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PAST Exhibitions
Hélène Depotte

Mythologies
From 10.04.2014 to 24.05.2014

Helene Depotte – Abraham
Abraham
2012
inchiostro su carta
65 x 55 cm Exhibited in:
Hélène Depotte. Mythologies
Helene Depotte – Blanche Neige
Blanche Neige
2011
65 x 55 cm Exhibited in:
Hélène Depotte. Mythologies
Helene Depotte – David et Goliath
David et Goliath
2012
160 x 110 cm Exhibited in:
Hélène Depotte. Mythologies

L’artista francese Hélène Depotte presenta alla Gagliardi Art System la personale Mythologies, composta da una installazione di grandi dimensioni pensata per gli spazi della galleria (Théatre de papier: la marque de Zorro) e una serie di disegni che ruotano intorno al concetto del Mito, rivisitato e ripensato alla luce di una rilettura autonoma e originale.

Dice l’artista: Il “Théatre de papier ” è un luogo intermedio, sospeso. E’ un luogo dove si può avere l’illusione di essere al di là: all’interno di un mondo, all’ interno di una storia, all’ interno di una stoffa che continua ad essere tessuta dal momento che guardando questo teatro lo spettatore diventa attore, e perchè no, un eroe. Il “Teatro” lo obbliga a prendere fisicamente posizione.
Non esiste una chiave assoluta per l’interpretazione di miti e non esisterà mai. Il “Théatre de papier” non ne propone. Risponde solo ad una domanda posta dallo spettatore e quello che rivela è grande o insignificante, in misura alla domanda che viene posta.”

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French artist Hélène Depotte presents her solo exhibition Mythologies at Gagliardi Art System. The exhibition comprises a large-size installation, designed especially for the spaces of our gallery (Théatre de papier: la marque de Zorro), and a series of drawings that explore the idea of myth, revisited and rethought in the light of an individual, unique re-reading.

As the artist says: “Théatre de papier ” is a liminal, suspended space. It is a place that gives you the illusion of being “beyond” boundaries: you enter a world, a narration, which never stops to be woven from the moment you look at the theater and become a spectator and – why not? – even a hero. The “Theater” forces you to physically take sides.
There is no one reading key for interpreting a myth, and there will never be. “Théatre de papier” does not suggest any. It only exists to respond to a request of spectators. What it reveals can be big or insignificant, depending on the question that was asked.”

