BACK
PAST Exhibitions
Margot Quan Knight

Margot Quan Knight
From 30.01.2004 to 13.03.2004

Margot Quan Knight – Aftermath 1 (Taking Care)
Aftermath 1 (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Aftermath 2 (Taking Care)
Aftermath 2 (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
120 x 160 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Alone (Taking Care)
Alone (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Chicken Feed (The Garden)
Chicken Feed (The Garden)
2003
lambda print on aluminium
100 x 70 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Empty Couple (If)
Empty Couple (If)
2002
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 9  
Margot Quan Knight – Fishing Dress (The Garden)
Fishing Dress (The Garden)
2003
lambda print on aluminium
50 x 70 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Homeless (If)
Homeless (If)
2002
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 9  
Margot Quan Knight – Hump (The Garden)
Hump (The Garden)
2003
lambda print on aluminium
50 x 70 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Nest (Taking Care)
Nest (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Newspaper (If)
Newspaper (If)
2002
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 9
Margot Quan Knight – Pitchfork Dance (The Garden)
Pitchfork Dance (The Garden)
2003
lambda print on aluminium
50 x 70 cm
ed.1/7  
Margot Quan Knight – Prune (The Garden)
Prune (The Garden)
2004
lambda print on aluminium
100 x 70 cm
ed. 7
Margot Quan Knight – River (Taking Care)
River (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Sweaters (Fashion Virus)
Sweaters (Fashion Virus)
2003
lambda print on aluminium
120 x 160 cm
ed. 7  
Margot Quan Knight – Thorn Hug (If)
Thorn Hug (If)
2002
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 9  
Margot Quan Knight – Together (Taking Care)
Together (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
70 x 100 cm
ed. 10  
Margot Quan Knight – Torso (Taking Care)
Torso (Taking Care)
2003
lambda print on aluminium
100 x 70 cm
ed. 7
Margot Quan Knight – Transplant (The Garden)
Transplant (The Garden)
2003
lambda print on aluminium
50 x 70 cm
ed. 7

La giovane artista statunitense Margot Quan Knight presenta, nella sua prima importante personale in Italia, un “universo parallelo” in cui, grazie ad un attento uso dello strumento fotografico e digitale, il possibile diventa reale, o quanto meno verosimile.
Partendo da oggetti e situazioni della quotidianità, l’artista traduce pensieri, sentimenti e sensazioni astratte in espressioni “fisiche”, come se gioia, solitudine e sofferenza potesseroconcretizzarsi in immagini “vere più del vero”.

Nella serie “If”, creata in collaborazione con Fabrica, oggetti e corpi assumono una nuova vita in soluzioni ardite e fantastiche, volutamente scioccanti e ironiche, senza erdere quella credibilità che nasce da associazioni mentali proprie del nostro immaginario e possibili solo nella nostra mente, o nella dimensione onirica: la solitudine è una mancanza tangibile, la strada diventa letto per un senza tetto, le “spine” di un rapporto non sono solo metafora.
Nella serie “The Garden” ci si addentra in un surreale giardino d’inverno: una coppia di pattinatori danza sulla terra ancora da arare, un ragazzo cerca le proprie “radici”, un albero diventa un manichino per sarti, polli già cucinati reclamano il loro cibo. Di nuovo un universo fantastico, dove uomo e natura interagiscono con codici e modalità non convenzionali, in una nuova dimensione dal grande impatto poetico ed evocativo. La tecnica di ridurre il corpo umano “in pezzi”, snaturandoli e riassemblandoli, ispirata dai temi cari a Fernand Leger, e non priva di certe suggestioni surrealiste, è al centro della serie “Taking Care”, e ben traduce la simbologia della frammentazione dell’io e della sua parallela unicità in un’associazione corpo / sfera emotiva, solo apparentemente indissolubile.

