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PAST Exhibitions
Giuliana Cunéaz

i mangiatori di patate, by Laura Cherubini
From 01.06.2005 to 23.07.2005

Giuliana Cunéaz – Atomo
Atomo
2005
resina, pigmento
30 x 35 x 28 cm
ed. 9 + 1 AP
Giuliana Cunéaz – Donna con frutto (I Mangiatori di Patate)
Donna con frutto (I Mangiatori di Patate)
2005
lambda print
163 x 120 cm
ed. 3
Giuliana Cunéaz – Margherita in fiore (I Mangiatori di Patate)
Margherita in fiore (I Mangiatori di Patate)
2005
lambda print
125 x 190 cm
ed. 3
Giuliana Cunéaz – Silvia e molecole (I Mangiatori di Patate)
Silvia e molecole (I Mangiatori di Patate)
2005
lambda print
110 x 150 cm
ed. 3
Giuliana Cunéaz – Tavolo blu (I Mangiatori di Patate)
Tavolo blu (I Mangiatori di Patate)
2005
lambda print
52,5 x 80 cm
ed. 3
Giuliana Cunéaz – Tavolo con germogli (I Mangiatori di Patate)
Tavolo con germogli (I Mangiatori di Patate)
2005
lambda print
99 x 150 cm
ed. 3

Giuliana Cunéaz

Lo spazio è curvo dappertutto ma ci sono punti in cui è più curvo che altrove: della specie di sacche o strozzature o nicchie, dove il vuoto s’accartoccia su sé stesso. E’ in queste nicche che, con un lieve tintinnio, ogni duecentocinquanta milioni d’anni, si forma, come la perla tra le valve dell’ostrica, un lucente atomo d’idrogeno.
Italo Calvino, La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche.

LaGagliardi Art System_gallery presenta I mangiatori di patate di Giuliana Cunéaz, un progetto espositivo unitario, composto da una videoinstallazione ricca e articolata, accompagnata da una serie di sculture e fotografie. Il titolo, I mangiatori di patate, evoca il celebre dipinto di Vincent Van Gogh risalente al 1885 dove il maestro olandese ritrae un gruppo di contadini a figura intera inseriti un un ambiente claustrofobico colti nel gesto di consumare il pasto serale costituito da un unico piatto di patate.
Giuliana Cunéaz stravolge i termini di quell’opera pur mantenendo inalterati i contenuti e l’indifferenza alienante che caratterizza il contesto del quadro.
Il video si sviluppa proiettando il gesto semplice e primario di personaggi reali colti nell’atto di mangiare le patate inseriti in un contesto totalmente artificiale creato con la tecnica del 3D. Un senso di vertigine e di sradicamento progressivo assale lo spettatore che si trova di fronte ad un universo non più riconoscibile, totalmente ibridato e non più classificabile secondo gli schemi tradizionali. La profonda ambiguità è tanto più percepibile in quanto il video celebra un rito primario legato alla terra con personaggi eterogenei che appartengono al contesto urbano. Tale rito si svolge intorno a un tavolo virtuale, inizialmente verde, lo stesso colore che avvolge l’opera di Van Gogh.
Le patate e il tavolo sviluppano un processo di continua mutazione di forme e di colori assumendo l’aspetto di atomi e particelle tratte dal mondo della scienza e in particolare della nano-scienza. Questi frutti della terra, così come le loro metamorfosi virtuali, diventano vere e proprie sculture, protagoniste di un’installazione dove l’ambiguità delle forme diventa reale.

L’alimento dalle umili origini evoca una natura totalmente distorta. Sono forme dove le patate possono apparire come elementi velenosi e tossici, mentre in altre circostanze si presentano come gioielli impreziositi da perle. “Comunque sia”, spiega Giuliana Cunéaz, “sono frutti impazziti, frutti che non conoscono più la terra e per questo i loro germogli tendono altrove”.

UNA SOLA MOLTITUDINE

‘La moltitudine è come una singola carne che rifiuta l’unità organica del corpo’

Michael Hardt/Antonio Negri

Una premessa La luce di una lanterna ci introduce nel buio ventre della capanna, cellula abitativa, dove un piccolo gruppo, nucleo familiare, è disposto secondo una forma circolare cui conferisce un ritmo il movimento delle mani entro cui passa un oggetto transazionale, primordiale elemento che alimenta la vita. ‘Qui sotto ho abbozzato due schizzi relativi agli studi già fatti sulla composizione di quei contadini intorno a una mensa con un piatto di patate, proprio ora sono tornato dall’esecuzione del lavoro compiuta nella capanna alla luce di una lanterna, benché lo studio dello stesso dipinto sia stato fatto di giorno’. Vincent Willem van Gogh ha appena perso il padre e scrive al fratello (con il quale riprende un rapporto dopo un raffreddamento)a proposito di una delle sue opere più importanti, capolavoro del periodo di Nuenen. La perdita del ruolo paterno ha come conseguenza l’abbandono della casa familiare e costringe l’artista a spostare la dipendenza (psicologica, ma anche economica) sul fratello Théo e forse non è un caso che in quel momento di lutto l’attenzione pittorica si concentri sugli elementi della casa e della cena.

Il denaro è tema alimentare per eccellenza. In una curiosa inversione a chiasmo Théo assume su di sé il ruolo economico dello zio Vincent, il giovane Vincent aspira al modello spirituale del padre, il pastore Theodorus. ‘Il fatto che nella composizione vi sia un’unica mensa comune dalla quale i contadini prendono il cibo introduce di per sé l’idea della fratellanza: la nutrizione come postulato costitutivo di carattere primario trova riferimento nel simbolo rituale della comunione, la fractio panis’ (Maurizio Bonicatti).
Ma la più straordinaria mutazione genetica del capolavoro di van Gogh sta nella trasformazione a vista dell’iconografia della capanna e della mensa nella simbologia della grande madre, la terra: ‘Quando avevo già eseguito le teste con una finitura molto accurata ho deciso senza esitazione di ridipingerle, e non me ne pento: ora la pasta cromatica della nuova stesura potrebbe corrispondere al colore di una patata appena estratta dalla terra, beninteso non sbucciata.
E durante questo lavoro mi sono ricordato ancora una volta di ciò che si dice giustamente delle figure contadine di Millet: ‘I suoi contadini sembrano dipinti con la medesima terra che essi seminano’.’ scrive in una nuova lettera del maggio 1885 Vincent a Théo.