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Claudia Maina, Elizabeth Aro, I Santissimi

La trilogia esistenziale, by Maria Cristina Strati
From 26.09.2013 to 26.10.2013

« Quando tu [Antonioni] dichiari in un’intervista con Godard: “Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici”, tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. È proprio in questo che tu assolvi il compito dell’artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante. » (Roland Barthes, febbraio 1980)

Questa mostra, che si avvale del patrocinio dell’Associazione Michelangelo Antonioni, è dedicata alla memoria del grande maestro del cinema italiano. L’attenzione si concentra in modo particolare sui film La Notte (1961), L’Avventura (1960), e L’Eclisse (1962), noti al pubblico appunto come “trilogia esistenziale” o “dell’incomunicabilità”.
I film, che costituiscono una delle pagine forse più intense e ricche di senso della storia del cinema del nostro paese, si concentrano in modo particolare sul tema della difficoltà dei rapporti umani nella nostra epoca, sull’incomunicabilità, sulle tensioni interne alle relazioni di coppia.
Una particolare attenzione è dedicata ai personaggi femminili: in tutti e tre i film un ruolo fondamentale è, come è noto, affidato a un’interprete geniale come Monica Vitti.
Per sviluppare questo progetto sono stati coinvolti tre artisti che lavorano con linguaggi espressivi tra loro differenti, ma che vertono in modo particolare sulle installazioni. Ogni artista ha lavorato su un singolo film, cercando di coglierne e interpretarne il messaggio artistico e di pensiero, per dare vita ad un lavoro autonomo, nuovo per linguaggio e contenuto, ma capace di porsi in dialogo sia con le opere di Antonioni, sia con gli altri lavori in mostra.
Dato che ogni artista occupa una sala della galleria, il progetto si sviluppa quasi più come una triplice personale che come una vera e propria mostra collettiva.
Elizabeth Aro (Buenos Aires, 1961, vive e lavora ad Arona) presenta due installazioni sul film La Notte; Claudia Maina (Milano, 1976) ha sviluppato un percorso espositivo su L’Eclisse; I Santissimi (al secolo Sara Renzetti e Antonello Serra, nati entrambi a Cagliari, dove vivono e lavorano, nel 1978) si sono invece concentrati su L’Avventura.
Ogni artista ha dato vita all’interpretazione di uno dei tre film di Antonioni per una naturale affinità con il proprio lavoro, in un gioco sottile di rimandi per cui il film diventa la chiave interpretativa del lavoro, e viceversa. I progetti sono stati pensati e realizzati concentrandosi su specifiche scene dei film considerate essenziali, oppure cercando di cogliere il senso generale e più profondo dell’opera del maestro di Ferrara.

In occasione della mostra è prevista inoltre una piccola retrospettiva della trilogia di Antonioni presso il Cinema Centrale di Via Carlo Alberto, a Torino, in date ancora da definirsi.

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« When you [Antonioni] stated in an interview with Godard: “I feel the need to express reality in a way that is all but realistic”, you expressed a correct approach to meaning: you do not impose it, you abolish it. Such a dialectical relationship lends your films great subtlety: your art consists in leaving the road of meaning constantly open, uncertain, as it were – out of discretion. In doing this, you fulfill the role of the artist as needed by our time: neither dogmatic, nor insignificant. » (Roland Barthes, February 1980)

