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PAST Exhibitions
Matthew Attard, Tullio Brunone, Daniele D'Acquisto,Luigi Di Sarro, Maurizio Donzelli, Antonio Marchetti Lamera, Elisabeth Scherfigg

Aggiustare lo sguardo, by Angela Madesani
From 17.01.2014 to 22.02.2014

Antonio Marchetti Lamera – Urban Shadow 52, 2012
Urban Shadow 52, 2012
2012
tecnica mista su tela
200 x 100 x 10 cm
unica  
Antonio Marchetti Lamera – Urban Shadow 90
Urban Shadow
2013
tecnica mista su tela
60 x 80 x 10 ciascuno
unica  
Antonio Marchetti Lamera – Urban Shadow July 26th 14, 21-14, 41 p.m. 90
Urban Shadow July 26th 14, 21-14, 41 p.m.
2013
tecnica mista su tela
24 elementi
unica  

Aggiustare lo sguardo è il titolo della mostra che inaugura il 16 gennaio 2014 presso la Gagliardi Art System di Torino. La rassegna, curata da Angela Madesani, propone i lavori di sette artisti italiani e stranieri appartenenti a generazioni e contesti diversi, che si esprimono commedia differenti, ma il cui lavoro necessita di una lettura complessa e approfondita per essere compreso. Quando guardiamo con un cannocchiale cerchiamo di mettere a fuoco attraverso la rotella centrale, così dovremmo fare anche qui.

Il cuore della mostra è l’attenzione nei confronti di quanto vediamo, una riflessione, dunque, sul senso dello sguardo. La proposta è quella di mettere a fuoco, per riuscire a leggere i fenomeni in profondità, non fermandosi alla superficie, alla pelle delle cose.

Con il lavoro del giovane artista maltese Matthew Attard si potrebbe parlare di disegno tridimensionale, in cui il segno grafico e il filo di ferro danno vita a un intenso dialogo al cui centro è l’ambiguità dell’immagine. La sua è una ricerca sulla percezione che cambia da persona a persona.

Il disegno èlinguaggio portante anche per il lavoro della tedesca Elisabeth Scherffig.

La sua è come una misurazione attraverso l’occhio in cui caos e ordine giocano un ruolo da comprimari. I suoi lavori in mostra sono realizzati su fogli di metallo, che inglobano nel lavoro le luci e i colori che si rispecchiano sulla superficie.

Daniele D’Acquisto è già stato protagonista di una mostra personale presso la galleria.

In mostra sono i suoi Dust PG8 e +/-Space. L’intento è quello di accostare piani linguistici differenti per cogliere eventuali esiti. D’Acquisto è affascinato dall’idea che si creino dei cortocircuiti linguistici di fronte ai procedimenti innescati. Attraverso la sua ricerca l’artista vuole trovare un senso ai fenomeni della sua contemporaneità. Uno dei temi sui quali indaga è la polvere e non bisogna dimenticare che vive in una città come Taranto.

Tullio Brunone ha posto la sua riflessione sul concetto di spazio intermedio. In mostra è un suo grande lavoro, un cartelame, che nella tradizione è un apparato scenografico, effimero di soggetto devozionale, che veniva allestito all’interno degli edifici di culto in occasione di particolari momenti. La volontà dell’artista è l’allontanamento dall’autorappresentazione tecnologica.

La rassegna presenta anche opere storiche come quelle di Luigi Di Sarro, drammaticamente scomparso nel 1979. Anche qui come già con Attard ci troviamo di fronte a una forma di grafismo spaziale. Attraverso l’uso di materiali molto leggeri, dal filo di ferro alla griglia, che lascia penetrare la luce, in modo da creare un’ulteriore ambiguità visiva. Ambiguità visiva che è evidente in un lavoro come quello di Antonio Marchetti Lamera, che parte da un’azione fotografica per giungere a un lavoro di matrice pittorica in cui la cangianza del colore riesce a sottolineare la mutevolezza della forma. I soggetti sono ombre urbane che paiono in movimento.

Di Maurizio Donzelli, il cui lavoro è stato recentemente oggetto di una mostra personale a Palazzo Fortuny di Venezia, sono in mostra i Mirror in cui l’orizzonte è mobile. La cifra di questo lavoro è il concetto di trasformazione, inteso come passaggio. L’indefinizione, la precarietà, la molteplicità della visione che implica un particolare atteggiamento da parte di chi guarda costituisce la parte più seduttiva e coinvolgente del lavoro.