Da un punto di vista tecnico la novità del lavoro di Margot nasce dalla reale capacità non solo di immaginare, ma di realizzare davvero le immagini suggerite in veri e propri set fotografici. Da un punto di vista meramente tematico, alla politezza dell’immagine e all’eleganza della composizione formale si propone, per contrasto, una straordinaria capacità di provocare inquietudini e spiazzamenti nello spettatore, senza ricorrere alla drammaticità, ma inducendo, piuttosto, alla riflessione.

——

In her first major solo exhibition in Italy, young American artist Margot Quan Knight presents a “parallel universe” in which skilful use of digital processing and photography gives reality – or at least plausibility – to what is possible.

Starting out from everyday objects and situations, the artist translates thoughts, feelings and abstract sensations into “physical” expressions, so that joy, loneliness and suffering can take shape in the form of pictures that are “truer than truth”. In the “If” series, created together with Fabrica, bodies and objects acquire new life in a number of daring and fantastic ways. They are intentionally shocking and ironic, and never lose the credibility they acquire from mental associations peculiar to our imagination. Associations that can exist only in our minds or in the world of dreams: solitude is tangible absence, the road becomes a bed for the homeless, the “thorns” of a relationship are more than just a metaphor. In the “Garden” series, we find ourselves entering a surreal winter garden: a pair of skaters dance on the soil that still awaits tilling. A boy searches for his own “roots”, the tree becomes a clothes dummy. Ready-cooked chickens clamor for their food. Once again, a fantastic universe in which man and nature interact with non-conventional codes and manners, in a new dimension with immense poetic and evocative impact.

The technique of reducing the human body into pieces, corrupting them and reassembling them, inspired by themes dear to Fernand Leger and not without surrealist overtones, is at the heart of the “Taking Care” series. It effectively translates the symbolism of a fragmented ego and its parallel singularity into an association between the body and the emotional sphere, which are only apparently indissoluble.
From the technical point of view, what makes Margot’s work so original is its ability not only to imagine, but actually to make the imagined pictures come true in real photographic sets. By contrast, from a purely thematic point of view, the refinement of the image and the elegance of the composition reveal an extraordinary ability to arouse disquietude and unease in the observer – having no recourse to dramaticism but, on the contrary, inducing contemplation.

Intervista a Margot Quan Knight
Luca Beatrice:Sei nata a Seattle, città da sempre sinonimo dell’industria, diventata alla fine degli anni ’80 la culla della musica e della cultura grunge. Quanto queste atmosfere underground ed esistenziali hanno influito sulla tua formazione?

MargotQuan Knight:Sono nata a Seattle, ma sono cresciuta dall’altra parte del lago, nel quartiere di Bellevue. Non ne sapevo molto, lo stile e la cultura grunge erano solo delle suggestioni che mi sfioravano, mentre io ero concentrata sulla scuola, e, più tardi, sullo sport. In un senso più generale, l’atmosfera culturale tollerante di Seattle, che ha consentito al grunge di svilupparsi, ha certamente permesso anche a me e ai miei pensieri di crescere liberamente. Notavo il modo straordinario in cui le piante crescevano nel mio giardino; leggevo i testi di medicina dei miei genitori ed ero colpita dalla plasticità delle deformazioni umane. Frequenti viaggi mi hanno rivelato poi le innumerevoli meraviglie della natura e le diverse realtà.

L.B.:Oggi vivi buona parte del tuo tempo a San Francisco con cui invece si identifica la psichedelica e la cultura alternativa. Questo entra a far parte del tuo immaginario?

M.Q.K.:Mi sono trasferita a San Francisco nel 2002 dopo aver vissuto a Treviso per due anni, e questo fatto è stato scioccante da un punto di vista culturale. Il mio lavoro dell’ultimo anno riflette la difficoltà che questo trasferimento ha comportato, piuttosto che una specifica influenza di San Francisco. Ero angosciata dal fatto di aver lasciato il clima protettivo di Fabrica e di dover ricominciare la mia vita, da sola, in una città che non avevo neppure mai visitato. Volevo ottenere ogni cosa fortemente e mi spronavo a raggiungere i miei obbiettivi, ma talvolta mi sentivo sopraffatta. La serie Taking Care è diventata così il diario delle mie sensazioni mentre ricostruivo la mia vita e le mie amicizie a San Francisco.

