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Paola Risoli

Bidonville
From 12.02.2010 to 03.04.2010

Paola Risoli – Bidonville – Installation view
Bidonville - Installation view
Paola Risoli – Bidonville I
Bidonville I
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 cm h
Paola Risoli – Bidonville I, detail
Bidonville I, detail
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 cm h
Paola Risoli – Bidonville II
Bidonville II
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 cm h
Paola Risoli – Bidonville II detail
Bidonville II detail
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 cm h
Paola Risoli – Bidonville III
Bidonville III
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville III, detail
bidonville III, detail
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville IV
bidonville IV
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville IV, detail
bidonville IV, detail
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville V
bidonville V
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville V, detail
Bidonville V, detail
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville VI
Bidonville VI
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville VI, detail
Bidonville VI, Detail
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville VII
bidonville VII
2010
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville VII, detail
Bidonville VII, Detail
2010
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm
Paola Risoli – Bidonville/3
bidonville/3
2009
mixed media
58,5 diam. x 90 h cm

Bidonville

Paola Risoli

Gagliardi Art System è lieta di presentare Bidonville, nuovo progetto dell’artista Paola Risoli.

Bindonville è la città dei bidoni: sette bidoni in ferro da 200 litri – 7 come le 7 Sorelle – contenenti un tempo gasolio, oli combustibili, lubrificanti, petrolio, si ergono nella penombra del site-specific. Ciascuno ha una storia alle spalle fatta di ammaccature, graffi, morsure di ruggine, colate nere di olio combusto sul metallo; sopra alcuni, ancora leggibili, le sigle in codice e i nomi dei liquidi custoditi. Aggirandosi tra queste insolite “colonne” se ne scoprono le aperture, che rivelano, all’interno di essi, un mondo: angoli di abitazioni o di isolati urbani, accesi da luci e ombre. L’artista vi ha dato forma secondo la tecnica originale, messa a punto a partire dagli anni Novanta, degli Interiors: ricostruzioni miniaturizzate di interni vissuti, di sapore cinematografico, che raccontano storie e sensazioni attraverso l’uso di materiali poveri e lampadine. I bidoni sono inoltre scarto, rifiuto. Risoli li recupera, sporchi di grasso, gasolio, ruggine, in depositi di ferraglia o in centri di raccolta differenziata dei rifiuti. Comincia quindi un lungo lavoro di pulizia, nel quale le suggestioni della cavità nuda del fusto con le sue pareti di ferro contribuiscono a figurare nella mente dell’artista il particolare contenuto, il mood di ogni interno. La scelta dei barili serve poi la poetica dei contrasti, connaturata all’artista: riempiti di storie e sensazioni attraverso una costruzione attenta, vivono nel contrasto tra un fuori grezzo, crudo, fatto di duro ferro, respingente e un dentro minuto, quasi delicato, che attrae, invita ad entrare nel calore delle luci, a sprofondarsi in ambienti (cucine, monolocali, studi …) in cui le cose raccontano le persone. Il progetto acquisisce respiro e complessità ulteriori nella sperimentazione multimediale: accanto al blocco dei bidoni, cinque grandi stampe fotografiche indagano e ripropongono in modo differente gli spazi. L‘obiettivo fotografico inquadra porzioni dell’interno dei bidoni, penetrandone l’ambiente intimo. Ne nascono immagini dai contrasti esasperati tra luci ed ombre, del tutto autonome rispetto al lavoro in 3 D, nelle quali si palesa la prossimità al linguaggio cinematografico nel modo tutto personale dell’artista di restituire il reale e l’immaginario. All’obiettivo della fotocamera si aggiungono quelli di quattro web-cam, inserite in uno dei barili, in luoghi d’osservazione impossibili da raggiungere all’occhio umano. Come le micro-telecamere della sorveglianza, poste ad altezze e angolature particolari, le webcam propongono un punto di vista nuovo, insolito, talvolta forzato e spaesante. Sui monitor le immagini digitali – complici il filtro e la distanza creati dalla bassa risoluzione – restituiscono una bidonville “altra”, dentro la quale il visitatore può “muoversi” grazie ad un software che permette di selezionare le inquadrature sullo schermo. Le webcam, solitamente usate in unione al volto e alla parola per comunicare con l’esterno, indagano qui l’assenza di visi e di suoni di un mondo interno.