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Aggiustarelo sguardo [Adjusting the look] isthe title of the show opening on January 16th, 2014 at Gagliardi Art System inTurin. The group exhibition, curated by AngelaMadesani, features works by seven Italian and foreign artists belonging todifferent generations and contexts. They all express themselves with differentmedia, but their work requires a complex, in-depth analysis in order to beunderstood. When looking through a telescope, we try to put things into focusby operating the middle wheel – just like we should do here.

At the heart of this exhibition lies aspecial attention to what we see – a reflection on the meaning of looking. Whatit suggests is that we should sharpen our focus in order to analyze events indepth, not stopping at the surface, at the skin of things.

The work of young Maltese artist Matthew Attard could be referred to asthree-dimensional drawing, in which graphic signs and iron wire engage in adynamic interaction around the ambiguity of the image. His research focuses onperception, which changes from person to person.

In the work of German artist Elisabeth Scherffig, drawing is also akey language. In her works, which seem to measure things through the eye, chaosand organization play a co-star role. The works on display were made on metalsheets, which absorb the light and colors reflected on the surface, integratingthem into the work.

DanieleD’Acquisto has already been givena solo show at Gas. On view are his Dust PG8 and +/-Space. Hejuxtaposes different linguistic levels to explore possible results. D’Acquistois fascinated by the idea that the processes he generates can trigger alinguistic short-circuit. Through his research, he aims at finding a meaning inthe events of his day-to-day life. One of the themes he deals with is dust – weshould not forget that he lives in the city of Taranto.

TullioBrunone focuses on the idea of an in-between space. On display is one large work, a cartelame, which traditionally describes an ephemeral scene set fora religious occasion, mounted inside buildings of worship. The intention of theartist is to depart from technological self-representation.

The exhibition also features historical works such as those of Luigi Di Sarro, who tragically passed away in 1979. Here again, as in the case of Attard, we areconfronted with a spatial graphic technique. The artist uses extremely lightelements, such iron wire or grids, which let light filter through, so as tocreate further visual ambiguity. This is also evident in a work by Antonio Marchetti Lamera, which startsfrom a photographical action to arrive at a work of painterly texture, withchangeable colors that emphasizes the variability of forms. The subjects areurban shadows, seemingly in motion.

Maurizio Donzelli, whose work was recently shown in a soloexhibition at Palazzo Fortuny in Venice, presents his Mirror, whichshows a mobile horizon. The hallmark of this work is the idea of transformationas passage. Indefiniteness, instability, and the multiplicity of vision thatimplies a particular approach on the part of the viewers, constitutes the mostseductive, involving part of the work.

Il nostro è il tempo del consumismo, in tal senso i problemi continui e devastanti dello smaltimento dei rifiuti, un tempo di scarti eccessivi e di fruizione veloce e superficiale di quanto ci sta attorno. Così anche per la cultura. Ogni giorno la televisione ci propone prodotti da acquistare, mostre da vedere,opere da appendere nelle nostre case. E Internet viaggia a una velocità impressionante: tutto passa, nulla o poco si ferma.

In un articolo uscito sul quotidiano La Repubblica, Mario Perniola[1]scrive:

«L’idea centrale che caratterizzò l’impresa di Carlo Ludovico Ragghianti fu la differenza tra divulgazione e pubblicità (da lui chiamata “propaganda”): mentre la prima ha un valore di formazione morale, civile e politica del pubblico non diversa da quella che György Lukács (1885-1971) attribuiva alla letteratura, la seconda è invece anti-educativa perché mira esclusivamente all’affermazione di figure dominanti che basano e consolidano la propria ascesa sulla forza della retorica. In altri termini, mentre la prima si propone di sviluppare lo spirito critico del pubblico, la seconda è una manifestazione dell’info-tainmentmass-mediatico il cui scopo è di aumentare il capitale di visibilità di chi partecipa ai talk-show a scapito della conoscenza del sapere». Per l’arte troppo spesso valgono le stesse regole.Mostre visitate in pochi minuti, opere scorte con la coda dell’occhio, senza concentrazione, senza approfondimento.

Non vorrei, tuttavia, che questo mio attacco apparisse come un cahier dedoléances piagnucoloso. Anzi vorrei che la mostra riuscisse ad essere in modo propositiva, che offrisse dei nuovi spunti.

