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PAST Exhibitions
Zoë Mendelson

Archival Loot, curated by Lorena Tadorni
From 14.02.2007 to 24.03.2007

Zoë Mendelson – Ladies of the Canyon
Ladies of the Canyon
2006
biro su carta da lucido
30 x 42 cm
Zoë Mendelson – Landscape through Trinoculars
Landscape through Trinoculars
2006
biro su carta da lucido
21 x 30 cm
Zoë Mendelson – Roof Garden
Roof Garden
2006
biro su carta da lucido
30 x 42 cm
Zoë Mendelson – Safety Devices
Safety Devices
2006
biro su carta da lucido
30 x 42 cm
Zoë Mendelson – Stag Night
Stag Night
2006
biro su carta da lucido
21 x 30 cm

Gagliardi Art System presenta la prima personale italiana di Zoë Mendelson.
Zoë Mendelson trasforma lo spazio della galleria in un universo seducente, fatto di complesse costruzioni simboliche che rivelano la loro natura solo dopo uno sguardo più approfondito. Le sue installazioni dipinte e i suoi disegni hanno la grazia apparente dell’epoca vittoriana, ma parlano di scomodi desideri inconsci e fantasmi della mente. I mobili e gli oggetti antichi conferiscono all’opera dell’artista una connotazione museale; in essi Zoë Mendelson cela intime visioni oniriche, intervenendo con macchie di colore e delicati schizzi a matita. Soggetti botanici e scenografici si affiancano a disegni erotici e si mescolano all’iconografia delle illustrazioni per bambini generando una messinscena opulenta e decadente. Il titolo Archival Loot si riferisce al ‘saccheggio’ di riferimenti storici e gioca con l’aspetto museale che accomuna i lavori in mostra. Don’t Cry Over Spilt Milk (Non Piangere sul Latte Versato) è un’installazione formata da otto tavolini-teche su cui è possibile affacciarsi. Ognuno di essi contiene alcune tazzine rotte da cui fuoriesce una macchia bianca. L’artista la utilizza come base su cui disegnare le visioni fantastiche di una sessualità onirica e ossessiva. Le stesse colate si trovano sui cassetti di Lady in Waiting (Signora che Aspetta), un imponente armadio che nasconde un universo segreto. Completa la mostra una serie di disegni caratterizzati dall’intensità di un sogno inquietante.