This exhibition is dedicated to the memory of the great master of Italian cinema, Michelangelo Antonioni. Our attention focuses in particular on the films La Notte (1961), L’Avventura (1960), and L’Eclisse (1962), known by the public as the “trilogy of existence” or “of incommunicability”.
These films, which constitute what may be one of the most intense and meaningful pages of film history in our country, concentrate especially on the difficulty of human relationships in our age, on incommunicability and the tensions in a couple’s relationships.
Special attention is paid to female characters. As is well-known, in all three films a key role is played by a superb interpreter, Monica Vitti.
For this project we invited three artists who, despite working with different expressive languages, share a special interest in installation. Each artist worked on one film, trying to capture and interpret its artistic and cognitive message, and on the basis of it develop an independent work, something new in terms of language and content, but which could nonetheless relate to both Antonioni’s work, and to the other works on display.
Since each artist occupies a room in the gallery, the project developed more as three-artist show than a regular group show.
Elizabeth Aro (Buenos Aires, 1961, lives and works in Arona) presents two installations on the film La Notte; Claudia Maina (Milan, 1976) created an exhibiting path based on L’Eclisse; finally, I Santissimi (aka Sara Renzetti and Antonello Serra, born in Cagliari in1978 and still based there) focused on L’Avventura.
Each artist’s reading of Antonioni’s film was prompted by a natural affinity with their own work, and developed through a subtle play of references, whereby the film becomes the reading key for the work, and vice versa. All projects were designed and carried out focusing on specific scenes from the film, which are regarded as essential, or trying to grasp the general, deeper meaning of each work by the Ferrara-born master.

The exhibition program also includes a short retrospective screening of Antonioni’s trilogy at Cinema Centrale, in Turin, Via Carlo Alberto (dates still to be set).

Non una parola di più

“Bisogna stare in un posto dove le parole diventano foglie e così possono rubare i colori alle nuvole e dondolare al vento”
(Tonino Guerra, Polvere di Sole, 2012)
“Quando tu [Antonioni] dichiari in un’intervista con Godard: “Provo il bisogno di esprimere la realtà in
termini che non siano affatto realistici”, tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma
non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare
la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. È proprio in questo che tu assolvi il
compito dell’artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante”
(Roland Barthes, febbraio 1980)