Ho invitato sette artisti appartenenti a generazioni e contesti diversi, che si esprimono con media differenti ma il cui lavoro necessita di una lettura complessa e approfondita per essere compreso.

L’arte non può limitarsi a essere una simpatica, quanto gradevole trovata. Una risata ci seppellirà? Speriamo di no. Ogni opera meriterebbe attenzione,approfondimento, un aggiustamento dello sguardo, senza retorica alcuna.

Quando guardiamo con un cannocchiale cerchiamo di mettere a fuoco attraverso larotella centrale, quando ci guardiamo intorno e non vediamo andiamodall’oculista, oppure se non riusciamo più a leggere nitidamente inforchiamo unpaio di occhiali da presbite. Persino quando dobbiamo fornire dati riservati suinternet ci viene chiesto di leggere un codice fluttuante e misterioso, chedobbiamo tentare di decifrare.

Giochipercettivi, vecchi di molti anni ci propongono un’operazione simile, riconoscere le figure, un vaso, un profilo equant’altro.

Ilcuore della mostra è l’attenzione nei confronti di quanto vediamo, una mostrasul senso dello sguardo.

Siamodunque qui per mettere a fuoco, per riuscire a leggere i fenomeni in profondità,non fermandoci alla superficie, alla pelle delle cose.

Cosìper il giovane artista maltese Matthew Attard, il cui lavoro èdifficilmente collocabile in un ambito preciso. Scultura? Disegno? Si potrebbeparlare per lui di disegno tridimensionale, in cui il segno grafico e il filodi ferro danno vita a un intenso dialogo al cui centro è l’ambiguitàdell’immagine. L’opera infatti è leggibile in maniera nitida da un solo puntodi vista. Altre prospettive ce la consegnano priva di senso. In realtà quello cheAttard offre è un indizio, il capo di un filo che chi guarda deve riuscire acogliere per andare avanti e costruire l’intera figura. L’artista pone lospettatore in una condizione di obbligata attenzione. Bisogna aggiustare losguardo, focalizzare per riuscire a vedere. La sua è una ricerca sullapercezione che cambia da persona a persona. «Il nostro sistema nervoso perpermetterci di sopravvivere in un mondo che cambia incessantemente e con lapercezione di noi stessi che muta di continuo, cerca perennemente diaggrapparsi alle poche proprietà costanti che incontra. In alcune occasioni,però, la ricerca della ‘costanza’ diventa ancora più difficile, per esempioquando, nell’attribuire un significato ai segnali che ci raggiungono enell’estrarre le caratteristiche essenziali da una situazione, il sistemanervoso si deve concentrare con diverse situazioni possibili»[2].Così per le figure ambigue, la cui percezione cambia di momento in momento. Ilcervello non rimane in passiva contemplazione, ma elabora rispetto alla realtàfisica che è, invece, immutabile. Come in una sorta di operazione disopravvivenza. La sua volontà è quella di cercare di spiegare l’arte in modoscientifico, come già aveva tentato di fare prima della sua percoce scomparsa LuigiDi Sarro, medico e artista. Il lavoro del giovane maltese è strettamentecollegato al concetto di neuroscienza, neuroestetica. Lo scienziato riesce adare una spiegazione alle cose, affrancando l’artista dal suo ruolo diilluminato da Dio o da chi per esso. Per la costruzione delle sue scultureAttard compie un complesso lavoro di progettazione, in cui ovviamente il valoreesperienziale della lettura del singolo è determinante.

Ildisegno è linguaggio portante del lavoro di Elisabeth Scherffig. Nelcorso degli anni, i suoi lavori hanno subito profondi mutamenti. Il disegnoprima definito e più narrativo, ora è quasi sempre dettaglio di una totalità,che richiede un atteggiamento di attenzione profonda da parte di chi guarda. Lasua è come una misurazione attraverso l’occhio in cui caos e ordine giocano unruolo da comprimari. Scherffig è prima di tutto un’osservatrice, che vaga comeuna moderna flâneuse nei luoghi della città e della natura. Capta,coglie degli attimi, osserva il tessuto urbano trovando il materiale sul qualeriflettere e indagare. Poi tutto continua nel suo studio, dove progetta,studia, inizia a immaginare quale potrà essere il lavoro. Il soggetto delleopere in mostra sono le vigne piemontesi d’inverno. È la sola strutturaportante della pianta, un intreccio di rami nodosi che formano un disegnocomplesso, una trama solo apparentemente casuale che rivela, a una più profondaosservazione, un ritmo altrimenti latente. Si tratta di un’architetturadella natura, in cui l’uomo interverrà solo più avanti. Qui i lavori sonorealizzati su fogli di metallo, che inglobano nel lavoro le luci e i colori chesi rispecchiano sulla superficie e che invitano chi guarda a riflessioniulteriori.

