zone of our inner world, without even being able to get transformed. Curing these images can, in some cases, set in motion a new inner mechanism, a new possibility to keep on modeling the future by elaborating the past. This is the reason why some of the wounded screens have bandages or sticking plasters on them. As the public will notice, the screens that broadcast video loops are almost all placed on the floor, or on a short basement, and are often lying horizontally. This choice aims at presenting the screens from a different angle than the one they usually have in our everyday life. The Cinema, television and computer are always standing in front of us, looking at us, as in a relationship of equality, sometimes even of superiority. In this case, it is the observers who have to bow their heads to look at them, to find them resting in the position of someone who is maybe about to fall asleep. It is possible to discover a new dimension of being by lulling memory into sleep? These installations somehow perform the role of old frescoed walls: they are mirrors, in which each visitor can glance and, maybe, they are also an occasion to meditate upon the whirlwind of images we call existence.

Emanuela Grosso

__________________

NOMEN OMEN

I Santissimi are Sara Renzetti & Antonello Serra, an artist collective who work in the service of contemporary art. The work of Santissimi looks at art as an operative machine, through which more or less kindred forms of knowledge can express themselves, and are epitomized in the definition ‘philosophical empiricism in art’. It is about carrying out a thought operation, translating into visual, linguistic and conceptual terms the things that, in science and philosophy, hide behind the silhouettes of knowledge. Manifestation through the sign of revelation, identifying acting with being acted upon – these are the processes reflected in the works of Santissimi, who, on this occasion, are presenting the works “Natural History” and “Je suis mon fils, mon père, ma mère et moi” (I am my son, my father, my mother and myself) under the expression “Nomen Omen” (the destiny in the name).