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PAST Exhibitions
Daniele D'Acquisto

GoRe
From 25.09.2009 to 08.11.2009

Daniele D’Acquisto – GoRe, Johnny B.Good (stereo)
GoRe, Johnny B.Good (stereo)
2009
bleached wood
25 x 400 each
Daniele D’Acquisto – Out of time
Out of time
2008
bleached wood, buckets
3 elements; 29,5 x 32,5 x 30 each
Daniele D’Acquisto – Permanent Eclipse
Permanent Eclipse
2009
wood, iron-magnetic joints
25 x 430
Daniele D’Acquisto – Deserts (N.E.#10)
Deserts (N.E.#10)
2009
acrylic, plexiglass, wood
104 x 204 x 8,5  
Daniele D’Acquisto – Deserts (N.E.#6)
Deserts (N.E.#6)
2009
plexiglass, acrylic
64 x 104 x 6,5  
Daniele D’Acquisto – Deserts (N.E.#8)
Deserts (N.E.#8)
2009
plexiglass, acrylic, wood
104 x 204 x 8,5  
Daniele D’Acquisto -Deserts (N.E. #20)
Deserts (N.E. #20)
2011
acrylic, plexiglass, wood
104 x 204 x 8,5  

GoRe Daniele

D’Acquisto

“I have a dream”, celebre frase pronunciata da Martin Luther King nell’Agosto del 1963 durante il suo più emblematico discorso davanti al Lincoln Memorial di Washington, è diventa un’icona cristallizzata nel tempo. La forza icastica di un’espressione linguistica codificata è uno degli elementi d’indagine di GoRe, nuovo progetto di Daniele D’Acquisto che nasce da una riflessione di carattere iconologico e insieme tecnico-formale sul valore ambiguo, mutevole e relativo delle icone e su come queste possano interagire tra loro dando vita ad esiti formali e concettuali sinestetici imprevedibili, anche in relazione alle differenti proprietà dei materiali impiegati. Il titolo del progetto evoca nell’acronimo il Golden Record, la registrazione audio di una selezione di suoni, espressioni vocali e brani musicali del nostro pianeta inviata nello spazio nell’ambito della missione statunitense Voyager nel 1977, che in mostra diventa un work in progress caratterizzato dalla trasposizione fisica del suono, sino a diventare un elemento totemico di grande impatto visivo. I differenti livelli di lettura proposti dalla contestualizzazione e decontestualizzazione delle icone, visive e percettive, e l’interazione tra sonoro e visivo costituiscono la nervatura della mostra che si articola in più sezioni: da White Icons, una serie piccoli ritratti in carta i cui soggetti sono tratti dal più comune repertorio di immagini e resi visibili solo con l’ausilio dell’illuminazione a Permanent Eclipse o alla serie Deserts, nella quale si attua una riflessione di tipo formale sulla decostruzione ed il riassemblaggio di oggetti-soggetti naturali, e ancora in Out Of Time, dove alcuni secchi pieni di legno riportano i segni dell’increspatura concentrica dell’acqua:l’aspetto sonoro dello stillicidio evocato è fissato concretamente nella materia, sino a diventarne momento estetico a tutti gli effetti. L’artista propone all’osservatore una riflessione sulla possibilità di costruire, a partire da differenti linguaggi d’origine, nuove logiche percettive, dimostrando come rigorose dinamiche metodologiche possano determinare risultati imprevedibili e tutt’altro che asettici.

