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PAST Exhibitions
Aurore Valade

L’Or Gris
From 14.03.2013 to 04.05.2013

Aurore Valade – Henry & Marie Forever I. L’OR GRIS
Henry & Marie Forever I. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Henry & Marie Forever II. L’OR GRIS
Henry & Marie Forever II. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Charité romaine. L’OR GRIS
Charité romaine. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3  
Aurore Valade -Pin-up au carrelet. L’OR GRIS
Pin-up au carrelet. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Eaux du monde. L’OR GRIS
Eaux du monde. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Epoca. L’OR GRIS
Epoca. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Bon vent petit navire. L’OR GRIS
Bon vent petit navire. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
140 x 100 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Deux frères. L’OR GRIS
Deux frères. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
140 x 100 cm
ed. 3  
Aurore Valade – L’horloge. L’OR GRIS
L'horloge. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
140 x 100 cm
ed. 3  
Aurore Valade – Masques de vieillesse. L’OR GRIS
Masques de vieillesse. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3
Aurore Valade -Le vieil homme et l’enfant. L’OR GRIS
Le vieil homme et l'enfant. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
140 x 100 cm
ed. 3  
Aurore Valade -Maternité. L’OR GRIS
Maternité. L’OR GRIS
2013
digital print on cotton paper
100 x 140 cm
ed. 3

I lavori di Aurore Valade sono opere da leggere. Bisogna essere curiosi, lasciar scorrere lo sguardo sull’immagine nel suo insieme e poi scendere nei dettagli, indagando i particolari, proprio come quando si legge un libro. Avvicinandoci alle opere, quindi, prendiamoci il nostro tempo e dedichiamo loro la dovuta attenzione. Leggiamo le scritte, studiamo le pose, le geometrie, i rimandi: perché in queste immagini nulla è casuale, tutto attende di essere interpretato. Architetture, spazi, oggetti, personaggi e volti si muovono all’interno di una comune armonia compositiva: sono come lo sguardo e i tratti di un viso, le cicatrici e i segni dell’età che narrano i diversi momenti della vita e della storia personale in un unico volto, che si rivolge a noi, come voleva Lévinas, con l’impellenza di una domanda esistenziale tanto urgente e profonda quanto inaggirabile.
Per questo progetto espositivo L’or gris – il terzo con Gagliardi Art System – Aurore Valade ha scelto come filo conduttore un argomento inconsueto e coraggioso: la terza età.
Forse mai come in questo caso le immagini fotografiche si configurano come una “teoria”: nel senso di sequenza, ma anche di riflessione che porta ad un esito;stimolando nuove domande e portando a tema nuove questioni.L’argomento è infatti indagato in profondità, nei suoi aspetti meno scontati. La riflessione si amplia quindi al tema del tempo e del suo scorrere, alla storia privata e personale dei soggetti ritratti, fino a toccare motivi di carattere più teorico e paradigmatico dal punto di vista epocale come la maternità in tarda età, il senso della storia, il rapporto con l’infanzia, l’amore, la morte… Frequenti sono i rimandi all’iconografica classica della storia dell’arte. La terza età si rivela dunque come una sorta di novella età dell’oro: un oro grigio, appunto, secondo l’espressione in uso in Francia per identificare il potenziale sociale – e a volte anche economico – che le persone anziane oggi rappresentano per la collettività. Ma la terza età di cui qui si parla è anche e soprattutto quella del nostro mondo e dei nostri modelli sociali. Vi è dunque l’invito a pensare questo tempo dell’anima come luogo dell’essenzialità, dell’essere costruttivi e autentici; e soprattutto, come per i greci voleva il dio Saturno, come luogo di evoluzione e di cambiamento. È questo il tempo di diventare ciò che siamo, parafrasando Nietzsche, senza raccontarci più né favole, né scuse, né farci illusioni.Come sembrano voler suggerire i lavori in mostra, non sono dunque le persone anziane a dover essere allontanate o “rottamate”, ma le idee vecchie, che ci invecchiano e logorano corpo e spirito: è lì che si gioca il vero rinnovamento e la realizzazione dei nostri sogni.