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Bidonville

Paola Risoli
Gagliardi Art System is happy to present Bidonville, a new project by artist Paola Risoli.
Bindonville (Shantytown) is a city of bins: seven 200-liter iron bins – 7 like the 7 Sisters -, which once contained gasoline, fuel, lubricants, and oil, loom in the shadow of the site-specific installation. Each carries its own story, made of dents, scratches, rust bites, solidified black flows of burnt oil on metal; some of them still carry legible coded acronyms, along with the names of the fluids they used to contain. Walking among these unusual “pillars”, you can spot their openings, which reveal a hidden inside world: corners of houses or of urban blocks, alive with lights and shadows. The artist shaped them according to the original technique of Interiors, developed from the 90s: miniatured reconstructions of real-life, cinema-like interiors, which tell stories and sensations through the use of ‘humble’ materials and light bulbs.
The bins are also discarded things, waste. Risoli picks them up, smeared as they are with grease, gasoline, and corroded by rust, in metal depots or centers for differential waste collection. Then she begins a long cleaning work, during which the suggestions of the drum’s naked cavity, ands its iron walls, help the artist visualize a specific content, the mood of each interior.
The choice of barrels also has to do with the artist’s inborn esthetics of contrast: filled with stories and sensations created by an accurate construction, they exists in the contrast between a raw, crude outside, made of a hard, rejecting material like iron, and a minute, almost delicate, inside, which attracts and invites observers to enter and immerse themselves in the warmth of the lights, into environments (kitchens, one-room flats, study rooms…) where things tell about people. The project is enhanced by an experimental multimedia part, which adds to its complexity: next to the block of bins, five large photo prints analyze the spaces, recasting them in a different way. The photo objective frames portions of the bins’ inside, penetrating their intimate environment. The resulting images, which show an exasperated contrast between lights and shadows, are completely independent of the 3D work. They reveal their proximity to the language of cinema in the artist’s highly subjective way of rendering reality and imagination.
The photo camera’s objective is further enhanced by that of four web cams installed into one of the barrels, in places of observation unreachable for the human eye. Like surveillance micro-cameras, placed at particular heights and angles, the web cams offer a new, unusual point of view, sometimes forced and disorienting. The digital images on the monitor’s screens – aided by the filter and the sense of distance created by low resolution – reflect an ‘other’ bidonville, inside which the visitor can ‘move’ thanks to a software that allows to select the framings that appear on the screen. The web cams, usually employed to allow our faces and words to communicate with the outside world, here inquire into the absence of faces and sounds of an inner, inside world.

Bidonville
di Vittorio Falletti

Ci sono molti modi di esplorare e rappresentare la contemporaneità, per un artista. Paola Risoli fa – da sempre – scelte impegnative: sul piano narrativo, estetico ed esecutivo. Frutto di oltre un anno di intenso lavoro, “Bidonville” ne è l’ennesima e probabilmente la più rilevante testimonianza.

Sette bidonidipetrolio sette, come le note ‘sorelle’, produttrici d’oro nero e di connesse opulenze e sofferenze umane. Sgrassati e ripuliti all’interno, segati col flessibile per realizzarvi aperture laterali, quindi ‘riempiti’ con ricostruzioni miniaturizzate di vari ambienti (gli interiors): l’uno diverso dall’altro, tutti parzialmente-magicamente illuminati. Stampe fotografiche di grandi dimensioni che esaltano particolari delle ambientazioni interne dei bidoni completano l’allestimento.

E’ una bidonville accattivante, che invita a non fermarsi alle apparenze (la durezza e la rozzezza del metallico vecchio bidone) ma ad andare oltre, ’dentro’ e trovare situazioni inconsuete, spiazzanti, emozionanti. Una bidonville capace di comunicarci – come in un romanzo di Genet – che ogni dimensione umana, anche la più povera, marginale e a prima vista fastidiosa, può nascondere una sua speciale bellezza e ‘ricchezza’.

Negli interni, realizzati con materiali di recupero, troviamo ricostruzioni sorprendenti di ambienti domestici e non, scritte, un codice a barre, immagini, oggetti usati e abbandonati: l’armonia cromatica e l’equilibrio compositivo (ma anche i singoli dettagli, esaltati nelle stampe fotografiche), valorizzati dai giochi di luce generano una tensione estetica intensa e raffinata. E non è per nulla banale il passaggio ‘dalla raffineria alla raffinatezza.’ Né vuole essere un giochino semantico. C’è da parte dell’artista il desiderio di ridare senso e dignità a cose abbandonate, così come di valorizzare le potenzialità di alcolisti, tossicodipendenti, malati mentali, con i quali da anni realizza laboratori artistici. E c’è l’urgenza etica di attirare l’attenzione sulle bidonville vere, dove l’agenzia delle Nazioni Unite Onu-Habitat prevede che nel duemilatrenta abiteranno circa due miliardi e mezzo di persone.