Inun lavoro come Dust PG8[3]di Daniele D’Acquisto si pone precipuo il bisogno di separare le variefasi di lettura. Sullo strato più profondo sono immagini relative ai pilotiselezionati dalla americana NASA nel 1978, l’anno di nascita dell’artista. Glistrati più superficiali sono, invece, costituiti dalla rielaborazione dellascansione dei vetrini, posti per alcuni mesi nel suo studio a raccogliere la polvere. Qui il riferimentoè anche sociale, politico oltre che temporale, relativo alle condizioni di vitadi Taranto, la città nella quale D’Acquisto vive. La polvere è uno dei pochistrumenti che ci aiuta a cogliere il passare del tempo. La polvere è impietosa,è una matrice di senso. La materia in questo modo si autorganizza. La partescientifica del lavoro entra in serrato dialogo con la parte più spirituale. Lafede laica nella scienza è posta a confronto con la fisicità dei fenomeni.

L’intentoè anche quello di accostare piani linguistici differenti per cogliere eventualiesiti. D’Acquisto è affascinatodall’idea che si creino dei cortocircuiti linguistici di fronte ai procedimentiinnescati. Il suo è un interesse che va oltre l’apparenza, la superficie.Attraverso la sua ricerca l’artista vuole trovare un senso ai fenomeni dellasua contemporaneità. Il desiderio è che chi guarda riesca a trovare una formadi arricchimento, non certo di verità.

In mostra sono anche lavori dalla serie +/-Space, costituiti dalle immagini scattate dal torrione giurassico di Perda Liana, nell’Olgiastra. Qui le stampesono state parzialmente abrase così da occultare l’immagine principale. D’Acquisto,come ha spiegato Alberto Zanchetta[4],ha successivamente elaborato una sintesi delle abrasioni e delle polveri generate, restituendo ai vuoti una sorta di plasticità, di pienezza tramite lasovrapposizione di strati di plexiglass, dipinti sul retro. Ci propone così unalettura del rapporto fra pieno e vuoto, che tiene conto anche della cultura orientale, in cui il vuoto ha una valenza più profonda e complessa di quanto generalmente proposto dalla nostra cultura. Qui il vuoto non è assenza, ma spazio vivo tra le cose, in grado di generare una riflessione sullo spazio intermedio,fisico, ma non solo.

Sul concetto di spazio intermedio ha posto la sua riflessione Tullio Brunone. In mostra è un suo grande[5]lavoro, un cartelame, che nella tradizione è un apparato scenografico, effimero di soggetto devozionale, più che sacro, che veniva allestito all’interno degli edifici di culto in occasione di particolari momenti. La sua, attraverso questo oggetto, è una riflessione di matrice linguistica sullo spazio intermedio trala raffigurazione storica e la corrispondenza con una dimensione contemporanea.La volontà dell’artista, tra i fondatori del Laboratorio di Comunicazione Militante nei tardi anni Settanta, che nel corso del tempo si è occupato del concetto di interazione, è proprio l’allontanamento dall’autorappresentazione tecnologica. Qui è, infatti, il superamento dell’interazione e della tecnologia una dimensione plastica che sviluppa il suo significato attraverso la sua stessa materializzazione. E dunque il gesto, che connotava l’interazione non è più necessario, ma è implicito attraverso l’osservazione di chi si concentra in uno spazio intermedio.

Vi sono due momenti dell’opera il retro e il verso, quello della rappresentazione e quello di colui che la sostiene.L’operazione di Brunone è anche di natura etica in un particolare momento dell’arte in cui comunicazione e sistema sono più importanti dell’opera stessa.«Nell’installazione si crea uno spazio intermedio tra il cartelame che avanza e la manifestazione che proviene il quale contiene simbolicamente la presenza delle persone che osservano il lavoro. Ne risulta un autoritratto percettivo,in una rappresentazione che diviene proiezione simultanea all’osservazione. Come in Dan Graham il tempo è ritardato, in questo caso cerco l’inserimento in un tempo intermedio sospeso che è quello del distacco e della riflessione»[6].