Parte delle immagini in mostra sono state realizzate dall’artista nel corso di residenze in Francia, in particolare a Bordeaux e a La Napoule.

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The works of Aurore Valade are made to be read. You need to be curious, let your gaze run across the whole image then go into the details, studying every single part. Just like when you read a book.As we approach Valade’s works, let us take our time and give them all the attention they deserve. Let us read the writings, study the poses, geometries, references: for nothing in these images is accidental – everything talks and waits to be interpreted. Architectures, spaces, objects, characters and faces move within the general compositional harmony: like a gaze or the traits of a face, the scars and signs of aging, they tell us about the different stages of life and individual history, all condensed in a face that turns to us, as Lévinas would have it, with the urgency of an existential issue, as pressing as it is unavoidable.For this exhibiting project, entitled L’or gris (the third with Gagliardi Art System) Aurore Valade chose an unusual, daring subject as her guideline: old age. This could be the best example of photographic images as ‘theory’, in its literal meaning as sequence, but also as reasoning that leads to results and helps formulate new questions, which in turn raise new issues.The artist carries out an in-depth study of this topic, in its less predictable aspects. Her reflection then extends to time and its passing, to the private, personal history of the portrayed subjects. Sometimes she deals with more theoretical, paradigmatic topics that have to do with our present situation, such as motherhood later in life, the sense of history, the relationship with childhood, love, death… with frequent references to the classical iconography of art history. Old age can even become a sort of new golden age: a ‘grey gold’ we might say, using a current French expression that describes the social, sometimes also economic, potential that elderly people have today in our communities. The senility Valade talks about is also, or above all, that of our world and our social models. We could try to think about this age of the soul as the place of essentiality, of being constructive and authentic, and most of all, as the god Saturn wanted of the Greeks, as the place of evolution and change. In other words, it is a time for becoming what we are, as Nietzsche put it, without telling tales, making excuses, or harboring illusions. As many works in this exhibition seem to suggest, it is not old people whom we have to reject or “discard”, but old ideas, which make us older, wearing out our body and spirit: here lies true renewal and the fulfillment of our dreams. The artist created part of the images on display during her residencies in France, in particular in Bordeaux and in La Napoule.

La curiosità e il coraggio

“I vecchi dovrebbero essere esploratori” T.S. Eliot
“We live just for these twenty years. Do we have to die for the fifty more?” David Bowie

I lavori di Aurore Valade sono opere da leggere. Bisogna essere curiosi, lasciar scorrere lo sguardo sull’immagine nel suo insieme e poi scendere nei dettagli, indagando i particolari. Proprio come quando si legge un libro.Tale premessa è a mio parere molto utile per conoscere il lavoro di questa promettente artista, le cui opere vanno ben oltre il mero scatto fotografico e si configurano come veri e propri quadri: o tableaux, per usare il termine nella lingua madre di Valade, che ben esprime la loro complessità compositiva e di realizzazione, sia a livello tecnico, sia progettuale.Avvicinandosi alle opere, quindi, prendiamoci il nostro tempo e dedichiamo loro la dovuta attenzione. Leggiamo le scritte, studiamo le pose, le geometrie, i rimandi: perché in queste immagini nulla è casuale, tutto parla, attende di essere interpretato. Architetture, spazi, oggetti, personaggi e volti si muovono all’interno di una comune armonia compositiva: sono come lo sguardo e i tratti di un viso, le cicatrici e i segni dell’età che narrano i diversi momenti della vita e della storia personale in un unico volto, che si rivolge a noi, come voleva Lévinas, con l’impellenza di una domanda esistenziale tanto urgente e profonda quanto inaggirabile.Per questo progetto espositivo Aurore Valade ha scelto come filo conduttore un argomento inconsueto