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F-V Prelude (Dust)
From 17.11.2011 to 21.01.2012

Daniele D’Acquisto -Dust
Dust
2011
carved paper, enamel, alluminum powder on wood
100 x 170 x 5,5
Daniele D’Acquisto -Dust
Dust
2011
carved paper, enamel, alluminium powder on wood
100 x 170 x 5,5  
Daniele D’Acquisto -Give Up The Gost
Give Up The Gost
2011
63 kg of woodden dust
variable dimensions    
Daniele D’Acquisto -No Dolphin
No Dolphin
2011
steel, aluminium, iron, bleached wood
variable dimensions

A due anni dalla presentazione della mostra personale di Daniele D’Acquisto intitolata GoRe (abbreviazione di Golden Record), Gagliardi Art System presenta un nuovo progetto dell’artista che verrà sviluppato in due momenti.
Il primo, F-V Prelude (Dust), introduce ora, negli spazi al primo piano della galleria, la più recente produzione sviluppata nell’ultimo anno e mezzo di ricerca che farà da premessa e anticipazione alla fase finale e complessiva del lavoro (Proliferation), che verrà presentato in forma estesa nell’Aprile 2012.

Come afferma l’artista stesso: “il progetto raccoglie gli esiti di una ricerca che indaga, nella prima parte, l’origine della forma, e nella seconda la sua capacità palingenetica, autopoietica, di autoalimentarsi, di proliferare”.

Punto di partenza per la genesi del progetto è una riflessione sul concetto di polvere: la polvere è legata indissolubilmente sia al tempo che allo spazio, perché satura lo spazio e si accumula nel tempo, come materialità minima che si deposita e mostra il trascorrere del tempo. L’artista ne individua l’andamento in termini fisici e linguistici con forme a rilievo, scultoree e installative.
Le serie Dust caratterizzata da microrilievi su carta, generati dalla sintesi di immagini fotografiche, l’installazione No Dolphin, remake della nota opera Dolphin di Jeff Koons, l’installazione site specific Give Up The Ghost realizzata direttamente sull’estensione di una delle pareti bianche al secondo piano della galleria.
In questo percorso emerge il discorso di definizione dei concetti di spazio positivo e spazio negativo inteso in tutte le sue accezioni dalla delimitazione di uno spazio alla sua estensione.
I lavori in mostra rimandano a una costante: l’indagine della zona liminale che separa la realtà dalla rappresentazione a partire da una riflessione empirica sulla realtà. La ricognizione sul dato oggettivo e fisico del reale induce l’artista a un processo di astrazione cognitiva che è già in sé una rappresentazione.

La mostra F-V Prelude (Dust) sarà affiancata dal progetto espositivo OPEN THE BOXES! un’insolita selezione di opere di galleria.

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Two years after presenting a personal exhibition of Daniele D’Acquisto entitled GoRe (short for Golden Record), Gagliardi Art System introduces a new project by the artist, which will be developed in two different stages.
The first stage, F-V Prelude (Dust) opening now in the ground floor spaces of the gallery, introduces the artist’s most recent works, created over the past year and a half. This first part functions as an introduction and a preview of the final, comprehensive stage of the work (Proliferation), which will be presented in its extended version in April 2012.

As the artist himself has observed: “this project combines the results of a two-part research: the first part explores the origin of form, the second its ability to regenerate, re-create and feed – to proliferate”.

The starting point for the project was a reflection on the idea of dust: dust is inextricably linked to both time and space, because it fills space and accumulates over time – a minimal, material element that settles and marks the passing of time. The artist captures its movement, physically and linguistically, in the relief forms of his sculptures and installations.
The Dust series is characterized by micro-reliefs on paper, generated by merging photo images; the installation No Dolphin is a remake of the well-known work, Dolphin by Jeff Koons; the site-specific installation Give Up The Ghost was mounted directly on the extension of a white wall on the second floor of the gallery.
This arrangement is designed to gradually unveil a definition of such notions as positive and negative space, in all their aspects – from the demarcation of space to its extension.
The exhibited works contain references to a constant element: the exploration of the liminal space that separates reality from representation, starting from an empirical reflection on reality. Analysing the objective, physical data of reality leads the artist to a process of cognitive abstraction that is itself a representation.