Tornando a Luigi Di Sarro: le sue opere qui in mostra sono sculture, realizzate alla fine degli anni Sessanta, prima che l’artista venisse ucciso, mentre inerme tornava a casa, a Roma, dalla scorta armata in borghese di un noto politico italiano. A mio parere all’interno della sua ricerca la scultura e la fotografia costituiscono gli aspetti più interessanti. Si tratta di lavori sperimentali impostati sull’aspetto lineare e strutturale. Di Sarro non propone opere chiuse, totalmente risolte. Si tratta piuttosto di ipotesi in cui lo spettatore è chiamato a una partecipazione attiva, a ricostruire la forma. La scelta dimetterlo accanto ad artisti operanti nella nostra contemporaneità è stata determinata proprio da questo aspetto. Anche qui come già per Attard ci troviamo di fronte a una forma di grafismo spaziale, come scriveva Enrico Crispolti [7]in un saggio pubblicato subito dopo la scomparsa dell’artista.

Con le opere tridimensionali di Luigi Di Sarro ci troviamo di fronte a una possibilità di trasformazione continua, sottolineata dall’uso di materiali molto leggeri, dal filo di ferro, dalla griglia, che lascia penetrare la luce,in modo da creare un’ulteriore ambiguità visiva.

Ambiguità visiva che è evidente in un lavoro come quello di Antonio Marchetti Lamera, che parte da un’azione fotografica per giungere a un lavoro di matrice pittorica in cui la cangianzad el colore riesce a sottolineare la mutevolezza della forma. Si tratta di ombre urbane, tracce di elementi che popolano la nostra quotidianità, fissate attraverso l’obiettivo, disegnate sulla tela con la matita grassa e quindi dipinte con un particolare colore a base metallica. La lettura abbisogna di attenzione, di una luce radente attraverso cui leggere le forme in apparente movimento, che riesce a trasmetterci quella leggerezza di rimando calviniano[8].Ci troviamo di fronte a una sorta di nostalgia della visione, a un passaggio distato. La volontà è quella di fare fuoriuscire le forme dal buio, dal nulla.Segno e materia pittorica entrano in un dialogo fitto e serrato, in cui chi guarda deve trovare uno spazio di inserimento. L’attore principale del suo lavoro è la luce che gioca un ruolo determinante nella scrittura e nella conseguente lettura della forma. Marchetti è appassionato lettore dei testi di Leonardo da Vinci per il quale le tenebre sono il primo grado dell’ombra e la luce è l’ultimo, il punto di arrivo. L’ombra è quindi, nigredo, malinconia, in opposizione alla luce. Così Marchetti per il quale la ricerca pittorica è strumento di indagine esistenziale. La sua opera è strettamente collegata alla cultura classica, alla tradizione della pittura, ma anche al concetto di modernità liquida al quale ci ha abituati Zygmunt Bauman. Qui ci troviamo di fronte allo scorrere, al mutare degli eventi e l’attenzione di chi guarda è in tal senso fondamentale per riuscire a cogliere il senso dei fenomeni.

Con le opere, i Mirror qui in mostra, di Maurizio Donzelli ci troviamo di fronte a un orizzonte mobile, in cui lo spettatore non si trova difronte alla verità della visione, ma al dubbio che apre ulteriori quesiti. Maforse la ricerca dell’immagine al quale chi guarda si sottopone è più interessante da un punto di vista gnoseologico che ontologico. È più importante il procedimento,

l’esperienza rispetto all’esito finale. Se di questo lavoro, come ho già avuto modo di scrivere, si dovesse trovare una cifra poetica, essa potrebbe essere rintracciata nel concetto di trasformazione,inteso come passaggio, in cui lo spettatore si emancipa dalla passività per svolgere un ruolo attivo, di partecipazione all’opera. Cifra questa che si può riscontrare lungo il suo cammino all’interno dei diversi linguaggi. Chi guarda l’opera, realizzata con una tecnologia di matrice illuminotecnica, si trova,sommariamente, di fronte a due immagini diverse e a una terza che costituisce una sorta di summa delle prime due. L’indefinizione, la precarietà, la molteplicità della visione che implica un particolare atteggiamento da parte di chi guarda costituisce la parte più seduttiva e coinvolgente del lavoro.

