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PAST Exhibitions
Carlo Steiner

Epoché
From 11.11.2007 to 05.01.2008

Carlo Steiner -Cell
Cell
2007
alveari di vespe, rete metallica, casse acustiche
60 x 30 x 40 cm  
Carlo Steiner -Das
Das
2007
panetti di das, cerniere metalliche, viti
dimensioni variabili  
Carlo Steiner -Epoché
Epoché
2007
DVD 2’58”
video still  
Carlo Steiner -Herald l
Herald l
2007
ceramica refrattaria, resistenza di nichel cromo
25 x 35 x 10 cm
Carlo Steiner -Pressato
Pressato
2007
ostia
95 x 95 x 13 cm
Carlo Steiner -Regina
Regina
2007
plastilina, cera su legno
200 x 340 cm  

Epoché

Epoché, la seconda personale di Carlo Steiner da GAS, Gagliardi Art System presenta sei nuovi lavori dell’artista in un dialogo serrato che si sviluppa sui due piani della galleria dando vita ad una mostra del tutto inedita che conferma e avvalora al tempo stesso gli elementi tipici dell’indagine di Steiner: la sperimentazione sulla materia e lo studio dei fenomeni, naturali e sociali. Esemplificativa di tutta la sua produzione passata e punto di partenza per quella attuale e futura, la mostra mette a confronto due diverse modalità di percezione del mondo: quella primordiale, ancestrale, e quella moderna, tecnologica. In questo senso si svela anche come un’indagine da parte dell’artista sul proprio ruolo rispetto al mondo circostante. Il titolo della mostra, Epoché, è infatti il termine greco che designa l’astensione del giudizio sulle cose e sui fatti del mondo,in modo da permettere ai fenomeni che giungono alla coscienza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta (come se li si considerasse per la prima volta). E’ quindi un invito a vivere il nostro tempo – forse una svolta epocale? – senza alcuna presunzione né pregiudizio, a raggiungere, come dice l’artista stesso, «una capacità di sentire che attinga a modalità diverse da quelle che hanno caratterizzato fin qui la nostra civiltà occidentale.» Carlo Steiner propone una visione “originale” delle cose”, considerandole nel loro primo apparire, conservando di esse lo stupore che accompagna la scoperta. Al piano inferiore della galleria “Epoché”, con cui l’artista si confronta per la prima volta col linguaggio video, dà il nome alla mostra illustrando proprio lo strappo, la scissione irrisolta, che c’è tra una concezione primordiale e una concettuale; il rapporto enigmatico che c’è tra una farfalla di ostia, un oggetto artefatto, in relazione con il mondo marino, che, privo di coscienza, lo considera invece in altro modo. Il dialogo tra fysis e tecnè, natura e mondo, continua anche in “Cell”, dove due alveari che diffondono un brano musicale mettono a confronto la perizia quasi scientifica di insetti laboriosi come le api e l’abilità compositiva di un musicista Al primo piano invece è l’uomo a dettar legge, ad appropriarsi delle leggi della materia, ad attuare la sua volontà attraverso categorie di rappresentazione proprie. Il Cristo di “U’Gioia” racchiude in sé tutto il senso di sacralità di cui da sempre l’uomo si alimenta, ma al tempo stesso il concentrato di pomodoro che gli dà la forma diffonde un aroma di paganità che svela l’irrisolta contraddizione di cui l’uomo è protagonista. “Herald”, allo stesso modo, disegna la gravità di un passato familiare di cui l’araldica è sinonimo, riducendolo ad una stufa da salotto; mentre “Regina”, nella sua splendente preziosità, odora della muffa di una aristocrazia fittizia, vittima di un consumismo inaridente. Per l’occasione verrà pubblicato un catalogo bilingue (italiano/inglese), edito da Gagliardi Art System, in cui verrà presentata tutta la produzione dell’artista

Epoché

FÁSIS KRUPTESQAI FILEI
Epoché è una riflessione della e sulla modernità, uno sguardo sorpreso sul mondo in continua mutazione. Epoché1 è il termine greco che designa l’astensione del giudizio sulle cose e sui fatti del mondo. E’ il termine che Carlo Steiner sceglie per denominare il suo processo di assimilazione dei fenomeni in transizione: nessun intento descrittivo o raziocinante, ma la libertà di lasciar giungere le cose alla coscienza senza alcuna visione preconcetta, lo sviluppo, dice l’artista, di una “capacità di sentire che attinga a modalità diverse da quelle che hanno caratterizzato fin qui la nostra civiltà occidentale”. La rivoluzione scientifica, come quella tecnologica e mediatica, hanno allargato i nostri sensi e le nostre capacità percettive, hanno offerto nuove possibilità. Al tempo stesso il progresso chiama in causa e afferma la potenza di una ragione auto-fondata che detta gli ordini di tutti i fenomeni. Ne sorge la lotta tra stupore e disincanto, tra il lasciarsi sorprendere da una “natura che ama nascondersi”2 e il tentativo di dominarla. E’ il passaggio “dalla filosofia alla scienza moderna”3.