e coraggioso: la terza età. Forse mai come in questo caso le immagini fotografiche si configurano come una “teoria”: nel senso di sequenza, ma anche di riflessione che porta ad un esito, stimolando nuove domande e portando a tema nuove questioni. Più in generale, com’è noto, quello della terza età è oggi un argomento molto attuale. Se da un lato si parla di un progressivo aumento della longevità della popolazione, soprattutto in Occidente, d’altro canto è sempre più sentita la necessità, se non l’urgenza di un ricambio generazionale ai vertici delle istituzioni, e non solo. Secondo un rapporto presentato nel gennaio del 2013 dalla Comunità di Sant’Egidio e pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) e dall’associazione HelpAge International, nel XXI secolo gli anziani cresceranno in maniera esponenziale rispetto al numero di adulti e bambini, e questa trasformazione non potrà che cambiare radicalmente l’attuale assetto sociale. Tali considerazioni aprono insieme una serie di problematiche (l’accettazione dell’invecchiamento del corpo e della mente, la previdenza sociale ecc.) e di possibilità (l’anziano diventa per molti versi una risorsa per il paese, dal punto di vista economico e sociale): insomma la terza età è un argomento da cui oggi diventa difficile prescindere e con cui occorre fare i conti, senza cadere in facili clichés o qualunquismi.Il titolo del progetto allude al fatto che la terza età si rivela addirittura, da un certo punto di vista, come una sorta di novella età dell’oro: un oro grigio, appunto, secondo l’espressione in uso in Francia per identificare il potenziale sociale – e a volte anche economico – che le persone anziane oggi rappresentano per la collettività. Inoltre, se intendiamo la vecchiaia come l’epoca della saggezza, del declino e del tramonto, l’argomento può però essere letto anche da un altro punto di vista e farsi metafora di questioni molto più ampie, che riguardano la società, la storia o addirittura il destino, per usare una terminologia filosofica, della nostra società occidentale. Così quando, soprattutto riguardo all’Europa, si parla di Vecchio Continente, si usa una metafora molto vicina alla realtà. Ma di che tipo di vecchiaia si tratta? Di quale fine e di quale declino stiamo parlando? Com’è ovvio, qui in gioco c’è molto più della vecchiaia personale e privata di ciascuno: intuiamo la presenza di qualcosa di insieme più vago e profondo, che ha da fare con lo spirito, per dir così, del nostro mondo attuale, con le sue prospettive e le possibili chances. Questa intuizione è molto viva nel progetto di Valade, che sviluppa l’argomento in maniera puntuale e attenta, a volte drammatica, ma mai priva di una certa ironia. Così, in altre parole, ci accorgiamo che le sfumature del grigio – o meglio dell’oro grigio – sono molto più di cinquanta e toccano tematiche a cui tutti siamo, volenti o nolenti, sensibili. Il riferimento al popolare romanzo erotico è ovviamente ironico, ma non fuori luogo, perché la tematica dell’amore e dell’erotismo, vivissimo, è molto presente in questo progetto espositivo, e non si tratta certo di un caso. Si pensi ai due lavori realizzati nel corso della residenza presso il Castello di La Napoule, Clews Center for the Arts (Henry & Marie Forever I e II): una coppia di amanti anziani è ritratta in due occasioni, sempre travolta dalla passione. In un caso i due sono abbracciati al centro di una stanza bianca con al loro fianco un’opera che ritrae a sua volta un atto amoroso. È un’opera appunto di Henry Clews, artista una volta proprietario del castello, il cui fantasma si dice aleggi ancora per le antiche stanze, innamorato perdutamente della sua Marie. Nell’immagine leggiamo i nomi di Henry e Mary scolpiti sulla porta di legno – una porta antica, sprangata, chiusa, come il tempo o l’intimità del momento – insieme ad altri simboli sessuali e amorosi. Nella seconda immagine la coppia si trova invece in un luogo più difficile da definire: stanza da letto? chiesa? aula di studi? o luogo sacro, come le alte volte sembrano indicare? I due qui sono seduti, in atteggiamento inequivocabile, tra oggetti che evocano simboli fallici. E due conigli. Secondo un’antica simbologia, se un’opera d’arte raffigurava un solo coniglio, l’artista voleva intendere la purezza e la castità matrimoniale. Quando però i conigli erano due, l’allegoria era assai più profana: il rimando esplicito era all’amore