L’apparente grazia dell’epoca vittoriana, i desideri inconsci e i fantasmi della mente. Soggetti botanici e disegni erotici che si mescolano all’iconografia delle illustrazioni per bambini. Zoë Mendelson e il suo complesso universo simbolico…
Lorena Tadorni: Nel tuo lavoro utilizzi un immaginario apparentemente innocente per mascherare un erotismo spinto. Perché sei così interessata a quella che sembra una cultura delle “buone maniere”?
Zoë Mendelson: Mi interessano le “buone maniere” come strategia all’interno del disegno. In parole povere, tutto è iniziato mentre indagavo su come fosse possibile rendere elegante un atto sessuale e allo stesso tempo stimolante l’immagine di un candelabro, sfruttando la natura del loro disegno.
Una delle sfide implicite nella mia opera è voler collocare il sesso dietro altri materiali visivi, che si suppongono meno espliciti e diretti. Una volta ho ascoltato una conferenza di una relatrice che lavorava nel campo della ricerca sui profumi. A quanto pare, gli odori possono essere “inscenati” in modo da apparire uno per uno in una specie di ordine olfattivo. Immediatamente ho provato il desiderio di verificare se questo procedimento poteva essere tradotto nei miei disegni. Volevo utilizzare l’immaginario della sessualità come parte composita di un’esperienza sensoriale, ma senza che questo aspetto fosse l’elemento primario o venisse notato per primo.E qui sono subentrate le “buone maniere”.
L. T.: Tu evochi sia il garbo sia gli eccessi dell’epoca vittoriana. I tuoi “mobili” si ricollegano al “buon gusto” degli interni vittoriani, ma i disegni ricordano le illustrazioni di Aubredy Beardsley, con la loro potente carica sensuale e la loro decadenza. Trovi che ci sia una corrispondenza simbolica fra quell’epoca e la società contemporanea?
Z. M.:Fantastico sugli eccessi dell’Ottocento in quanto opposti alla nostra idea di eccesso, che è solamente avere “di più” di qualsiasi cosa, e averla in modo più rumoroso. Sono diverse le correlazioni fra quell’epoca e la nostra che mi intrigano, in realtà più formali che non necessariamente legate al contesto. Nel complesso, gli aspetti storici della mia opera non riguardano la storia stessa, ma la sua conservazione., Ancor più che alla storia in sé, sono interessata alla storiografia, ossia alla sua ri-proposizione in forma di racconto. Mi entusiasma ciò che si perde e ciò che si acquisisce in un raccontare che si suppone ancorato alla verità.
L. T.: Mi sembra che le tue immagini assumano il valore di reperti esposti in un museo. E ora iniziano anche a porsi in rapporto “archivistico” l’una con l’altra… Perché? Vuoi farle sembrare intoccabili e da desiderare?
Z. M.: Sono rimasta affascinata dall’idea dei nostri musei come ultimi baluardi della verità, in quanto ciò che espongono resta indiscutibile, mentre la nostra visione è più cinica quando si parla di stampa, media, ricerca scientifica, sistemi politici e istituzioni formative. La mia opera si insinua in un territorio in cui vengono esaminati finti archivi e viene messa in discussione la permanenza del racconto. Le opere stesse iniziano a rapportarsi l’una all’altra come in un archivio. I mobili diventano museali. Le opere su carta hanno un’inconsistenza e un rapporto con i libri e con la dimensione dell’illustrazione che allude a una sorta di racconto cronachistico in cui s’insinuano lampi di sogno. I lavori dovrebbero contenere un elemento di desiderabilità “clandestina”, in particolare gli oggetti. Ancora una volta tutto questo è essenziale al fine di renderli anche inquietanti, stabilendo confini ravvicinati fra seduzione e disagio.
L. T.: Per questo motivo hai intitolato la mostra Archival Loot… (Bottino d’archivio). Infatti, Don’t Cry Over Spilt Milk (Non piangere sul latte versato, 2004) e Lady in Waiting (Signora che aspetta, 2002) sono tutti legati da un filo conduttore museale e i loro titoli suggeriscono qualcosa di attraente e di clandestino…
Z. M.: Sì, la serie Don’t Cry Over Spilt Milk è un work-in-progress che è iniziato nell’intento di mettere sotto vetro spazi onirici e fantastici, attraverso l’idea di una finzione che diventa documento. L’espressione “non piangere sul latte versato”, nel senso di “quel che è fatto è fatto”, suggerisce che si è perso un momento, e che tuttavia si riesce a mantenete un certo aplomb anche nei periodi di crisi. Sul piano visivo, questa situazione mi ha sempre stimolata in modo viscerale: adoro l’idea di due fluidi implicita in tutto questo. C’è anche, ovviamente, un riferimento squisitamente letterario a storie tenute in cattività, imprigionate nel garantire la conservazione di eventi immaginari per cui non si deve piangere.
Lady in Waiting è stato creato in risposta a uno spazio specifico – Marble Hill House a Richmond, Londra – dove è stato presentato per la prima volta nel 2002. La casa era stata offerta in dono ad Henrietta Howard, amante di Carlo, II che vi si ritirò, stanca dei pettegolezzi e degli scandali della vita di corte. Allora era raro per una donna possedere il livello di ricchezza personale e di indipendenza che questa relazione e questa proprietà le garantivano. Mi affascinava l’idea che la donna che andava a letto con il Re trovasse la vita di corte troppo scandalosa. Ho creato quest’opera per essere messa di fianco al suo letto; e rappresenta una graduale discesa nello scandalo, dalla cima al fondo. La funzione è quella di una specie di lettura pettegola da comodino, o di un libro da nascondere sotto il cuscino. C’è anche una sorta di richiamo sotterraneo all’etichettatura sociale legata all’essere “in cima” o “in fondo” alla piramide della società.