Di fronte a tale sviluppo l’opera d’arte rimane tale, cambia linguaggio, forma, contenuto, ma non il suo valore di “accrescimento dell’essere”4.
La riflessione di Steiner si sviluppa, a partire proprio da una riflessione sulla possibilità di una definizione del senso delle cose, su un duplice binario, l’uno diretto all’esplorazione dell’opera d’arte in sé, come esito concreto di un’intuizione dell’artista rispetto al manifestarsi del reale; l’altro all’osservazione del suo ruolo rispetto al mondo.
Da sempre Carlo Steiner si è confrontato con i materiali, con la necessità ad un approccio manuale all’opera, non per giostrarsi con tecniche differenti o cimentarsi in virtuosismi fini a se stessi, piuttosto per indagare quale forza spingesse l’artista a confrontarsi con la creazione.
Ai suoi esordi la ricerca di Carlo Steiner ha oscillato tra una considerazione meccanica della materia, piegata alle sperimentazioni della mano, e il tentativo di fornirle un valore aggiunto. La materia e la sua sostanza sono sempre state protagoniste del suo lavoro, o per le sue caratteristiche di duttilità e spessore o per le sue doti evocative.
Giocando con la materia l’artista allarga la forma e il senso in cui le cose ci giungono. La materia in tutte le sue manifestazioni, naturali e artificiali, gli serve per mettere a fuoco una visione altra, personale, condivisibile, rispetto all’originaria funzione di essa, per indagare e spesso sovvertire l’apparire dei fenomeni che circondano l’esperienza dell’uomo. In un lavoro come Neve (2005) la leggerezza che appartiene ai fiocchi di neve si carica, con un sapore calviniano, del peso di un metallo imbullonato che ne descrive la struttura; così come le cellette esagonali di un alveare diventano in Cell (2007) coni di amplificazione di un altoparlante. Il puro fenomeno, la materia originaria, diventano cioè punto di partenza e confronto per la creazione, per un’intuizione formale che conduce alla lettura personale del reale.
A partire da questo confronto serrato col mondo sensibile, la ricerca dell’artista si è sviluppata sempre di più da un’indagine della sostanza, ad una tensione tra rappresentazione e materia. Complice della tensione l’inestinguibile sodalizio tra i due aspetti. L’opera, infatti, nella sua essenza incorpora protesi percettive che favoriscono un atteggiamento di stupore verso una realtà che quotidianamente ci appare ma non ci appartiene in tutte le sue potenzialità. Steiner, facendo eco alla fenomenologia husserliana, propone una visione integra, ingenua, che favorisca uno sguardo sorpreso alle cose che ci circondano, allontanando ogni intento di definizione: ogni lavoro diventa un momento di esplorazione linguistica e visiva, un’ulteriore possibilità offerta alla forma delle cose e a ciò che rappresentano, una possibilità non contaminata, libera e priva di ogni presunzione di decifrazione bensì aperta a cogliere il nascimento originario di esse. Questa attitudine deriva dall’inclinazione dell’artista ad esperire ogni cosa, nella sua particolare esplicitazione, a cogliere il “il buon Dio che sta nel dettaglio”5 . “Non si tratta più di conquistare quello che sfugge, ma di salvare ciò che ci circonda. Il profilo di un albero, il riflesso di un vetro, un mobile, un frutto, la presenza di un corpo, la lucentezza di uno sguardo, abitati ormai dalla presenza, del sogno e dal peso del passato.”6 Non si tratta di allungare lo sguardo all’esterno, di recuperare un passato anteriore, né tanto meno di rivolgersi al futuro. Il percorso di rinnovamento può avvenire solo attraverso la propria esperienza individuale, attraverso, come scriveva Jean Clair riprendendo Novalis, “un cammino verso l’interno”.7
Ogni lavoro di Carlo Steiner nasce sull’onda di un’esperienza di vita attraverso cui l’artista rilegge la storia, attuale e passata, personale e collettiva, materiale e del pensiero, nel suo divenire incessante, invalidando ogni possibilità di fermarla e concluderla. Ecco allora il secondo binario di ricerca dell’artista: quando la techné incontra la physis dando vita alla modernità; la sfida tra la “prepotenza” dell’uomo e la “strapotenza” dell’essere, come direbbe Umberto Galimberti. In una sua analisi degli sviluppi della storia d’Occidente rispetto a quella d’Oriente, il filosofo puntualizza come, assieme al principio biblico, la civiltà occidentale abbia conosciuto con la modernità l’affermazione della technè sul logos trasformandosi in “soggetto”, in colui che raccoglie in sé tutto, in colui che sta prima di ogni cosa e che, “smisurato”, dimentica la verità dell’essere per dedicarsi esclusivamente alla produzione dell’ente.8 
L’uomo moderno, insomma, si sente tale proprio quando è anch’esso o, soltanto esso, creatore, produttore di un ordine che può determinare e governare.