erotico, alla libido. Anche qui sesso, quindi, passione, senza fraintendimenti. Insomma, non è l’immagine della vecchiaia che ci si aspetterebbe: qui domina la gioia di vivere, la celebrazione della libertà di esprimersi e una voglia di esperienza che sfida il tempo e la biologia, alla ricerca di nuovi modi di essere se stessi. Capiamo allora che, come scrive lo psichiatra junghiano James Hillman, “scoperte e promesse non appartengono soltanto alla giovinezza: la vecchiaia non è esclusa dalla rivelazione”. Ma di che rivelazione si tratta? La rivelazione cui Hillman allude è la messa in luce della pienezza del carattere personale e della sua forza, e qui l’ipotesi è tanto più interessante se manteniamo il doppio livello di lettura: la vecchiaia di cui si parla non è (solo) quella personale, ma anche (e soprattutto?) quella di un mondo e di un’epoca. La nostra.Tuttavia, quale che sia il piano interpretativo che decidiamo di tenere, dopo la rivelazione e la scoperta, occorre fare il passo successivo. C’è infatti un momento in cui, tanto nella vita privata che in quella pubblica, occorre smettere di pensarsi all’inizio di un percorso, e bisogna sentirsi adulti: prendere in mano la propria vita e conquistare quello che ci spetta. È un problema che tocca una generazione di giovani europei, molto profondamente, tra precariato e cliché imposti dalla società e dai media. Ma come fare?
Masques de vieillesse (maschere di vecchiaia) mostra bambini che giocano a fare i vecchi, con sui volti maschere carnevalesche (o mortuarie?). Tra (psico) dramma e metafora di una dinamica necessaria e vitale, i bambini giocano in realtà con il tempo, con il mistero. Tutto cade, qualcosa si rompe, qualcosa resta a mezz’aria: qualche bambino inciampa, va per terra e impara che la vita è fatta anche di momenti in cui si cade. E poi ci si rialza. A questo punto, per quanto concerne l’aspetto compositivo e stilistico, dalla lettura dei lavori emergono due fattori decisivi: il primo è la scelta, da parte dell’artista, di attingere, rispetto alle opere precedenti – più intense dal punto di vista cromatico e più felliniane nella composizione -, a una tavolozza molto più delicata, fatta di toni pastello, delicati e puliti. La scelta del bianco (o piuttosto un bianco/grigio) come dominante rimanda a un significato simbolico: il bianco è il non colore che tutti i colori annulla e che tutti li contiene. Una sorta di alpha e omega di tutte le possibili cromie. Risalta poi l’attenzione alla componente architettonica. Nel lavoro sulla maternità, ad esempio, le architetture disegnano il ritmo compositivo del lavoro in una maniera quasi rinascimentale, evocando alla lontana certe opere di Piero della Francesca. Qui un’architettura in costruzione fa da contrappunto alla donna in attesa, non giovanissima e, in modo un sarcastico, un palloncino gonfiato, sullo sfondo, ricorda mammelle animali.Una esplicita e ficcante citazione dell’iconografia classica è presente nel lavoro dedicato al tema della Carità Romana, dove la simbologia antica si sposa a perfezione con un’ironica interpretazione del tempo presente: nella metafora, il vecchio continente si allatta a una pietosa e generosa giovane donna di colore, simbolo dei paesi emergenti.In un altro lavoro un vecchio tiene in braccio un bambino, simile al celebre Vecchio del Ghirlandaio, mentre sullo sfondo un gioco di architetture antiche e moderne scandisce il ritmo volutamente anacronistico del lavoro. La contrapposizione di tempi e spazi, o architetture che si fanno luoghi simbolici e astratti, è ancora più evidente in Epoca. Qui un gruppo di persone anziane, in un ambiente futuribile, siede intorno a un classico busto di Platone. Sullo sfondo alcuni bambini giocano con una babysitter dai capelli vistosamente bianchi, mentre una donna in primo piano tiene in mano una copia del giornale L’Epoca di un tempo passato, lasciando allo spettatore il compito di interpretare l’immagine: di cosa si tratta? eterno ritorno? anacronismo? ironia?Analogamente Eaux du monde (Le acque del mondo, realizzata nel corso di una residenza di Valade a Bordeaux) mostra un gruppo di eleganti persone anziane invitate a un evento mondano, in alto i calici. A ben guardare scopriamo che si tratta di una degustazione di acqua, non di vino, come ci si aspetterebbe: sintomo dei tempi e dei cambiamenti epocali che ci attendono, in cui l’acqua diventa merce rara e preziosa e fa già