Nei film di Michelangelo Antonioni ci sono pochissime parole: a parlare sono le immagini.
Un esordio del genere, in un testo come questo, rischia di far rabbrividire per la presunta banalità. Ma non è così: l’affermazione è infatti tanto più vera quanto più appare frutto di uno scontato intellettualismo, perché l’assenza di parole invita proprio a gettare via ogni pretenziosa interpretazione intellettual-salottiera per lasciare il posto a un altro modo di vedere e leggere prima il film, e poi il mondo intero. Qui tutto esplode, come nella nota scena finale di Zabriskie Point, e il nostro universo intero, fatto di miti pop consunti e consumistici, visioni preconfezionate e idee a buon mercato, va fortunatamente in mille pezzi, facendosi simile a una scompigliata visione alla Pollock. Restano colori, immagini, silenzi e volti: insomma, nient’altro che una profondissima bellezza.
Lungi dall’esaltare qualsiasi forma di edonismo, i film di Antonioni hanno appunto pochissime parole: ma sono tutte necessarie e perfette. E tanto più di bellezza si può parlare, unita a profonda sensualità e intelligente ironia, se l’attrice protagonista intorno a cui ruota il racconto del film è la grandissima Monica Vitti: un volto capace di trasfigurare ogni visione stereotipata del femminile, di andare oltre, e guardare dentro, alle profondità infinite dell’anima e dei suoi tormenti.
Questa mostra è dedicata alla memoria del grande maestro del cinema italiano Michelangelo Antonioni. L’attenzione si concentra in modo particolare sui film La Notte (1961), L’Avventura (1960), e L’Eclisse (1962), noti al pubblico appunto come “trilogia esistenziale” o “dell’incomunicabilità” che si completa poi con “Il Deserto Rosso” del 1964. I film, che costituiscono una delle pagine forse più intense e ricche di senso della storia del cinema del nostro paese, si concentrano in modo particolare sul tema della difficoltà dei rapporti umani nella nostra epoca, sull’incomunicabilità, sulle tensioni interne alle relazioni di coppia. Una particolare attenzione è dedicata ai personaggi femminili: in tutti e tre i film un ruolo fondamentale è, come è noto, affidato al genio interpretativo di Monica Vitti.
Per sviluppare questo progetto sono stati coinvolti tre artisti che lavorano con linguaggi espressivi tra loro differenti, ma che vertono in modo particolare sulla dimensione installativa e scultorea. Ogni artista ha lavorato su un singolo film, cercando di coglierne e interpretarne il messaggio artistico e di pensiero, per dare vita ad un lavoro autonomo, nuovo per linguaggio e contenuto, ma capace di porsi in dialogo sia con le opere di Antonioni, sia con gli altri lavori in mostra.
Dato che ogni artista occupa una sala della galleria, il progetto è alla fine più simile ad una triplice personale che ad una vera e propria mostra collettiva.
Elizabeth Aro (Buenos Aires, 1961, vive e lavora ad Arona) presenta due installazioni pensate e realizzate a partire dal film La Notte; Claudia Maina (Milano, 1976) ha sviluppato un percorso espositivo su L’Eclisse; I Santissimi (al secolo Sara Renzetti e Antonello Serra, nati entrambi a Cagliari, dove vivono e lavorano, nel 1978) si sono invece concentrati su L’Avventura.
Ogni artista ha dato vita all’interpretazione di uno dei tre film di Antonioni per una naturale affinità con il proprio lavoro, in un gioco sottile gioco di rimandi per cui il film diventa la chiave interpretativa del lavoro, e viceversa. I progetti sono stati pensati e realizzati concentrandosi su specifiche scene dei film considerate essenziali, oppure cercando di cogliere il senso generale e più profondo dell’opera del maestro di Ferrara.
Il progetto espositivo è nato per me spontaneamente, dal vivo interesse suscitato dai film in oggetto del lavoro, ma anche e soprattutto per il senso particolarmente attuale e profondo che le tematiche affrontate da Antonioni hanno per noi oggi.