L’attenzione per problematiche scottanti della contemporaneità, oltre all’utilizzo della tecnica dell’assemblaggio con materiali recuperati, crea un collegamento ideale tra il lavoro di Paola Risoli e quello dell’ artista americano Edward Kienholz.

Significative – però – le differenze, a cominciare dai formati delle installazioni: le più importanti ricostruzioni di Kienholz erano infatti a grandezza naturale (come lo sono, oggi, quelle di Robert Kusmirowski) mentre la Risoli lavora sempre su scala ridotta, anche reinventando gli oggetti: così la gabbietta del tappo di champagne diventa sgabello, il contagocce si fa bottiglia, il blister dell’aspirina ciotola. E poi i piccoli ambienti sono sempre ospitati da contenitori: bidoni, vecchi televisori, taniche, ecc.

Ma il più significativo elemento di originalità è rappresentato dalla cifra stilistica ‘cinematografica’ che informa la narrazione di Paola Risoli (laureata in storia e critica del cinema e cinefila). Le sue installazioni sono ‘fotogrammi mentali’, o ancor meglio ‘fermi immagine’. Istanti indimenticabili di un film d’autore in cui l’ambiente è così sapientemente costruito e illuminato da sembrare vero; in cui basta una lampada accesa o la pentola sul fornello a evocare una presenza e farci partecipi di una storia. Ne è ben consapevole l’artista, che per questa mostra ha voluto che i suoi bidoni fossero collocati in una stanza poco illuminata e ha realizzato sgabelli che consentono allo spettatore di osservare con calma e da vicino la scena. Come al cinema.

L’opzione estetica scelta da Paola Risoli ha rilevanti implicazioni sul versante teorico-concettuale, collegandosi idealmente il suo lavoro a un filone altissimo dell’arte contemporanea, che va da Rothko a Murakami, passando per Warhol. La parola-chiave è flatness. Facciamo un salto indietro nell’immediato dopoguerra. Il grande critico Clement Greenberg teorizza l’urgenza della bi-dimensionalità in pittura: l’artista deve smettere di cercare la terza dimensione, già mirabilmente e in tutti i modi possibili rappresentata, da Giotto in poi, e accettare che il quadro sia una superficie piatta. Un inno, oltre che un’esortazione, alla “piattitudine”, perfettamente rappresentata dagli artisti del celebre movimento degli anni cinquanta che va sotto il nome di “Color field painting”. L’impianto teorico è così pregnante che quando, alcuni anni dopo, Leo Steinberg e William Rubin (con Lawrence Alloway) danno corpo alla pop art, sottolineano come l’iconografia della nuova corrente si rifaccia a immagini già esistenti e note (specie dalla pubblicità): la vera essenza estetica della lattina Campbell’s Soup, prodotto di largo consumo fortemente reclamizzato in fotografie pubblicitarie è perciò “piatta”, come le fotografie, e la pop art ‘sta dentro’ il concetto di flatness. Concetto forte e non dimenticato da artisti colti anche in anni molto più recenti: Takahashi Murakami definisce “superflat” la sua estetica, nella quale sia la pittura sia gli allestimenti multidimensionali hanno anch’essi una natura piatta, in quanto si ispirano a popolari immagini manga dei fumetti a larghissima tiratura.

In modo analogo Paola Risoli ci conduce nella dimensione cinematografica, da schermo piatto, proponendoci una originale e intensa variante estetica di flatness, della quale le stampe fotografiche dei particolari diventano parte integrante, in un inedito gioco tra media. Di più. Come in una dimensione onirica simmetrica a quella del Woody Allen de “La rosa purpurea del Cairo” dove il personaggio esce dal film per avventurarsi nel mondo reale, l’artista ci permette – grazie a webcam – di entrare nella ‘pellicola’ ed esplorare – dal di dentro – magie e contraddizioni dei luoghi in cui si svolge il ‘Sud dell’esistenza’. Well done, Paola!

Vittorio Falletti

Università di Torino e Accademia Albertina delle Belle Arti

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Bidonville
by Vittorio Falletti

There are many ways for an artist to express and represent contemporary reality. Paola Risoli has always made demanding choices – narratively, esthetically, and operationally. “Bidonville” is the product of over one year of intensive work, the last of a long series, and probably the most significant evidence of this type of choice.