The exhibition F-V Prelude (Dust) includes the parallel project OPEN THE BOXES!, an unusual selection of gallery works.

Polverizzazioni
di Chiara Canali
“La nostra percezione deve divenire supremamente sensibile affinché ci sia un piacere completo e vivo. Questo è ciò che si intende con le trasformazioni di pieno e vuoto”. (Wang Tsung Yueh)

La ricerca che Daniele D’Acquisto conduce in questi ultimi anni è volta a sondare lo statuto dell’immagine rappresentata, dal punto di vista iconografico e iconologico, esplorando la dialettica e l’arbitraria associazione tra concetto e immagine linguistica, tra significato e significante (per dirla alla Ferdinand De Saussure).
Questa indagine viene attuata attraverso la messa in campo di una pluralità di mezzi di produzione tecnico-formali che suggeriscono l’aleatorietà dei codici visivi e la possibilità di costruire logiche percettive diverse a partire da considerazioni sistemiche del linguaggio incentrate su modellizzazioni astratte.
È il caso del nuovo progetto dell’artista intitolato F-V sviluppato in due distinti momenti. Il primo, F-V (Prelude), introduce la più recente produzione avviata nell’ultimo anno e mezzo di ricerca che fa da premessa e anticipazione alla fase finale e complessiva del lavoro (Proliferation) che verrà presentata nell’Aprile 2012.
Come afferma l’artista stesso: “il progetto raccoglie gli esiti di una ricerca che indaga, nella prima parte, la genesi della forma come scintilla primordiale di una ricerca, e nella seconda parte la capacità palingenetica, autopoietica, della ricerca stessa di autoalimentarsi, di proliferare”.
Punto di partenza per la genesi del progetto è una riflessione sul concetto di polvere (Dust): la polvere è legata indissolubilmente sia al tempo che allo spazio, perché satura lo spazio e si accumula nel tempo, come materialità minima che si deposita e mostra nella sua spazializzazione il trascorrere del tempo.
Nel corso della storia dell’arte, la polvere è stata fonte di riflessioni e rappresentazioni fin dal Quattrocento quando Leonardo Da Vinci la descrive e analizza perché è una di quelle sostanze che alterano la percezione con effetti particolari di proporzione, quantità, luce, oscurità. Un grande maestro secentesco delle polveri è Evaristo Baschenis; con lui la polvere entra come materia autonoma nella pittura, con tutte le conseguenze che comporta. Ma arrivando al Novecento, è sicuramente con Marcel Duchamp che il discorso sulla polvere assume contorni nuovi e imprevedibili. Il riferimento corre all’opera nota come il Grande Vetro, ripresa e fotografata da Man Ray con il titolo Allevamento di polveri. L’immagine mostra infatti il deposito, l’ “allevamento” di polveri sulla parte inferiore del vetro dove compare la superficie opaca e grigia, ricca di effetti di luci e di ombre, il cui piano solcato di segni, linee e tracciati, assomiglia a un “paesaggio”.
In questo gioco tra apparenze e realtà, Daniele D’Acquisto individua l’andamento della polvere sia in termini fisici, di contatto, che in termini psichici, attraverso il suo discorso linguistico e mediante le sue proiezioni con cui (psico)analizza il processo di polverizzazione con forme a rilievo, scultoree e installative.
I lavori presentati in mostra sono quattro: due carte della serie Dust; la scultura No Dolphin; l’installazione site-specific Give Up The Ghost di dimensioni ambientali.
Le serie Dust è caratterizzata da microrilievi su carta, generati dalla sintesi di immagini fotografiche relative a paesaggi desertici sabbiosi (già indagati in precedenza); la peculiarità di questi rilievi è di rendersi visibili anche in assenza di una adeguata illuminazione perché sottoposti a un procedimento di sedimentazione di polveri di alluminio mescolate a smalto che per effetto della forza di gravità si depositano sulla superficie delineandone le zone in ombra e quelle in luce.