Meno facile, anzi, decisamente più complessa e a tratti tormentata, è stato invece il lavoro concreto di realizzazione del progetto: la selezione degli artisti, il loro processo di conoscenza del materiale filmico, lo studio, le discussioni sulle tematiche e sui lavori che meglio le avrebbero espresse, si sono rivelate una vera avventura, parafrasando il titolo del film, intensa dal punto di vista intellettuale e forse anche emotivo.
Una nota curiosa: più volte, nel corso della lavorazione, alcuni tra gli artisti coinvolti mi hanno manifestato un senso di profonda e curiosa meraviglia: perché il film su cui dovevano lavorare non parlava loro soltanto appunto di lavoro, in quanto ottime artiste quali sono, nell’ambito della loro ricerca, ma pareva rivolgersi a loro personalmente, a livello di vita e storia personale.
All’ingresso della galleria il pubblico è accolto da un lavoro di grandi dimensioni di Elizabeth Aro. Si tratta di un albero di stoffa, cucito sapientemente in morbido broccato bianco. L’albero appare reggersi con difficoltà, aggrappato ad un’impalcatura di legno, simile al ponteggio di una casa in ristrutturazione. Il lavoro si ispira alla scena finale del film La Notte, in cui Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau si ritrovano all’alba a fare i conti con se stessi e la propria storia di coppia, seduti ai piedi appunto di un albero. Ma l’albero è anche il simbolo di una storia che cresce e sopravvive, bianca e pura come il latte, ma tanto fragile che per andare avanti deve essere puntellata, appoggiarsi a una struttura che insieme la sorregge e la opprime: così come l’amore spontaneo tra due persone a volte è obbligato da regole ad esso esterne e imposte a rientrare in canoni prestabiliti, comportamenti sociali che ne distruggono lo spirito profondo pur consentendo, come puntelli di una struttura architettonica claudicante, di restare unito a ciò che altrimenti si separerebbe, trovando forse altre, nuove e più libere strade.
All’interno della galleria, nella prima sala, Aro continua la sua riflessione con una serie di lavori diversi, tra cui spiccano una serie di quadri letteralmente incisi e scolpiti nel vetro che riportano una frase tratta dal film, pronunciata da un amico della coppia in una delle scene iniziali: “è davvero incredibile come non si ha più voglia di fingere a un certo momento”.
La frase è terribile e profonda, austera e secca nella sua semplicità (da notare la scelta di Antonioni/Guerra a non usare la forma congiuntiva del verbo, a sottolineare l’implacabilità della scelta, la reale e concreta impossibilità di fingere). Le parole scolpite nel vetro non potrebbero reggere, sono terribili, ma ancora una volta estremamente fragili. Reggono soltanto perché una cornice di legno le tiene insieme, in modo insieme tragico e poetico: così come alle volte i matrimoni, i legami, reggono perché a reggerli è, letteralmente, la cornice (vedi famiglia, figli, società e convenzioni di vario tipo), e non un contenuto che stia in piedi da sé. Nella sala accanto, il percorso espositivo prosegue con i lavori di Claudia Maina, dedicati a L’Eclisse. Il film narra la storia di un giovane amore, tra una incontenibile Monica Vitti e un giovane Alain Delon. I due incrociano le loro vite, flirtano, ma non si coinvolgono mai realmente l’uno con l’altro. Ciò che loro sfugge è il vero incontro profondo: come il sole e la luna, maschile e femminile si guardano, si oscurano a vicenda, stanno a distanza e, per natura o per cultura, si guardano un momento e poi spariscono, come ombre.
Il lavoro di Maina si addice particolarmente a questo tipo di sentimenti e riflessioni. Nelle sue sculture/installazioni fatte di bicchieri ossessivamente accastellati l’uno sull’altro, abitate da omini gracili come ombre, tutti uguali e tutti prigionieri di un identico destino di solitudine e isolamento, senza redenzione, il vetro fa da spartiacque invalicabile, indice di una profonda tensione emotiva ed estetica: insieme esposizione allo sguardo di tutti e separazione insormontabile ad ogni reale contatto.