Seven bidonidipetrolio (oil barrels) – seven, like the well-known ‘sisters’ who produce black gold, as well as the resulting opulence and human suffering. The bins were degreased, their inside cleaned, and openings were made on their sides with an electric circular saw, then they were ‘filled’ with miniatured reconstructions of a series of settings (the interiors): they are all different, and all are partially (magically) lit. Completing the display are large-size photo prints highlighting details of the bins’ interiors.

Risoli’s is an inviting bidonville, a shantytown that encourages us not to stop at appearances (the hardness and roughness of an old metal bin) but to go beyond, ‘inside’, to find unusual, disorienting, emotionally charged situations. This particular shantytown can teach us – like a Genet novel – that every human reality, even the humblest, most marginal and at first sight annoying, can hide its own special beauty and ‘richness’.
The interiors, created with recycled materials, contain surprising reconstructions of homes and other settings, written signs, a bar code, images, used and discarded objects – the chromatic harmony and the balanced composition (but also individual details highlighted by the photo prints), underlined by the playing of light generate an intense, subtle esthetic tension. Thus the passage from refinery to refinement is not trivial at all. Nor is it intended as a semantic play on words. The artist starts from her desire to restore abandoned things to their meaning and dignity, as well as to highlight the potential of alcoholics, drug addicts, and mental patients, with whom she has created art workshops for years. She is also motivated by an ethical urgency to draw attention on real shantytowns where, as the Onu-Habitat UN agency predicts, around two and a half billion people will live in 2030.

Paola Risoli’s concern for the burning issues of today, as well as her assemblage technique using salvaged materials, creates an ideal link between her work and that of American artist Edward Kienholz.

There are, however, significant differences, first of all the size of the installations: the most important reconstructions by Kienholz were actually life-size (like Robert Kusmirowski’s are today), whereas Risoli always works on a smaller scale, even reinventing her objects – the small champagne cork cage becomes a stool, the medicine dropper a bottle, the aspirin blister pack a bowl. Also, these small environments are always placed inside containers: bins and barrels, old TV sets, gasoline cans, and so on.

But what is really unique is the ‘cinematic’ style that informs Paola Risoli’s narrative (she has a degree in film history and critic, and is a cinephile). Her installations are ‘mental photo frames’ or, even better, film stills, unforgettable moments of an auteur movie where the setting is so accurately built and lit that it looks real; where a lit lamp or a pot on a stove are enough to evoke a presence and make us part of a story. This the artist knows well, so for this exhibition she asked that her bins be placed in a poorly lit room, and she built stools for spectators to bring them close enough to the scene and let them observe it easily.

The esthetic option embraced by Paola Risoli has significant theoretical-conceptual implications. It ideally connects her work with one of the leading trends in contemporary art, which goes from Rothko through Warhol up to Murakami. The key word is flatness. Let us jump back to the time immediately after WWII, when a great critic, Clement Greenberg, theorized the urgent need for two-dimensionality in painting. The artist had to stop searching for the third dimension, which had already been amazingly represented in all possible ways, from Giotto onwards. He must accept the fact that the painting is a flat surface. Greenberg’s hymn (and exhortation) to ‘flatitude’ was perfectly embodied by the artists belonging to the famous 50s movement referred to as “color field painting”. His theoretical edifice was so meaningful that a few years later, when Leo Steinberg and William Rubin (with Lawrence Alloway) gave shape to pop art, they emphasized the fact that the iconography of the new movement drew from already existing, known images (especially advertising imagery). Therefore, the true esthetic essence of the Campbell’s Soup can, a mass consumption product aggressively advertised in photo ads, is “flat”, like photos, so that all pop art ‘lies inside’ the idea of flatness. It is a strong idea that was destined to be remembered, even in very recent years: Takahashi Murakami, for instance, describes his own esthetic as “superflat”, a vision where even multi-dimensional settings have a flat quality, being inspired by popular images drawn from big-selling manga comics.
Similarly, Paola Risoli leads us into a cinematic dimension, a flat-screen world, offering us an original, intense take on the flatness esthetic, where the photo prints of details play an integral role, in a unique interplay of different media. But there’s more. As if in a dream-sequence parallel dimension to Woody Allen’s “The Purple Rose of Cairo”, where the protagonist steps out of the movie to venture into the real world, the artist allows us – with the use of webcams – to enter the ‘film’ and explore, from within, the magic and contradictions of the places it is set in, i.e. the ‘South of existence’.
Well done, Paola!