L.B.:Da dove sei partita e quali sono stati i tuoi primi passi d’artista?

M.Q.K.:Lanecessità di fare arte è come una malattia, ma non sono sicura di esserne stata “colpita” da bambina o di essere nata così. Quando avevo 4 anni la mia babysitter mi lasciava tracciare dei segni su una lavagnetta luminosa; io disegnavo immagini di case e arcobaleni, proprio come fanno tutti i bambini. Il mio primo incontro con una macchina fotografica avvenne alla scuola superiore, quando seguii una lezione introduttiva sulla fotografia in bianco e nero. Nel corso di quel semestre trascorsi qualche settimana in Madagascar in gita con la mia famiglia e, in quell’occasione, mi piacque moltissimo scattare foto. All’Università ho iniziato il Corso di Biologia, ma mi sono poi laureata in Arte con indirizzo fotografico. Più tardi, durante l’esperienza di Fabrica, ho realizzato che il mio desiderio è dedicare la vita all’arte.

L.B.: Raccontami l’esperienza italiana di Fabrica.

M.Q.K.:I due anni che ho trascorso a Fabrica, il centro di ricerca sulla Comunicazione di Benetton, sono stati un’incredibile occasione. Mi è stata data la possibilità di sviluppare la mia arte a tempo pieno, con totale appoggio economico. Ero insieme ad altri 40 giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo che si occupavano di Grafica, Disegno Industriale, Fotografia, Musica, Video e New Media. Ogni mese, artisti internazionali venivano a trovarci, esprimevano giudizi critici sui nostro lavori e tenevano dei work-shop. Per me era il paradiso. Ma anche la mia vita, nella sua accezione più ampia, era molto serena; mi sono sentita pervasa dalla cultura italiana, e me ne sono “innamorata”. Lo so che è un luogo comune, ma è vero! I fumetti di Dylan Dog mi hanno aiutato a imparare la lingua; il signor Pinarello mi ha dato una bicicletta e il Gruppo Cicloturistico di Treviso mi ha instradato alla cultura delle due ruote. Ho trascorso i weekend con una deliziosa famiglia che mi ha insegnato a fare il risotto, ammazzare il maiale e farne salsicce.

L.B.:L’influenza dell’immagine pubblicitaria è decisiva nel tuo lavoro?

M.Q.K.:All’università (1998) i miei primi progetti di manipolazioni digitali, sovvenzionati da una borsa di studio, erano delle false campagne pubblicitarie con le quali ho tappezzato i muri intorno al campus. Ero interessata a sovvertire il linguaggio visivo della pubblicità e ad usarlo per portare avanti un mio messaggio personale – in particolare volevo criticare l’uso dei media di idealizzare i corpi femminili per vendere prodotti. Continuo ad ammirare lo stile pubblicitario per la sua chiarezza e l’efficienza della comunicazione. La comunicazione è stata una delle motivazioni trainanti nel mio realizzare immagini. Volevo aprire la mia mente agli altri condividendo idee e sensazioni. Ho anche una grande passione per gli oggetti stereotipati che derivano in parte dal linguaggio pubblicitario, in parte dalla mia infanzia. Un pomodoro mostrato in una pagina pubblicitaria deve essere la “quintessenza” del pomodoro: perfettamente rotondo, rosso, brillante. Mio padre era sempre orgoglioso dei suoi perfetti cavolfiori o dei pomodori, rossi e rotondi, del suo orto.

L.B.:Le tue serie fotografiche partono da una lenta e teatrale costruzione del set. Tutto ciò che può sembrare falso, oppure ottenuto dalla manipolazione del vero attraverso photoshop, ha invece una partenza di realtà. Come si realizza questo disequilibrio tra vero e falso?