Cell (2007), un altoparlante naturale che usa le celle di un alveare per diffondere le note di una composizione per violoncello, ingloba i due ordini di acquisizione dell’esperienza, attraverso la rappresentazione di due “prodotti” che, sebbene realizzati entrambi con la carta, generano però un senso di estraniazione. Se da un lato i due mondi paiono sovrapporsi, coincidere, dall’altro è evidente la stonatura tra celle esagonali assolutamente silenti, frutto del paziente lavoro di vespe cartonaie alle prese con la costituzione di una colonia di sopravvivenza, e celle circolari che definiscono una membrana vibrante che serve a diffondere forti sonorità artificiali.
Vertice del confronto si ha poi in Epoché, il video che dà il titolo alla mostra. Qui i due linguaggi dell’essere e dell’ente, della natura e dell’uomo non solo condividono lo stesso spazio ma giungono ad un vero incontro, quasi violento in cui l’ordine del primo non obbedisce alle categorie stabilite dal secondo, sebbene questo, senza timore, tenti di ricondurre ad esse ogni manifestazione. Servendosi di una metafora in cui l’ingegno dell’uomo, tradotto in opera d’arte, si relaziona a quello della natura, che, primordiale e assoluto, segue altre leggi di affermazione, l’artista illustra il debole equilibrio che regola la coesistenza di due mondi, artificiale e naturale, che paiono parlare due linguaggi molto differenti. Le farfalle, attributo da molti anni del lavoro dell’artista, veicolano e simboleggiano la tensione tra questi due sistemi. Esse, nella loro affascinante seppur sterile leggerezza, diventano simboli della produzione umana, della competizione alla creazione, tipica dell’arte. Fatte di ostia, una sostanza che conserva nella sua essenza la levità del volo di una farfalla, le farfalle di Steiner sono però il prodotto di una “farfallatrice”, di una macchina inventata e costruita dall’artista stesso appositamente per fabbricare fino a venti tipologie di farfalle differenti. Proprio come farfalle vere, quelle di cialda diventano esemplari rari di una fittizia “collezione di lepidotteri” (Stanza, “Allarmi”, 2004); diventano icone della produzione umana, mattoni (Piazzole di ritorno, 2005); diventano elementi costitutivi di un reattore nucleare (E=mc2, 2006) facendosi simboli dell’evoluzione dell’uomo, della sua volontà di intendimento e determinazione. Nelle molteplici sembianze in cui si affermano, le farfalle esprimono inevitabilmente l’incongruo errore della loro funzione per svelarci invece la semplice poeticità della loro presenza. L’artefatto riacquista il suo valore di opera e le farfalle ritornano, numerose, a coesistere insieme ai pesci, ad indicare il senso della loro presenza e a rassicurare la nostra visione.
Allo stesso modo i sistemi molecolari di DAS (2007), panetti di comune materiale plasmabile che non trovano però forma, riproducono la tensione tra la materia e la sua inibizione, annientano l’artefatto in favore di un’opera che, feconda, si riproduce.