Al limite della visibilità, la polvere è l’invisibile che rende la materia visibile, la circoscrive e indica che esiste ancora qualcosa al di là delle possibilità della percezione, sotto la soglia delle capacità dei sensi.
L’installazione No Dolphin è un remake della nota opera “Dolphin” di Jeff Koons; nella versione di Daniele D’Acquisto è sparito il delfino gonfiabile mentre la parte sottostante è stata rielaborata sovradimensionandone gli elementi (pentole, mestoli, padelle ecc…) e riempiendone gli incavi con profili in legno che ricalcano le forme di residui di liquidi posti precedentemente nelle pentole inclinate. Sul piano iconologico, all’opulenza consumistica dell’originale, il remake No Dolphin contrappone una forte semplificazione formale che coincide con l’idea di residuo sulle superfici degli oggetti stessi. Questo passaggio “al limite” della materia, tra stato fluido e stato solido, corrisponde allo stato pulvirulento perché la polvere, essendo composta di granuli, assume come un fluido la forma degli oggetti su cui si posa e, al tempo stesso, essendo solida ne rende visibile un volume sferico.
L’installazione site specific Give Up The Ghost viene realizzata direttamente sull’estensione di una delle pareti bianche al secondo piano della galleria. L’artista ha ideato una nuova pigmentazione lasciando depositare un certo quantitativo di polveri di legno sulle rugosità del muro. La polverizzazione qui utilizzata è residuale della lavorazione di una delle opere che verrà presentata in Aprile in galleria, quale anticipazione del concetto precedentemente espresso di proliferazione e autopoiesi.
Per la sua natura “quantica” la polvere è un materiale impalpabile che si dissemina uguale, per strati sottili, sulla superficie di oggetti e di spazi ambientali, fino a farne un calco finissimo e a definirne un’altra immagine che è la forma in negativo di quella originale. Proprio come sostiene Paolo Barone, nell’Età della Polvere, “della polvere viene messo in evidenza il carattere di ‘materiale inerte’, ricettivo, che non è niente e insieme è aperto a tutte le forme, a tutti i segni, strato residuo che può conservare l’impronta di tutto ciò che metaforicamente è stato senza aver nulla perduto, come un immenso deposito o un’immensa matrice virtuale di ricostruzione”.
In tutto questo percorso dell’artista emerge il discorso di definizione dei concetti di spazio pieno e spazio vuoto, spazio positivo e spazio negativo inteso in tutte le sue accezioni, dalla delimitazione di uno spazio all’estensione dello stesso: tutto diventa non solo luogo di esposizione, ma spazio fisico lasciato vuoto per possibili tracce pulvirulente, per possibili impronte di materie polverose che a loro volta non fanno che delineare un luogo dove qualcosa è accaduto per qualche tempo.
È una strategia dell’assenza, del vuoto, della sottrazione, di cui viene esibita la traccia, la presenza spaziale dalla polverizzazione. Un vuoto di spazio e insieme una presenza potenziale, una sorta di spazialità più tattile che visiva, un’energia invisibile ma percepibile in potenza.
I lavori in mostra, come quelli della serie precedente, rimandano sempre a una costante: l’indagine della zona liminale che separa la realtà dalla rappresentazione a partire da una riflessione empirica. La ricognizione sul dato oggettivo e fisico del reale induce l’artista a un processo di astrazione cognitiva e poetica che è già di per sé una rappresentazione del mondo.