All’inizio del percorso espositivo a lei dedicato Maina presenta alcune sculture di piccole dimensioni, che conducono lo spettatore via via, verso un lavoro più grande, che evoca alcune scene salienti del film. La Vitti e Delon spesso, in un romantico ma significativo gioco di amanti, si baciano per finta attraverso la lente di una porta, le labbra separate da un insuperabile vetro, sperimentando l’anelito al contatto intimo (il bacio) e insieme la separazione (il vetro): così le figurine prigioniere dei bicchieri, che abitano le sculture in mostra, paiono creaturine chiuse in magiche storte alchemiche, insieme pronte a sottrarsi a ogni autentico contatto, ma chissà , forse anche interiormente pronte a un qualche tipo di misteriosa trasformazione di sé, tanto più profonda e impegnativa, quanto nascosta allo sguardo, e tuttavia, forse, preludio di una più felice svolta.
Al piano superiore la mostra si conclude con un lavoro particolarmente impegnativo del duo I Santissimi, chiamati a interpretare il film L’Avventura.
Il film, come è noto, racconta di un triangolo amoroso tra Monica Vitti, Gabriele Ferzetti e Lea Massari. Il personaggio interpretato dalla Massari a un certo punto scompare, nel corso di una gita: morta? Fuggita oppure solo persa, incapace di tornare sui suoi passi? L’amica, Monica Vitti, e il fidanzato, Ferzetti, si mettono sulle sue tracce e, inesorabilmente, nonostante le resistenze della Vitti, si innamorano e iniziano una relazione, destinata però anch’essa a svanire nel nulla di una rete di condizionamenti sociali e culturali. La donna scomparsa, di cui non si sa più nulla, è la chiave della vicenda, proprio perché la sceneggiatura non offre alcun suggerimento su quanto le sia accaduto e su quale circostanza si sia deciso il suo destino. La donna scomparsa rappresenta forse l’anima fuggita? L’incontro, l’occasione perduta? Non resta che riflettere, immaginando.
I Santissimi hanno tradotto le suggestioni provenienti dal film e della vicenda in esso narrata attraverso un’installazione di grandi dimensioni che rappresenta due figure umane, un uomo e una donna, riprodotte in maniera profondamente realistica e a grandezza naturale. Le due figure stanno l’una di fronte all’altra, immerse in una inquietante semi oscurità, e racchiuse in teche di vetro, come animali da osservare, anch’essi, come prima per i lavori di Claudia Maina, senza poter allungare la mano e toccarsi, mai. Si guardano? Respirano? Non possiamo saperlo, né immaginarlo. Le figure sembrano avvolte in una nebbia sottile, che ne dissolve i contorni. Ciò che emerge dal lavoro è la morte della vita senza incontro, senza mettersi in gioco, senza rischio. Sta a noi, spettatori, guardare, toccare con mano, accarezzare le teche e far apparire, come per incanto, le figure nascoste, le vite celate allo sguardo, l’incontro mancato.
Qui, come negli altri lavori in mostra, la speranza si nasconde dunque nel segreto di un incontro vero, fatto di occhi, mani, nessuna finzione o azioni di circostanza, solo la verità dello sguardo. Solo allora che si svela quella bellezza: profonda, impalpabile, difficile da scorgere a volte, ma possibile, presente e viva.
Quando il vetro che separa e spezza i contatti si rompe, vanno in mille pezzi i ruoli precostituiti del maschile e del femminile, già pronti per essere indossati come vestiti dozzinali in un ipermercato, tutti uguali e uguali per tutti. Ma che accade se si abbandonano i criteri borghesi a cui siamo abituati, i cliché, i condizionamenti sociali? Resta ancora qualcosa o non resta nulla?
È bello immaginare che, una volta spogliati delle intenzioni, convenzioni, giudizi e pregiudizi, resta il deserto: ma se fosse questo il deserto intensamente poetico di Zabriskie Point, punto magico dell’incontro puro, nudo, senza finzioni né frontiere? Così vanno all’aria tutti i puntelli, i silenzi, i progetti già pensati da altri al posto nostro. Chissà forse ora siamo pronti per cogliere la sorpresa dell’incontro con l’altro da noi. Un incontro vero, senza una parola di troppo.