tendenza sceglierne la marca, il tipo, la qualità. In altri lavori, come in particolare nelle due opere che ritraggono coppie di gemelli anziani, il tema della terza età diventa riflessione sul tempo che scorre, sulla storia personale e su come la vita ci cambia e ci trasforma, senza che quasi ce ne accorgiamo. Le coppie di gemelli, entrambe monozigote (in un lavoro è presente il rimando a questo concetto con delle uova poste sul pavimento, sullo sfondo), nascono con volti identici: ma la vita li cambia e storie diverse si leggono nelle espressioni dei loro occhi, sui loro volti, corpi, abiti. Qui lo sguardo di Valade si fa più introspettivo, delicato, intimo. In un altro lavoro una donna anziana, che si regge a un bastone, accudisce la figlia malata. La donna più giovane tiene un fiore in mano e vi fissa gli occhi, forse cercando di evocare una bellezza perduta, come faceva un personaggio di Kundera tenendo stretto in mano un fiore in mezzo alla folla ostile di una metropoli. In alto, a muro, piatti un po’ kitsch e un macabro orologio nero sembrano segnare una croce. Forse per ricordarci purtroppo che a volte le cose non vanno come vorremmo, a questa foto manca il “lieto fine”: se non nell’allusione alla bellezza e alla poesia che resistono, testimoni (speriamo) del futuro possibile più ancora che del passato alle nostre spalle. Viene in mente ancora James Hillman quando, citando Roland Barthes, distingue il tempo, chronos, della biologia e il chronos della passione e sottolinea come nei lavori dell’ultimo Rembrandt “le devastazioni rappresentate non sono tanto l’effetto del tempo che passa quanto del pathos della vita”. Se secondo Lévinas l’età plasma il volto, tracciando sul viso quella “domanda” così vincolante e imperativa alla responsabilità e alla solidarietà del prossimo, in questi lavori il corpo assume la stessa funzione: narra una storia, è parte di quei visi, di quelle facce, si mostra e interroga, chiama in gioco. È così che la vecchiaia, ancora secondo Hillman “trasforma il corpo in una metafora” .Tuttavia occorre tener presente che, sempre seguendo lo psichiatra nella sua riflessione, invecchiare “non è un accidente. È una necessità della condizione umana; ed è l’anima a volerlo”. In altre parole, il fatto stesso che la vecchiaia esista testimonia come lo scopo dell’essere umano e della sua vita debba necessariamente porsi oltre la mera capacità operativa, riproduttiva e funzionale della persona e del suo corpo. Insomma, la natura prevede un periodo, lungo, della vita il cui senso, in una società marcatamente consumistica come la nostra, può sfuggire. Eppure se questo tempo esiste, un senso ci deve essere e non può essere di poco conto.Senza dimenticare che la vecchiaia di cui qui si parla è anche e soprattutto quella del nostro mondo e dei nostri modelli sociali, possiamo allora provare a pensare questo tempo dell’anima come luogo dell’essenzialità, dell’essere costruttivi e autentici, e soprattutto, come per i greci voleva il dio Saturno, come luogo di evoluzione e di cambiamento. In altre parole, è questo il tempo di diventare ciò che siamo, parafrasando Nietzsche, senza raccontarci più né favole, né scuse, né farci illusioni.Come sembrano voler suggerire molti lavori in mostra, non sono dunque i vecchi a dover essere allontanati o “rottamati”, ma le idee vecchie, che ci invecchiano e logorano corpo e spirito: è lì che si gioca il vero rinnovamento e la realizzazione dei nostri sogni. Così, in questo implacabile Zeitgeist la domanda profonda e urgente, che ci tocca inevitabilmente tutti e che i volti delle immagini di Valade paiono porre, ha a che fare con il chiedersi onestamente: adesso, “rispetto a ciò che realmente sono, dove mi trovo?”. E la risposta non può essere che una spinta a cambiare, evolversi, consapevoli del proprio tempo, privato e condiviso, alla ricerca di nuovi e magari inattesi modi di essere. Seguendo il chronos della passione e non quello meramente biologico. Per giungere a questo – sempre seguendo Hillman, e come suggeriscono le immagini in mostra – dobbiamo però essere capaci di lasciarci coinvolgere senza riserve nei fatti della vita, con curiosità e coraggio : ci vuole “la forza di abbandonare le idee vecchie per abbandonarsi alle idee strane, attuando uno slittamento del significato e dell’importanza degli eventi che temiamo.” Insomma, tanto nell’arte, quanto nella vita, ci vuole il coraggio di essere curiosi.