L’opera d’arte dichiara dunque la sua identità esprimendo il suo valore di fronte ad un falso progresso, ad una libertà dietro cui si celano le debolezze di stereotipi linguistici e modelli dichiarati. I preziosi intarsi di un tavolo da salotto (Regina, 2007) non sono altro che icone di una modernità che ci comunica per “sconti”, così come le vestigia di un passato glorioso sono veicolate da stemmi araldici che diventano stufe (Herald, 2007). Ridotta la realtà a codici di lettura precostituiti l’uomo perde la lezione immediata delle cose e, con essa, la percezione del presente, trascinandosi un passato di cui non riesce a liberarsi e operando per un futuro che non gli appartiene ancora, senza rendersi conto di far parte di un divenire in corso di cui è egli stesso protagonista. L’opera d’arte blocca proprio questo istante, il presente, blocca lo spazio del pensiero in vita, vincendo, nello stesso momento, proprio grazie alla sua intrinseca immortalità, la sfida della temporalità.
U gioia (2007), una statua che odora di estratto di pomodoro essiccato al sole di Sicilia, concentra in sé tutta la memoria del passato attraverso l’immagine di eco martiniana che rappresenta, il significato ancestrale di una tradizione che ancora vive, e la paganità di una pratica rurale di antica data. Al tempo stesso racconta di un’esperienza attuale, biografica, che ha generato, oggi, nell’artista, una riflessione su alcune manifestazioni dell’uomo e della natura che ci fornisce di essi una cognizione ignorata. L’arte diventa fonte di conoscenza. Questa la grande ossessione che emerge da ogni lavoro di Carlo Steiner nei suoi molteplici aspetti: l’arte e il suo ruolo, se mai, oltre alla sua essenza, se ne potesse considerare uno.
Un atteggiamento ossessivo, maniacale, che emerge con chiarezza nelle Carte diventando gesto e trasformandosi in pensiero stesso, nelle linee guida di una meditazione che non può trovare punti d’approdo, di un giudizio che rimane sospeso.
1.
Il termine è derivato dalla definizione che ne dà Edmund Husserl: “Al tentativo cartesiano di un dubbio universale potremmo ora sostituire l’universale epoché nel nostro nuovo e ben determinato senso. Ma a ragion veduta noi limitiamo l’universalità di questa epoché. Poiché, se le concediamo tutta l’ampiezza che può avere, non rimarrebbe piú alcun campo per giudizi non modificati e tanto meno per una scienza: infatti ogni tesi e ogni giudizio potrebbero venir modificati in piena libertà e ogni oggetto di giudizio potrebbe venir messo in parentesi. Ma noi miriamo alla scoperta di un nuovo territorio scientifico, e vogliamo conquistarlo proprio col metodo della messa in parentesi limitato però in un certo modo.[…] Cosí attuo l’epoché fenomenologica, la quale, dunque, eo ipso, mi vieta anche l’attuazione di qualsiasi giudizio, di qualsiasi presa di posizione predicativa nei confronti dell’essere e dell’essere-cosí e di tutte le modalità d’essere dell’esistenza spazio temporale del “reale”. Cosí io neutralizzo tutte le scienze riferentesi al mondo naturale e, per quanto mi sembrino solide, per quanto le ammiri, per quanto poco io pensi ad accusarle di alcunché, non ne faccio assolutamente alcun uso”. E. Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologia.
2
Dal frammento di Eraclito “F¡SIS KRUPTESQAI FILEI”. U.
3
GALIMBERTI, Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente, Il Saggiatore, Milano, 1996, p. 42
4
H. G., GADAMER, L’attualità del bello
5
Noto aforisma di Aby Warburg.
6
J. CLAIR, Critica della modernità, Umberto Allemandi, Torino, 1984, p. 138.
7
Ibidem, p. 49
8
U. GALIMBERTI, 1996

Conversando con Carlo Steiner
EDP Ripercorrendo il tuo lavoro passato e giungendo a quello attuale mi pare sia mutata la tua urgenza rispetto ad un rigore formale prima predominante. Cos’è per te il rigore formale e quanto è importante nel tuo lavoro?
CS Prendo a prestito una categoria di Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane” , quella di “Esattezza”. Calvino scrive : «La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia». Mi piace l’idea che l’unità di misura per la qualità di un’opera sia espressa in piume: può essere un antidoto alla rozzezza di linguaggio.
EDP Solitamente da dove ha origine il tuo lavoro e qual è la preoccupazione finale?