Maria Cristina Strati

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Without a word too many

“We need to stay in a place where words become leaves, and thus can steal the colors of the clouds and swing in the wind”
(Tonino Guerra, Polvere di Sole, 2012)
“When you [Antonioni] stated, in an interview with Godard: ‘I feel the need to express reality in a way that is not realistic at all’, you expressed a correct approach to sense: you do not impose it, but do not abolish it either. This dialectical relationship lends your films great subtlety: your art consists in keeping the road of meaning constantly open, uncertain, as it were – out of discretion. In doing so, you fulfill the role that is required of an artist in our time: neither dogmatic, nor insignificant”
(Roland Barthes, February 1980)

In the films of Michelangelo Antonioni we hear very few words – it is the images that speak.
Now, if you begin a text such as this with the words I have just written, you might well be accused of being terribly banal. But this is note the case. The opening statement is all the more true as it appears to be the product of mediocre intellectualism, since it is the absence of words that encourages viewers to reject all pretentious intellectual, fashionable interpretations in favor of another way of watching and reading, first the film, and then the world in general. Everything explodes, as in the famous final scene of Zabriskie Point, and our whole universe, made up of stale consumer pop myths, pre-packaged visions and cheap ideas, luckily falls to pieces, turning into a Pollock-like vision. What remains is colors, images, silences and voids – in other words, nothing but profound beauty.
Far from embracing hedonism in any form, the films of Antonioni contain, as I said, very few words – but they are all necessary and perfect. And they are all the more about beauty, coupled with a deep sensuality and bright irony, when the female protagonist at the center of the film’s plot is the great Monica Vitti – a face that transcend all stereotypical visions of femininity, that goes beyond and looks inside, into the abysmal depths of the soul and its torments.
This exhibition is dedicated to the memory of the great master of Italian cinema, Michelangelo Antonioni. Our attention focuses in particular on the films La Notte (1961), L’Avventura (1960), and L’Eclisse (1962), which the public knows as “trilogy of existence” or “of incommunicability”, and is completed by “Il Deserto Rosso” (1964). These films constitute what may be one of the most intense and meaningful pages in the history of cinema in our country. They concentrate on the difficulty of human relationships in our time, on the inability to communicate, and on the tensions in a couple’s relationship. Special attention is paid to female characters. As is well known, in all three films a key role is played by the superb interpreter, Monica Vitti.
For this project we invited three artists who, despite working with different expressive languages, share a special interest in installation and sculpture. Each artist worked on one film, trying to capture and interpret its aesthetic and cognitive message, and on the basis of it develop an independent work, something new in terms of language and content, but which can nonetheless link back to both Antonioni’s work, and to the other works on display.
Since each artist occupies ones room in the gallery, the project developed more as three-artist show than a regular group show.
Elizabeth Aro (Buenos Aires, 1961, lives and works in Arona) presents two installations on the film La Notte; Claudia Maina (Milan, 1976) created an exhibiting path based on L’Eclisse; finally, I Santissimi (aka Sara Renzetti and Antonello Serra, born in Cagliari in 1978, where they are still based) focused on L’Avventura.
Each artist’s reading of Antonioni’s film was prompted by a natural affinity with their own work, and developed through a subtle play of references, whereby the film becomes the reading key of the artwork, and vice versa. All projects were designed, and carried out, either focusing on specific scenes of the film, which are regarded as essential, or trying to grasp the general, deeper meaning of each work by the Ferrara-born master.
The idea for this exhibiting project came to me naturally, as a consequence of my keen interest in the films that form the subject of the works, but above all for the strong relevance that the issues tackled by Antonioni have for us today.
A little less easy, in fact decidedly more complex, sometimes tormented, was the actual making of the project: the selection of artists, the process of their getting acquainted with the film material, the study, the discussion about the themes, and about what types of work could best express them – all this turned out to be a true adventure, to quote the title of one film, one that was very intense intellectually, maybe even emotionally.
A curious note: in the course of the making of this exhibition, some of the artists have repeatedly expressed a sense of deep, strange wonder. The film they had to work on did not simply “speak” to them as artists, insofar as their work was concerned, but it seemed to talk to them personally, about their individual lives.
At the entrance of the gallery, the public is welcomed by a large-size work by Elizabeth Aro – a tree made of fabric, skillfully sewn in soft white brocade. The tree seems unable to support itself, clinging to a wooden structure, which looks like the scaffolding of a house that is being renovated. The work draws inspiration from the final scene of the film La Notte, in which Marcello Mastroianni and Jeanne Moreau pause to take stock of their lives and their story as a couple, sitting at the bottom of a tree at dawn. But the tree is also the symbol of a story that grows and survives, white and pure as milk, and yet so fragile that in order to continue it needs to be propped up, to attach itself to a structure that both supports and oppresses it – just like the spontaneous love between two individuals is sometimes constrained by external, imposed rules to stay within pre-determined models and social behaviors, which destroy its deepest spirit even as they allow it, like the props of an unstable architectural structure, to keep together what would otherwise come apart, and maybe find other, new, freer ways.