Maria Cristina Strati

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Curiosity and courage

“Old men should be explorers” T.S. Eliot
“We live just for these twenty years. Do we have to die for the fifty more?” David Bowie
The works of Aurore Valade are made to be read. You need to be curious, let your gaze run across the whole image then go into the details, studying every single part. Just like when you read a book.
I think this premise is very useful when approaching the work of this promising artist, whose paintings, far from being mere photographic shots, reveal themselves as true paintings, or tableaux, to translate the term into Valade’s mother tongue. The word tableau also appropriately describes the complexity in the composition and in the making of these works, both in terms of technique and project.
As we approach Valade’s works, let us take our time and give them all the attention they deserve. Let us read the writings, study the poses, geometries, references: for nothing in these images is accidental – everything talks and waits to be interpreted.
Architectures, spaces, objects, characters and faces move within the general compositional harmony: like a gaze or the traits of a face, the scars and signs of aging, they tell us about the different stages of life and individual history, all condensed in a face that turns to us, as Lévinas would have it, with the urgency of an existential issue, as pressing as it is unavoidable.
For this exhibition project, Aurore Valade chose an unusual, daring subject as her guideline: old age. This could be the best example of photographic images as ‘theory’, in its literal meaning as sequence, but also as reasoning that leads to results and helps formulate new questions, which in turn raise new issues.
As everyone knows, senility is a highly relevant topic today. On the one hand, we talk about an increasing longevity of the population, especially in Western countries. On the other hand, we feel a growing need, even an urgency, for a generation turnover not only at the top level of institutions, but everywhere.
According to a report presented in January 2013 by Comunità di Sant’Egidio and published by the United Nations Population Fund (UNFPA) and the HelpAge International association, in the 21st century the senior population will grow exponentially compared to adults and children, and such a transformation cannot but radically change the present social structure. These reflections raise a number of issues (acceptance of physical and mental aging, social security, etc.) as well as opportunities (seniors can turn out to be a resource for the country, from an economic and social point of view): in other words, today old age is a topic that can hardly be ignored and must be confronted, without falling into clichéd traps.
The title of the project suggests that sometimes age can even become a sort of new golden age: a ‘grey gold’ we might say, using a current French expression that describes the social, sometimes also economic, potential that elderly people have today in our communities.
But there is more to it: if we view senility as the age of wisdom, decline and twilight, then the subject can be read from another angle, and turned into a metaphor for much broader issues that involve the society, the history, even the fate, of our Western world.
So when we talk about the Old Continent, referring especially to Europe, we are using a metaphor that is very close to reality.
But what does this old age look like? What end, what decline are we talking about? Of course, what is at stake here is much more than the personal, private aging of every individual: we sense that there is something both vaguer and deeper, having to do with the spirit, as it were, of our present world, with its prospects and possible chances. This intuition is strong in the project of Aurore Valade, who elaborates on the subject accurately and perceptively, at times dramatically, but always with a touch of irony.