CS Io lavoro con le mani e il “pastrugno” spesso si rivela un buon inizio. Ci sono delle vie che si aprono da un particolare che può essere casuale, ma questo richiede poi il tempo di tradurlo in metodo (metà odòn, in greco: attraverso un percorso). Parlerei di processi di trasformazione “inattesa” del materiale. Il traguardo è spingere sempre più in là questa inattendibilità. Un fiocco di neve fatto con dadi e bulloni, che ricalca la delicata morfologia naturale ma che contiene al tempo stesso il peso del metallo e la complessità di una struttura meccanica sono esempio di questa ricerca; un foglio di carta che viene destrutturato con migliaia di tagli e quindi contraddetto nella sua consuetudine di piano, manifesta un “imprevisto”, una possibilità nuova. Devo confessare che ho poche cose da dire e non mi interessa nessun tipo di messaggio, tanto meno sociale, spero quindi che i miei lavori mi sollevino da ogni incombenza di “comunicazione”!
EDP Io credo che il lavoro debba avere la forza di parlare da sé, ma talvolta alcuni elementi generano fraintendimenti, non necessariamente in senso negativo, bensì danno vita ad altri significati. Parliamo ad esempio delle tue “farfalle”, imprigionate nei pressati. Che cosa rappresentano?
CS Per una chiave di lettura efficace partirei dal verbo “pressato” e dai suoi sinonimi: premuto, schiacciato, calcato, spinto, stretto, pigiato, spremuto, torchiato, strizzato, compresso, tutte azioni di cui l’oggetto in questione è vittima. Quest’affollamento di spessori piccoli e fragili compone qualcosa di stratificato, superfici che si succedono. In questo modo ad un’azione di schiacciamento si accompagna un lento movimento temporale. Sono gli stessi processi subiti da Madre Terra nel corso delle ere geologiche.
EDP Nel video che dà il titolo alla mostra da GAS, Epoché, si assiste alla strage delle farfalle. Sono morte definitivamente? Che significato dobbiamo attribuire a questo gesto? Una sconfitta?
CS L’opera “farfalla”, riproduzione di un insetto reale in scala 1/1 realizzato in ostia, portatore di alcune specificità cromatiche, formali e concettuali, si trova a interagire con un mondo, quello marino in questo caso, dove le caratteristiche nominate non sono (forse) recepite. Come si può cogliere nel video i pesci entrano in rapporto con questo lavoro esprimendo un loro grado di conoscenza dell’oggetto. Devo ammettere che il richiamo a un modello comunemente noto e fortemente simbolico come la farfalla ha prodotto svariati fraintendimenti di lettura, generalmente riduttivi e sentimentali.
EDP L’approccio alla materia per te è da sempre molto importante. Parlami del tuo incontro con essa ad esempio in un lavoro come “U Gioia”, che presenti per la prima volta in questa mostra.
CS Il concentrato di pomodoro, così come ricavato e lavorato in Sicilia, è un materiale straordinario, non solo per sapore, profumo e colore intenso, ma soprattutto per la capacità di evocare riti, culture e senso del tragico di un popolo. Il procedimento per ottenerlo è già un’ offerta al Dio Sole: dopo la bollitura il passato è deposto in piatti di ceramica bianca esposti ordinati a essiccare al sole, quindi “arruminato”, rimescolato di continuo per evitare la fermentazione; l’impasto assume un colore rosso vivo che vira allo scuro e che è per me un’ immagine di sangue e carnalità. A mezzogiorno di Pasqua la statua del Cristo Risorto, che chiamano con tenerezza U’ Gioia, esce dalla chiesa e si mostra, suscitando scene di grande entusiasmo. Non è difficile scorgere in questa epifania aspetti primordiali, pagani, quasi orgiastici, che l’estratto di pomodoro riassume, colpendo insieme vista, olfatto e gusto in modo violento.
EDP Il lavoro dell’artista sta conoscendo oggi un nuovo ritorno all’artigianilità, certo non più intesa in senso medievale, bensì di tipo industriale. Già dall’inizio del secolo scorso l’artista si è confrontato con lo sviluppo tecnologico che lo ha portato anche ad un apparente impoverimento del suo status, equiparato a volte a quello di un designer o comunque ad una produzione in serie. Lo sviluppo industriale, insomma, ha inevitabilmente influenzato anche la produzione artistica. Tu, che hai sempre dato grande importanza nel tuo lavoro al confronto diretto con la materia, oggi, in che modo ti relazioni a questo cambiamento?
CS Tutto ciò che aumenta le possibilità di scelta e quindi la versatilità di uno strumento dovrebbe essere bene accolto. Un atteggiamento originale e libero di fronte al reale usa di tutto; non credo che internet e la tecnologia industriale abbiano influenzato la sostanza delle pratica artistica più di quanto abbia fatto la scoperta dei metalli o la fotografia.