Dunque non ci resta che guardare.
[1] M.Perniola, Impara l’arte in La Repubblica,17 marzo 2013; p.44.

[2] L.Lumer, S.Zeki, La bella e la bestia: arte e neuroscienze,Editori Laterza, Bari, 2011; p.34 e seguenti.

[3] Questa serie di lavori, come altre dell’artista pugliese, è,infatti, costituita da vari strati.

[4] A.Zanchetta, Desert Session: Muf + Toe in DanieleD’Acquisto, Gagliardi Art System, Torino, 2012; p.4.

[5] Si tratta di un lavoro di 210 x 310 cm con un telaio autoportante e scomponibile in legno e ferro, che sostiene la rappresentazione simbolica e astratta del cartelame di San Pietro, ricomposta in cristallo.

[6] Note di lavoro di Tullio Brunone, Milano, 2013.

[7] E.Crispolti, Luigi Di Sarro: Una ricerca interrotta, Carte segrete, Roma, 1980; s.p.

[8] Si intende il concetto di leggerezza del quale Italo Calvino ha parlato nelle sue Lezioni americane.

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Our time, the time of consumerism, produces apermanent, devastating problem: how to dispose of waste resulting from excess junkand a fast, superficial use of the things that surround us. The same appliesfor culture. Every day television shows us products to buy, exhibitions tovisit, works to hang in our homes. And the Internet travels at striking speed:everything rolls by and nothing, or very little, remains.

In an article on La Repubblica, MarioPerniola[1] writes:

«The central idea that characterized the projectof Carlo Ludovico Ragghianti was the difference between popularizing andadvertising (which he called “propaganda”): while the former has a value asmoral, civil and political education, not unlike the value György Lukács(1885-1971) assigned to literature, the latter is anti-educational, since itaims solely at asserting dominant figures who rely on the power of rhetoric forachieving and consolidating their success. In other words, while the former triesto develop a critical attitude in the public, the latter is a manifestation of massmedia infotainment, aimed at enhancing the visibility of talk show guests, tothe detriment of knowledge». All too often, thesame rules apply to art. Shows are visited in a handful of minutes, worksglimpsed out of the corner of one’s eye, without focusing, without lookingbetter.

Despite all this, I would not want mycritique to sound like a weepy cahier de doléances. On the contrary, Iwould like this exhibition to be proactive in some way, to provide new food forthought.

In invited seven artists who belong todifferent contexts and generations and express themselves with different media,but all of them create works that require a complex, in-depth reading in orderto be understood.

Art cannot exhaust itself in a series of nice,bright ideas. Will a laugh bury us? Let’s hope not. Every single work of artwould deserve more attention, in-depth analysis, an “adjustment” of our look,with no rhetorical strings attached.

When we look through a telescope, we try toput the image into focus by operating the middle wheel; when we look around andhave trouble seeing, we go to the ophthalmologist, or if we cannot readproperly we put on a pair of glasses for farsightedness. Even when we have toaccess sensitive data on the Internet, we are asked to read and decipher a mysterious,floating code.

The perceptual games we have played foryears assign us a similar task – to recognize figures, a pot, a silhouette, orother items.

At the heart of this exhibition lies an attitudeof attention to what we see – it is an exhibition about the meaning of looking.

We are here to sharpen our focus, to try andread events in depth, not stopping at the surface, at the skin of things.

This is true for young Maltese artist MatthewAttard, whose work is hard to categorize into any specific genres. Sculpture?Drawing? We could refer to his works as three-dimensional drawings, in whichgraphic signs and iron wire engage in a dynamic interaction around the ambiguityof the image. The work can be read clearly from only one point of view. Otherperspectives give us a meaningless object. Actually, what Attard is giving us isa clue, one end of a thread, which the observer must seize in order to continuebuilding the whole figure. The artist puts spectators in a condition of forcedattention. We have to adjust our look, to sharpen our focus in order to be ableto see. His research focuses on perception, which changes from person toperson. «In order to help us survive in an ever-changing world, where ourself-perception is constantly changing, the brain tries incessantly to cling tothe few stable qualities and features it comes across. On some occasions,however, the search for ‘stability’ becomes really difficult, for example when,in assigning a meaning to the signals we receive, and extracting basic informationfrom a situation, the nervous system has to focus on several possiblesituations»[2].The same goes for ambiguous figures, whose perception changes from one momentto the next. The brain does not remain in a condition of passive contemplation,but processes physical reality which, unlike the brain, is unchangeable. Theartist’s intention is to explain art scientifically, which is what physicianand artist Luigi Di Sarro had already tried to do before his untimely passing. Thework of the young Maltese artist is strictly related to the notions ofneuroscience and neuro-aesthetics. The scientist is able to come up with anexplanation for things, thus freeing the artist from his role of enlightened throughGod, or other supreme being. When building his sculptures, Attard carries out acomplex planning work, in which the experiential value of individual reading isof course crucial.