Inside the gallery, in the first room, Aro’s reflection continues with a set of different works, among them a series of pictures that are literally engraved and sculpted in glass along with a sentence from the film, said by a friend of the couple in one of the first scenes: “è davvero incredibile come non si ha più voglia di fingere a un certo momento” (it is really incredible how can you get to a point where you don’t feel like pretending any more”).
These words are both terrible and deep, harsh and dry in their simplicity (note the choice of Antonioni and Guerra not to use the subjunctive of the verb, to underline the fact that there is no alternative, that is really impossible to pretend). These words sculpted in glass cannot last – they are terrible, but again extremely fragile. They continue to exist only because they are kept together by a wooden frame, in a way that is both tragic and poetic at the same time: just like marriages, and bonds in general, sometimes last because they are literally held up by their frame (i.e. family, children, society, and conventions), not because they are able to sustain themselves. In the next room, the path continues with the works of Claudia Maina on L’Eclisse. The film narrates the story of a young love between an emotionally uncontrollable Monica Vitti and a young Alain Delon. The two share moments in their lives, they flirt, but never really get involved with each other. What they cannot have is a true, deep encounter – like the sun and the moon, male and female look at each other, obscure each other, steer clear of each other and, as a consequence of nature, or culture, stare at each other for a moment and then disappear, like shadows.
The work of Maina is particularly appropriate for this type of feelings and reflections. In her sculptures/installations, made of glasses obsessively piled on top of each other, and inhabited by small human figures, thin like shadows, all identical and imprisoned in the same fate of loneliness and isolation, without redemption. Here glass functions as a watershed that is impossible to cross, as the sign of a deep emotional and aesthetic tension: while exposing the creatures to the look of everybody, it deprives them of any real contact.
At the beginning of her exhibiting path, Maina presents some small-sized sculptures, which gradually take the spectator to a larger work that evokes some key scenes from the film. Vitti and Delon, in a romantic yet meaningful lovers’ play, often pretend to kiss through the lens of door, their lips separated by an impenetrable glass – so that they simultaneously experience intense desire for intimate contact (the kiss), and separation (the glass). Thus the figurines trapped in the glasses, who inhabit the sculptures, look like small creatures enclosed in alchemical retorts, unable to establish any real contact, but who knows, maybe also ready for some kind of mysterious self-metamorphosis, all the more deep and elaborate as it is hidden from our sight, and yet may lead to happier turn of events.
On the upper floor, the exhibition closes with a particularly challenging work by the duo I Santissimi, who worked on the film L’Avventura.
As is well-known, the film tells about a love triangle between Monica Vitti, Gabriele Ferzetti and Lea Massari. At some point, the character played by Massari disappears during a tour: did she die? Did she run away or did she simply get lost, and is unable to retrace her steps? Her friend, Monica Vitti, and her fiancé, Ferzetti, set out to find her and inevitably, despite Vitti’s resistance, fall in love with each other and start a relationship, which is also doomed to vanish without a trace, into a web of social and cultural conditioning. The missing woman, of whom we no longer know anything, is the key to this story, precisely because the screenplay does not give us any clue as to what happened to her, or what circumstances led to her disappearance. May the missing woman be the symbol of the vanished soul? Of a missed encounter or opportunity? All we can do is guess, using our imagination.
I Santissimi have translated the impressions they got from the film, and the story it tells, into a large-size installation that represents two human figures, a man and a woman, reproduced very realistically, in life-size. The two figures stand in front of each other, plunged in a disturbingly dim light, enclosed in glass cases like animals to be looked at and, just like in the previous works by Claudia Maina – unable to reach out and touch each other. Are they really looking at each other? Are they breathing? We cannot know, cannot imagine. These figures seem to be wrapped in a thin fog that blurs their outlines. What emerges from the work is the ‘death’ of a life that refuses the encounter, refuses to take challenges, to run risks. It is up to us spectators to see with our own eyes and touch with our own hands, to caress the cases and let the hidden figures appear as if by magic, revealing what is concealed from our sight – their lives and their missed encounters.
Here, as in the other works on view, hope lies in the mystery of a true encounter, made of eyes, hands – no pretending or formal gestures, only a truthful look. Only then will their beauty be revealed: deep, impalpable, hard to perceive at times, but possible, present and alive.
As the glass that prevents contact breaks, what falls to pieces are the pre-invented male and female roles, ready to be put on like cheap clothes in a shopping mall, all the same, and the same for all. But what happens if we drop the bourgeois standards we are used to, the clichés, the social conditioning? Are we left with something, or is there really nothing left?
It may be tempting to imagine that, once we have been stripped of all our intentions, conventional behaviors, judgments and prejudices, what remains is the desert. But what if this desert were the poetically intense desert of Zabriskie Point, the magic point of encounter – pure, naked, without pretense or limits? All the props, the silences, the plans others made for us would collapse. And who knows, we might be ready to really understand what an encounter with the other really is. A true encounter, without a word too many.

Maria Cristina Strati