EDP Nel tuo lavoro è evidente una sfida tra uomo e natura, tra due mondi paralleli a confronto incapaci di convenire ad una mutua condizione di tangenza. Penso proprio a “Epochè”, che trovo al tempo stesso esito di un lavoro molto precedente come quello che hai presentato ad Allarmi, “Stanza”, e colgo quasi un senso di paura di fronte all’implacabilità di un “volere” primordiale; una paura che svela apparentemente un senso fortemente religioso ma che al tempo stesso mostra tutta la sua primordiale paganità di fronte ad un ordinamento del mondo che rimane all’uomo incomprensibile. Qual è, rispetto a ciò, la tua paura più grande?
CS Cito Aldo Schiavone che nel suo libro “Storia e destino” prova a disinnescare l’incombente paura della fine che aleggia minacciosamente sulle nostre coscienze: « …La nostra civiltà ha elaborato, attraverso l’ultimo vertiginoso tratto del suo percorso strumenti teorici e operativi (di conoscenza e di trasformazione della realtà) tali da averci condotto sul bordo estremo di una soglia finora nemmeno concepibile, oltre la quale ci aspetta un passaggio senza precedenti. Una soglia da cui il senso della presenza umana nello spazio e nel tempo, e quindi l’interezza del nostro essere e del nostro cammino, appaiono inondati da una luce mai intravista…. da quest’orlo l’esperienza del rapporto tra passato e futuro si presenta d’improvviso sotto una forma nuova, che chiede un esercizio di ragione e realismo, capace di separare previsione e apocalisse e di rivoluzionare completamente noi stessi». Le parole di Schiavone illustrano bene il pensiero che sta dietro a questa mostra e cioè la percezione di un cambiamento epocale, già in atto da tempo, in cui le precedenti chiavi di lettura del reale appaiono inefficaci. A questo proposito Hanna Arendt ci offre una lettura molto interessante del famoso frammento di Eraclito “physis kryptestai philei”, traducendolo come “il venire all’ essere delle cose, la natalità, ama nascondersi”, marcando l’accento su un sentimento dell’ inizio che si cela e su cui quindi occorre indagare. Per contrasto i lavori “Herald” e “Regina” raccontano una pesantezza di pensiero e di passato che arzigogola su sé stesso, incapace di uscire da un proprio circolo vizioso.
EDP Il lavoro che fai nelle “Carte” è decisamente ossessivo. Ti spaventa avere ossessioni? Qual è la tua più grande ossessione?
CS …Quanto più torno A riveder colei Della qual teco ragionando io vivo, Cresce quel gran diletto, Cresce quel gran delirio, ond’io respiro. Angelica beltade! Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro, Quasi una finta imago Il tuo volto imitar. Tu sola fonte D’ogni altra leggiadria, Sola vera beltà parmi che sia. Da che ti vidi pria, Di qual mia seria cura ultimo obbietto Non fosti tu? quanto del giorno è scorso, Ch’io di te non pensassi? ai sogni miei La tua sovrana imago Quante volte mancò? Bella qual sogno, Angelica sembianza, Nella terrena stanza, Nell’alte vie dell’universo intero, Che chiedo io mai, che spero Altro che gli occhi tuoi veder più vago? Altro più dolce aver che il tuo pensiero? G. Leopardi, Il pensiero dominante.
EDP Quali sono secondo te alcuni elementi chiave della modernità? Qual è la sua più grande, quella che ti affascina di più?
CS Soprattutto la velocità, alla quale non sappiamo più rinunciare.
EDP Recentemente ho spesso sentito citare tra gli aspetti caratteristici della condizione artistica contemporanea o, comunque, di quella attuale in genere, l’espansione. Sai indicarmi verso quale direzione sta andando secondo te questa espansione? Si può secondo te pensare che sia diretta ad una reale libertà?
CS L’espansione è in dote al nostro dna visto che lo facciamo da circa 13 miliardi di anni, data del Big Bang, e, naturalmente, non ha direzioni. Intravedo per me una grande possibilità di cercare, capire, combattere o accettare altri modi di essere: è un po’ come al tempo delle grandi scoperte.
EDP E tu, cosa vuoi fare da grande?
CS Visto che l’arte dà senso al mondo farò l’artista.
EDP Puoi sintetizzare in 4 parole la tua ricerca?
CS Ne uso cinque: Curiosità, Stupore, Disciplina, Paradosso, Leggerezza, da leggere in ordine perché sono conseguenti.