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Pulverizations
by Chiara Canali
“Our feelings must be supremely sensitive in order for there to be complete and lively enjoyment. This is what is meant by the transformations of full and empty”.
(Wang Tsung Yueh)

The research projects Daniele D’Acquisto has developed over the last few years are aimed at exploring the status of the represented image, from an iconographic and iconological point of view, looking into the dialectical relationship and arbitrary association between idea and linguistic image, signified and signifier (to use Ferdinand de Saussure’s definition).
This investigation is conducted using a number of technical-formal production tools, which suggest the aleatory nature of visual codes and the possibility to build different perceptual mechanisms, by starting from system-level analyses of language that focus on abstract modeling.
This is what the artist does in his new project, entitled F-V and developing in two different stages. The first, F-V (Prelude), introduces the artist’s most recent works, created over the past year and a half. This first part functions as an introduction and a preview of the final, comprehensive stage of the work (Proliferation), which will be presented in its extended version in April 2012.
As the artist himself observes: “this project combines the results of a two-part research: the first part explores the origin of form, as the primordial spark of research, the second considers its ability to regenerate, re-create and feed – to proliferate”.
The starting point for the project was a reflection on the idea of dust: dust is inextricably linked to both time and space, because it fills space and accumulates over time – a minimal, material element that settles, whose spatiality marks the passing of time.
In the course of art history, dust has been a source of reflections and representations ever since the 15th century, when Leonardo Da Vinci described and analyzed it as a perception-altering substance that causes particular effects of proportion, quantity, light and darkness. The great 17th-century master of powders, Evaristo Baschenis, introduced dust as an autonomous element in paintings, with all the consequences this entails. Jumping to the 20th century, it was no doubt with Marcel Duchamp that the reflection on dust took new, unpredicted forms. What immediately comes to mind is the work known as The Large Glass, filmed and photographed by Man Ray under the title Dust breeding. The image indeed shows the deposit, the “breeding” of dust on the lower part of the glass, where an opaque, grey surface appears, crossed by light and shadow effects, marked by signs, lines, tracings, not unlike a ‘landscape’.
In this interplay of appearance and reality, Daniele D’Acquisto captures the movement of dust in terms of both physical contact and psyche, using language and projections to (psycho)analyze the pulverization process, creating relief forms in his sculptures and installations.
The exhibition features four pieces: two works on paper from the Dust series, a sculpture, No Dolphin, and the site-specific installation Give Up The Ghost (environmental dimensions).
The Dust series is characterized by micro-reliefs on paper, generated by merging photo images of desert sandy landscapes (a theme he previously explored); the peculiarity of these reliefs is that they are visible even in the absence of adequate lighting, because they underwent a process involving aluminium dust mixed with enamel which, by the force of gravity, settle on the surface, outlining its dark and lit zones.
At the threshold of visibility, dust is the invisibility that makes matter visible and delimits it, suggesting that there still exists something beyond the possibilities of perception, under the threshold of what our senses can perceive.
The installation No Dolphin is a remake of the well-known work by Jeff Koons, Dolphin. In Daniele D’Acquisto’s version, the inflatable dolphin has disappeared, while the underlying part has been remade, oversizing the elements (pots, dippers, pans, etc.), whose cavities have been filled with wooden stencils reproducing the forms of the liquid residue that had previously been poured into the inclined pots. In an iconological perspective, the No Dolphin remake contrasts the consumer opulence of the original with an extreme formal simplification that mirrors the idea of a residue on the surfaces of the objects themselves. This passage ‘at the boundaries’ of matter, between fluid and solid, corresponds to the dusty state, because dust, formed by countless tiny grains, takes the shape of the objects it settles upon, like a fluid, and at the same time, being solid, it reveals their spherical volume.
The site-specific installation Give Up The Ghost is mounted directly on the extension of a white wall on the second floor of the gallery. The artist developed a new pigment by letting a given quantity of wood dust settle on the rough surface of the wall. The pulverization used here is a residue from the production of a work to be presented in April at the gallery, as an introduction to the previously expressed notions of proliferation and self-generation.
Due to its ‘quantic’ nature, dust becomes impalpable and is evenly scattered, in thin layers, on the surface of objects and environmental spaces, until it forms an extremely accurate mould, defining another image of them, the negative form of the original. As Paolo Barone writes in his Età della Polvere [Age of Dust], “the quality of dust that gets emphasized is that of ‘inert, receptive matter’ – dust is nothing and is, at the same time, open to all shapes, all signs, a residual layer that can retain the impression of everything that metaphorically belongs to the past without losing anything, like an immense warehouse or a huge virtual reconstruction matrix”.
The artist’s whole research experience brings up the issue of defining the notions of full and empty, positive and negative space, in all its meanings, from the demarcation of space to its extension: everything becomes not just an exhibiting space, but a physical space left empty for possible dusty traces, possible prints of dusty matter which, in turn, do nothing but mark a place where something happened for some time.
It is a strategy of absence, emptiness, subtraction – what is displayed is the trace, the spatial presence of pulverization. An emptiness of space and, at the same time, a potential presence, a sort of spatiality, more tactile than visible, an invisible energy that is, however, potentially perceptible.
The exhibited works, like those from the previous series, all contain references to a constant element: the exploration of the liminal space that separates reality from representation, starting from an empirical reflection on reality. Analysing the objective, physical data of reality leads the artist to a process of cognitive abstraction that is itself a representation.