Thus we come to realize that the shades of grey (or better of grey gold) are many more than fifty, and have to do with issues, to which we are all sensitive, whether we like it or not.
The reference to the popular erotic novel is obviously ironic, although not out of place, since love and eroticism are a strong presence in this exhibiting project, and it’s no accident.
Just think of the two works Valade created during her residency at La Napoule Castle, Clews Center for the Arts (Henry & Marie Forever I e II): a couple of elderly lovers is portrayed in two situations, in which they are carried away by passion. In the first case, the two are embracing in the middle of a white room, next to a work that also depicts a love act. It is a work by Henry Clews, the artist who once owned the castle, and whose ghost is believed to haunt the old rooms, still madly in love with his Marie. In this image we can read the names of Henry and Mary sculpted on the wooden door – an old door, bolted, closed, like time or an intimate moment, along with other sexual and amorous symbols. In the second image we find the couple in a place that is more difficult to define: bedroom? church? Classroom? Or is it a sacred place, as the high vaults seem to suggest? Here the couple is sitting in a clearly sexual pose, among objects that evoke phallic symbols. And two rabbits.
According to an ancient symbolism, if a work of art depicts one single rabbit, the artist wants to suggest marital purity and chastity. But if the rabbits are two, the allegory is much more profane: it is an explicit reference to erotic love, to libido. Here, too, what we have is sex, passion – no misunderstanding about it.
In other words, what we are given is not the image of old age one would expect: what prevails is love of life, a celebration of the freedom to express oneself, and a desire for experience that defies time and biology, in a constant search for new ways of being oneself.
Which makes us realize that, as Jungian psychiatrist James Hillman wrote, discovery and promise do not belong solely to youth: age is not excluded from revelation .
But what revelation are we talking about? The revelation Hillman refers to is the emergence of a fully fledged individual character and its force. This hypothesis is all the more interesting if we follow both reading levels: the age we have to do with is not (only) personal; it is also (most of all?) the aging of a world, of an epoch. Our epoch.
Whatever reading level we choose, after the revelation, after the discovery, we need to take the next step. In both our private and public life, we reach a point when we need to stop picturing ourselves at the beginning of a journey, and start feeling adult – taking our lives into our hands and go get what we deserve. This is a problem that deeply affects a whole generation of young Europeans, who live between precarity and the clichés imposed by society and the media. But what is to be done?
Masques de vieillesse (masks of old age) shows children who have fun playing the role of old people, wearing carnival (or death?) masks on their faces. Half-way between (psycho)drama and the metaphor of a necessary vitality, these children are actually playing with time and mystery. Everything falls, something breaks, something else stops in midair: some children stumble, fall to the ground and learn that in life there are moments when you fall down. And then you get up again.
In regard to the compositional and stylistic aspect, two key factors emerge from the reading of the works: the first is the artist’s choice to use a much more delicate palette, with pastel hues, soft and plain. The choice of white (or rather a white/grey) as the dominant color has a symbolical meaning: white is the non-color that obliterates all colors and contains them all. A sort of alpha and omega of all possible tones.
What also emerges is the attention Valade pays to architecture. In her work on motherhood, for example, architecture sets the compositional rhythm of the work in an almost Renaissance-like way that vaguely evokes certain works by Piero della Francesca. Here, architectures under construction contrast with the not-so-young woman expecting a child, and with the sarcasm of the inflated balloon in the background, evoking animal breasts.
An explicit, insightful citation of classical iconography appears in a work entitleds Carità Romana (Roman charity), in which an ancient symbolism perfectly blends with an ironic interpretation of our present time: in this metaphor, the old continent is breast-fed by a compassionate, generous young woman of color, symbolizing the emerging countries.
In another work an old man is holding a child in his arms, a scene that recalls Ghirlandaio’s Old man and his grandson, while in the background a mix of ancient and modern architecture marks the deliberately anachronistic rhythm of this work.