Francesco Poli

“In linea generale -scrive Daniele D’Acquisto – il progetto della mostra nasce da una riflessione di carattere tecnico-formale e contemporaneamente iconologica su ciò che è percepito come reale o al contrario come immaginario, sulla possibilità di costruire, a partire da linguaggi differenti, logiche percettive diverse dall’origine, sulla possibilità di arrivare alla fluidità e all’organicità dell’immagine per mezzo di rigide logiche meccaniche, sfruttando le potenzialità di precisi strumenti di produzione (in questa logica, la scelta dei materiali impiegati ha un ruolo fondamentale)”. Questa dichiarazione, anche se un po’ complessa, è significativa perché rivela un’attitudine mentale di ricerca piuttosto razionale e una accentuata sottolineatura dell’importanza dei materiali e dei metodi tecnici utilizzati in quanto freddi e impersonali generatori (addirittura per la loro intrinseca logica meccanica) da un lato di inedite condizioni di percezione di immagini ben note o chiaramente riconoscibili, e dall’altro di solide forme plastiche che traducono in una altra realtà onde sonore o anche liquide. In altri termini ciò che più preoccupa e interessa l’artista, come primario punto di partenza (e di arrivo) dell’operazione creativa, sembra essere la peculiare identità fisica dell’opera determinata da originali processi di concretizzazione dei temi e soggetti scelti, che si caratterizzano attraverso una forte tensione di straniamento e spaesamento. Si aprono così nuove possibilità di riflessione nella affascinante e inquietante direzione dell’ignoto e dell’indeterminato. In questo senso i suoi lavori, che sono generatori e stimolatori di visioni cariche di sorprendenti suggestioni estetiche, aprono nuovi territori di interpretazione del mondo reale e di quello virtuale (e della loro interazione), ma allo stesso tempo tendono in definitiva a stimolare una lettura autoreferenziale. Il titolo della mostra GORE fa riferimento al Golden Record, e cioè alla registrazione sonora inviata nello spazio nel 1977 nell’ambito della misisione Voyager che conteneva tra l’altro il celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream” e la canzone “Johnny B. Good” di Chuk Berry che racconta del sogno americano di un ragazzo che suona la chitarra. E proprio questo materiale sonoro è la base per una singolare operazione di “traduzione” in un altro supporto. Si tratta di una trasposizione del tracciato grafico di queste onde sonore o su lunghe striscie di legno oppure su cilindri di legno, scavati circolarmente a profondità diverse su tutta la loro lunghezza al tornio secondo un calcolato programma. Questi ultimi sono lavori sospesi in aria orizzontalmente, il cui silenzioso sviluppo plastico può essere, volendo, decriptato ascoltando in una cuffia la loro matrice sonora. Alla affascinante e misteriosa dimensione dello spazio extraterrestre (e alla sua conquista da parte dell’uomo, quella vera e quella immaginaria) sono dedicati, anche altri lavori che fanno parte della serie delle “White Icons”, e cioè dei ritratti di astronauti come Jury Gagarin e lo stesso Neil Armstrong, e di personaggi fantastici di Star Trek come Yoda e Spock, elaborati, con l’aiuto del computer, in leggerissimo rilievo attraverso una speciale tecnica basata sull’intaglio manuale di strati di carta bianca. Le immagini emergono appena dalla superficie come fantasmi appena riconoscibili, in modo tale che le valenze pop appaiono solo come una lontana eco. Qui, come negli altri esempi di “White Icons” , tra cui una diafana sterpaglia , “Weed”, e una sbiadita visione di un relitto di nave, “Wreckage”, le immagini prendono corpo nella tridimensionalità fisica , sia pure a livello minimo. Lo stesso avviene in un’altra serie, quella dei “Deserti”, in cui è ancora più presente un’atmosfera di rarefatta solitudine spaziale, che, per certi versi, potrebbe essere letta come una metafora del rischio di desertificazione incombente sul futuro dell’umanità, anche in senso spirituale. Per realizzare queste grandi distese il cui orizzonte si perde nel nulla, D’Acquisto ha utilizzato un procedimento tecnico differente e cioè un certo numero di sottili fogli di plexiglas sovrapposti, ciascuno dei quali riporta una parte dell’immagine definita con interventi di pittura acrilica bianca . Il tutto da vita, come in una specie di puzzle, alla configurazione del paesaggio, che si articola su differenti livelli di profondità. L’effetto è molto straniante, al limite dell’astrazione pura. Di particolare suggestione sono alcuni “deserti” formati da due parti perfettamente speculari. Connotazioni più fisicamente percepibili sono quelle di un grande lavoro sullo stesso tema scavato direttamente su una tavola di legno sbiancato multistrato. Sempre in legno sono, infine, altre due opere di carattere differente. La prima ,“Out of Time”, in cui è stata attuata una strana solidificazione dell’acqua, mette in scena dei secchi in plastica con all’interno dei cilindri in legno torniti in superficie con rilevi a forma di onde concentriche. Mentre la seconda è forse l’invenzione più bizzarra e interessante, con notevoli possibili futuri sviluppi. Il titolo (anche questo legato in qualche modo allo spazio siderale) è “Permanent Eclipse”. E’ un lavoro in cui un tronco di albero di quattro metri è stato letteralmente tagliato a fette e tutti i pezzi sono stati riattaccati fra di loro in modo snodabile e provvisorio utilizzando delle piccole articolazioni magnetiche. In questo modo il tronco perde la sua rigidità e diventa una struttura fluida che può essere collocata nelle più diverse maniere, quasi come un serpente, ma non più nella sua naturale posizione verticale.