Drawing is the basic language in the work ofElisabeth Scherffig. Over the years, her works have changed considerably.Her drawing, at first neatly defined and rather narrative, now almost alwaysshow details out of a whole, and therefore require an attitude of deepattention on the part of the observer. She seems to measure things out throughthe eye, a process in which chaos and organization play a co-star role. Scherffigis first of all an observer, who wanders like a modern flâneuse withinurban and natural settings. She picks up signals, seizes moments, observes theurban fabric and finds stuff to meditate upon and look into. Then the wholeprocess continues in her studio, where she plans, studies, begins to imaginehow the work could look like. In the works on display, the subjects are thevineyards of Piedmont in winter. What we see is only the skeleton of the plant,a tangle of knotty branches that form a complex drawing, only apparently random,which refers us back to a deeper observation, an otherwise hidden rhythm. It isnatural architecture, in which humans will only intervene at a later time. Theworks use metal sheets, which absorb the lights and colors reflecting on thesurface, integrating them into the work – and thereby encouraging the observerto reflect further.

In the work entitled Dust PG8[3]by Daniele D’Acquisto, we feel the need to go through different readingstages. On the deepest layer we see images of pilots selected by NASA in 1978,the artist’s year of birth. The outer layers instead show modified slide scans,which had slept for some months in the artist’s studio, gathering dust. Thereare social, political, as well as temporal references – to the livingconditions in Taranto, the city where D’Acquisto lives. Dust is one of the few elementsthat help us mark the passing of time. Dust is pitiless; it is a matrix ofmeaning. In this way, matter organizes itself. The scientific part of the work engagesa close dialogue with the more spiritual part. The secular faith in science is measuredagainst the physicality of phenomena.

The purpose of the work is also to juxtaposedifferent linguistic levels and capture possible results. D’Acquisto isfascinated by the idea that the processes he generates can trigger a short circuit.His concern goes beyond appearance, beyond the surface. Through his research,D’Acquisto tries to find a meaning in the events of his day-to-day life. Hewishes that observers can find themselves somehow enriched – although the lastthing he wants to give them is the truth.

On view are also works from the series +/-Space,consisting of images taken from the great Jurassic tower of Perda Liana, in Ogliastra(Sardinia). The prints here have partially been scratched out, so as to hidethe main image. As Alberto Zanchetta explained[4], D’Acquisto subsequently createdsomething new out of the abrasions and dust he had made, giving the empty spacesa sort of plasticity, of fullness, by overlaying Plexiglas layers painted onthe back. So this work also gives us his take on the relationship between fullnessand emptiness, taking into account Eastern culture – where emptiness has adeeper, more complex meaning than in our culture. Here emptiness is notabsence, but a living space between things that can suggest a reflection on middlespace, both in physical and non-physical terms.

Tullio Brunone also reflects on the notion of middlespace. On display is a large work[5], a cartelame – traditionally an ephemeral scene set for a religious ritual,mounted inside buildings of worship on special occasions. Through this device,the artist develops a linguistic reflection about the middle space between historicalrepresentation and the correspondence with a contemporary dimension. The intentionof the artist, who in the late 1970s was among the founders of Laboratorio diComunicazione Militante, and later explored the notion of interaction, is preciselyto depart from technology-aided self-representation. In this work, he overcomesinteraction and technology by creating a plastic dimension, which acquiresmeaning through its very materialization. Therefore, the gesture connoting theinteraction is no longer necessary – it is inherent in the look of those whoconcentrate on a middle space.

There are two momentsto the work, recto and verso, the side of representation and that of the personwho supports the representation. Brunone’s project therefore has a further, ethicaldimension to it, especially in a moment in art history, when communication andsystem are more important than the work itself. «In the installation, a middlespace is created between the advancing cartelameand the event it comes from, which symbolically contains the presence of thepeople who observe the work. The result is a perceptual self-portrait within arepresentation that gets projected at the same time as it is observed. As inDan Graham, time is delayed; in this case I am trying to introduce the median,suspended time of detachment and reflection»[6].