HÉLENE DEPOTTE
ovvero LA MITOLOGIA RIVISITATA

Una mitologia è viva, o meglio, gli eroi del mito ci abitano solo nella misura in cui conservano il duplice privilegio di essere a un tempo vicini a noi e infinitamente lontani.
Ed è qui che entra in scena Hélène Depotte. Qui che s’impone il teatro, la drammaturgia della sua opera grafica così personale, così ossessionante.
Nell’Antichità, gli dei dell’Olimpo si trasformavano, talvolta mescolandosi agli umani; potevano persino avere con loro rapporti amorosi, per poi riguadagnare le loro dimore, inaccessibili ai mortali. Quando le pulsioni del desiderio o della morte s’impossessavano di loro, i greci sapevano d’essere divenuti trastullo, e quindi vittima di quelle forze oscure che chiamavano Eros e Thanatos – presa di coscienza senza dubbio più semplice, o più efficace, dei concetti della psicanalisi, sempre preoccupata a riciclare i miti greci a fini terapeutici… ma passiamo oltre.
L’essenziale sta, ancora una volta, in quella doppia natura, prossimità e lontananza, propria degli eroi e degli dei della mitologia. O, se si preferisce, nel modo in cui sono tessuti i nostri sogni, i nostri desideri, le nostre paure, in un’epoca in cui Zeus, Afrodite, Dioniso, Prometeo e gli altri hanno ormai fatto i bagagli e non hanno più nulla da dirci – intendo direttamente, personalmente, come accadeva nella Grecia antica.
Hélène Depotte ha capito che nulla è più nuovo della mitologia, che il cavallo di Troia, Pegaso il cavallo alato, o la sorte di Icaro, su cui si è soffermata in particolare – questa ricerca ostinata dell’assenza di peso, quest’ansia del figlio di Dedalo di sfuggire al labirinto della condizione umana, di prendere il volo, di deificare il sole o gli dei, prima di precipitare nell’abisso senza ritorno – conservano ancora intatto il loro messaggio per noi, ma a una condizione: saper trovare il giusto sguardo, l’esatta distanza, l’equilibrio fra intimità ed estraneità, in modo da renderceli comprensibili e percepibili.
I personaggi del suo ciclo di Icaro ci sono senza dubbio vicini. Quasi fraterni, azzarderei. Questo bambino, questi adulti, questo padre che fa volteggiare il figlioletto sulle braccia, o lo depone nella navicella di una giostra, quegli uccelli, quella civetta di antica saggezza, li conosciamo, li riconosciamo, li amiamo. Eppure, quanto remoti ci appaiono allo stesso tempo! L’universo di Hélène Depotte è sonnambulo.
Alla sua dolcezza si contrappone una forma di asprezza quasi crudele, alla sua tenerezza il nitore, quasi violento, del grafismo: quei tratti d’inchiostro che attaccano il candore della carta, il tratteggio che dona volume o spessore al disegno, il suo lato irrefutabile, insomma, come inciso per l’eternità.
Inciso, davvero?
Un’incisione è riproducibile – come i miti, che non cessano di ripetersi, di arricchirsi, passando da un narratore, da un drammaturgo all’altro. L’opera unica di Hélène Depotte rende omaggio all’incisione, proprio come ogni racconto mitologico rinvia alle sue innumerevoli varianti – ma ogni racconto conserva, allo stesso tempo, la sua singolarità. Similmente, i disegni di Hélène Depotte non sono assimilabili al multiplo, ma si accontentano di rendergli omaggio da lontano, e nulla più.
Ho parlato di sonnambulismo. Gli attimi di vita quotidiana che Depotte coglie, isola, raccoglie, con un’intimità sussurrata e misericordiosa, sul suo foglio bianco, partecipano di un tempo perduto, o di uno spazio inaccessibile. L’Olimpo? Senza dubbio, se, per noi europei del XXI secolo, l’Olimpo iniziasse ad assomigliare agli Stati Uniti, al sogno americano di una volta e agli anni ’20 del secolo passato.
Proprio qui sta lo sfasamento, la messa in distanza di Hélène Depotte: nell’immagine del padre che solleva il figlio al di sopra di sé, nel modo in cui la Statua della Libertà impugna la torcia, in quei personaggi dai cappelli di feltro, armati di carabina, che sembrano quasi usciti dai romanzi di John Steinbeck! L’artista inventa, ricompone quel mondo che noi già conosciamo, perché è la materia di cui sono fatte le nostre letture e i nostri sogni, e perché il cinema ce l’ha reso palpabile. L’artista ci apre questo mondo, in una fantasmagoria a un tempo infinitamente familiare e strana.
Il cinema!
Nulla ha incarnato meglio l’Olimpo, nei primi tre decenni del XX secolo, di Hollywood, questa formidabile fabbrica di mitologie, con i suoi divi e i suoi eroi che ormai si chiamavano Rodolfo Valentino, Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks o Mary Pickford, e si offrivano all’idolatria di noi minuscoli umani su grandi schermi che ripetevano le loro avventure…
In questo Hélène Depotte non si è sbagliata. Il suo «Théâtre de Papier», il teatro di carta che si avvale dell’ingrandimento dei suoi disegni, partecipa della stessa mitologia che ha ispirato il suo ciclo di Icaro. Un cinema d’antan, da qualche parte a Washington, come lei stessa ci informa (ma poco importa), ci apre la porta d’ingresso per questo Olimpo, con i suoi manifesti luminosi, le promesse di felicità, Il segno di Zorro, il bianco e nero delle nostre malinconie, delle nostre fantasticherie, dei nostri paradisi perduti. Ah! La folla dei suoi personaggi, che si accalcano per entrare nel mondo delle sale buie, della pura felicità, e che l’artista sistema per noi davanti a questa scenografia. E noi che ci muoviamo fra loro, storditi per un tale privilegio, come gli umani (ricordiamolo), quando potevano confrontarsi con gli dei, per il tempo di un istante, di un’illuminazione.
Ancora due parole.
«La concisione nell’arte è necessità ed è eleganza; l’uomo conciso fa riflettere, l’uomo verboso annoia.» Questa la rarissima confidenza che Édouard Manet affida a un parente, e che Hélène Depotte ha certamente conservato nella sua memoria. Non v’è dubbio che la retenue, la moderazione del suo disegno, sfrondato di ogni elemento inutile o decorativo, suscita in noi più di una riflessione. Una retenue che, peraltro, non ha prezzo, perché si affaccia su quel miracolo cui è difficile attribuire un nome, ma che potremmo chiamare grazia, o poesia.

Frédéric Vitoux
Membro dell’Académie française