Elements like the opposition of time and space, or architectures that become symbolical, abstract places, are even more evident in Epoca. In this work a group of elderly people in a futuristic environment sits around a classic bust of Plato. On the background, some children are playing with a visibly white-haired babysitter, while a woman in the foreground is holding a copy of the magazine Epoca from long ago, leaving it to the spectator to interpret the image: what is it about? Eternal recurrence? Anachronism? Irony?
Similarly, Eaux du monde (The waters of the world, created as part of a residency the artist spent in Bordeaux) shows a group of elegant seniors attending a social event, with their glasses raised. A closer look, however, reveals that it is not a wine tasting as one would expect, but a ‘water tasting’: a sign of the times and of the epoch-making changes that expect us: since water is now a rare, precious merchandise, it has become fashionable to choose its brand, type, and quality.
In other works, in particular the two works portraying couples of elderly twins, the theme of old age takes the shape of a reflection on the passing of time, on personal history and the way life changes people without them ever noticing it. The twin couples, both monozygotic (in one work, the eggs placed on the floor are a reference to this notion), are born with identical faces, but life changes them and their different stories can be read in the expression of their gazes, on their faces, bodies, clothes. Here Valade’s look gets more introspective, delicate, and intimate.
In another work an elderly woman, resting on a stick, is looking after her sick daughter. The younger woman holds a flower in her hands and looks straight into your eyes, maybe trying to evoke a lost beauty, like the Milan Kundera character clutching a flower in the middle of a hostile crowd in a big city. Hanging above on the wall, some tacky dishes and a sinister black clock seem to form a cross. Perhaps to remind us that, unfortunately, things sometimes do not work out as we would like, this photo has no “happy end” – except for the allusion to beauty and poetry, which live on as a testimony to a (hopefully) possible future, rather than to the past we left behind.
Again I think of James Hillman when, quoting Roland Barthes, he makes a distinction between the time (chronos) of biology and the chronos of passion, emphasizing how, in the late works of Rembrandt, the ravages depicted are not so much the result of passing time, but of the pathos of life .
While Lévinas maintained that age shapes the face, writing on it a necessary, peremptory “question” about responsibility and solidarity towards other people, in Valade’s works the same function is performed by the body. It tells a story, it belongs with those expressions, it manifests itself, asks questions, calls into play. This is the way in which old age, again according to Hillman, turns the body into a metaphor .
However, if we continue to follow the psychiatrist’s reasoning, we find that aging is not an accident. It is a necessity of the human condition, and is required by the soul . In other words, the very fact that aging exists proves that the goal of human beings in life must go beyond the merely operational, reproductive and functional ability of the body. Nature created this long life span, whose meaning can be elusive in a strongly consumer-oriented society like ours. Yet if this stage exists, there must be a reason for it, and it must be anything but trivial.
Keeping in mind that the senility Valade talks about is also, or above all, that of our world and our social models, we could try to think about this age of the soul as the place of essentiality, of being constructive and authentic, and most of all, as the god Saturn wanted of the Greeks, as the place of evolution and change. In other words, it is a time for becoming what we are, as Nietzsche put it, without telling tales, making excuses, or harboring illusions.
As many works in this exhibition seem to suggest, it is not old people whom we have to reject or “discard”, but old ideas, which make us older, wearing out our body and spirit: here lies true renewal and the fulfillment of our dreams.
Thus, in this implacable Zeitgeist, the profound, pressing question that inevitably concerns us all, and seems to be reflected in Valade’s faces, has to do with our ability to honestly ask: “where do I stand now in relation to what I really am?” . And the answer you give to this question cannot but push you to change, evolve, become aware of your time, private or shared, and search for new and possibly unexpected ways of being. You do this by following the chronos of passion, not the merely biological chronos.
But in order to reach this goal, again according to Hillman, and as the images in the exhibition suggest, we must be able to get involved in the facts of life candidly, with curiosity and courage : in the words of Hillman, it takes the strength to leave our old ideas to embrace strange ideas, and create a shift in the meaning and importance we attribute ti the events we fear. Ultimately, in art as in life, what it takes is the courage to be curios.

Maria Cristina Strati