Coming back to Luigi Di Sarro – theworks that can be seen here are sculptures he created at the end of the 1960s,before being killed by the armed, plain-clothes bodyguards of a well-knownItalian politician while he was heading home, unarmed and defenseless. If Ilook at his research, I think the most interesting parts of if are sculptureand photography. They are experimental works based on linearity and structure. DiSarro does not give us closed, completely resolved works, but rather speculations,in which spectators are asked to actively participate in the reconstruction ofform. The choice to introduce Di Sarro next to artists who are working todaywas motivated by this aspect. Here, too, as in Attard, we are confronted with aform of spatial graphism, as Enrico Crispolti[7] wrote in an essaypublished right after the artist’s death.

In Luigi Di Sarro’s three-dimensional workswe are confronted with the possibility of continuous transformation, emphasizedby the use of extremely light materials, from iron wire to grids, which letlight filter through, creating further visual ambiguity.

The idea of visualambiguity is also evident in the work of Antonio Marchetti Lamera, whostarts from photographic action and arrives at a work of painterly texture, inwhich changeable colors emphasize the variability of form. What we see areurban shadows, traces of elements that people our everyday life, caught througha lens, drawn on the canvas in grease pencil, and then painted with a special,metal-based color. The reading of these works requires attention, and aradiating light that allows to read the apparently moving forms – which give usjust that feeling of lightness Italo Calvino talked about[8]. We witness a sort ofnostalgia of vision, a passage from one state to another. The aim of the artistis to let forms emerge from darkness, from nothingness. Sign and matter engagein a close, intense dialogue, in which observers have to find a point of entry.The protagonist is light, which plays a crucial role in the writing, and in theensuing reading, of form. Marchetti is an avid reader of the writings of LeonardoDa Vinci, for whom darkness is the first degree of shadow, while light is thelast, the point of arrival. Shadow is therefore nigredo, melancholy, asopposed to light. This is the message of Marchetti, whose research on paintingis also, to him, a way to examine his own life. His work is closely entwinedwith classical culture, the tradition of painting, but also the notion ofliquid modernity we know from the works of Zygmunt Bauman. What we see is theflow, the metamorphosis of events, so that attention on the part of observersis essential in order to grasp the meaning of these phenomena.

In the series Mirror by MaurizioDonzelli, also on view, we find ourselves in front of a mobile horizon.As spectators, we are not confronted with the truth of vision, but with doubt -which raises further questions. Yet the search for the image, which theobserver undertakes, may turn out to be more interesting from a gnoseological,rather than an ontological, point of view. What is important is the process,the experience, rather than the final result.

As I already wroteelsewhere, if we had to extract the aesthetically characterizing element ofthis work, then we could identify it with the notion of transformation aspassage, a condition in which spectators free themselves from passivity andstart playing an active role by participating in the work. This is the distinguishingfeature that appears throughout his exploration of different languages. When welook at the work, which was produced with the help of lighting technology, weare faced with two different images, as well as a third image that is a sort ofsum of the previous two. Indefiniteness, instability, and the multiple visionthat presupposes a certain attitude on the part of the onlooker – here lies themost seductive, involving side of the work.

So all we have to donow is look.
[1] M.Perniola,Impara l’arte in La Repubblica, March 17th, 2013; p.44.

[2] L.Lumer, S.Zeki, La bella e la bestia: arte e neuroscienze,Editori Laterza, Bari, 2011; p.34 and following.

[3] This series of works, like other series by the artist, actuallycomprises several layers.

[4] A.Zanchetta, Desert Session: Muf + Toe in DanieleD’Acquisto, Gagliardi Art System, Turin, 2012; p.4.

[5] The work’s dimensions are 210 x 310 cm, it has a self-supportingframe that can be disassembled into its wooden and iron parts – it supports thesymbolical, abstract representation of the cartelamedi San Pietro, recomposed in crystal.

[6] Working notes by Tullio Brunone, Milan, 2013.

[7] E.Crispolti, Luigi Di Sarro: Una ricerca interrotta, Cartesegrete, Rome, 1980; s.p.

[8] I am referring to the idea of lightness Calvino talks about in his Six memos for the next millennium