M.Q.K.:Concettualmente e tecnicamente il “disequilibrio” nelle mie immagini viene proprio da un sottile spostamento da ciò che è accettato come reale. Non sono interessata così tanto al falso o al vero, ma piuttosto a ciò che è possibile. Concettualmente, inizio con entità conosciute: corpi umani, piante, oggetti d’uso quotidiano, a cui dare più vita, o permettere loro di manifestarsi in modo inusuale. Da un punto di vista tecnico, la manipolazione informatica è un aiuto per modificare, non per creare immagini. Le fotografie si basano sul mondo reale, ma ho anche fatto ricorso a soluzioni innovative. Ho utilizzato pasta di pane al gusto di cioccolata per simulare carne umana, cemento a presa rapida per creare il “mio” marciapiede, acqua bollente per separare la buccia di un pomodoro e infine ho fatto un buon lavoro di cucito. Ho anche collocato una tegola al contrario, ho realizzato dei finti escrementi di biscotto e ho anche portato in braccio per le vie di San Francisco un’oca bollita. Sono contenta di apprendere nuove tecniche e di provare qualsiasi possa portare a compimento una mia idea.

L.B.: Ti esprimi prevalentemente per cicli che hanno così un taglio narrativo quasi cinematografico dove ha sempre più importanza ciò che accade, ad esempio il piccolo spostamento di asse nel quotidiano che può provocare un orrore o una stortura. Qual è il fine dei tuoi racconti, da dove traggono ispirazione?

M.Q.K.:Le “storie”prendono spunto dalla vita: iniziano con una nascita o una morte o “Il Signor Smith aveva 52 anni e si innamorò dal verduriere”. Mi piacciono le storie e mi piace anche la scienza. Nella scienza tu puoi fare ipotesi e sperimentarle. Per esempio: se “x” è possibile , allora “y” potrebbe essere il risultato. Nelle mie immagini ci sono molte “y” come risultati, frutto delle mie diverse ipotesi. Qual è lo scopo delle storie? Raccontare vecchie cose in modi nuovi. Ho molta fiducia e vorrei stimolare la gente a guardare con nuovi occhi, vedere di più in ciò che è familiare.

L.B.:Quasi sempre fai “recitare” amici e parenti costringendoli a parti spesso scomode ma intriganti. Che rapporti hai con i tuoi attori?

M.Q.K.:Le mie immagini sono in stretta relazione con i miei modelli, e questo è il motivo per cui collaboro con persone che credono nel mio lavoro e sono disponibili a fare qualunque cosa sia necessaria per le fotografie. Non ho mai voluto che qualcuno si sentisse a disagio o “disturbato” in alcun modo. Ma devo dire i miei amici e i miei familiari sono stati coraggiosi. Si sono immersi nelle acque gelate di un fiume, si sono appesi a testa in giù dal parapetto di un ponte tenendosi con le gambe, hanno indossato vestiti di carta, si sono cosparsi i capelli di fango, si sono incollati spine sulla pelle. L’ho apprezzato molto, e non avrei potuto realizzare i miei lavori senza il loro aiuto e la loro fiducia.

L.B.:Le modifiche del corpo umano prendono spunto da un paziente lavoro di ricostruzione plastica che quasi si può definire scultura. Come avviene questo processo?

M.Q.K.:I corpi umani smembrati nella serie Taking Care sono stati il risultato di mesi di ricerca e stimoli creativi. Iniziai a realizzare disegni a carboncino di modelli nudi per capire il corpo umano e il modo migliore in cui farlo a pezzi. Dopo alcuni esperimenti, ho iniziato a realizzare sagome modellando plastilina con le fattezze di corpi umani. Le forme sono state poi colate in gesso, scolpite, sabbiate e dipinte con vernice acrilica color carne, a creare parti del corpo in gesso dalla forma tondeggiante. I modelli e le parti del corpo sono stati fotografati insieme: prima in prove di studio, poi nel mondo reale su spiagge, campi e all’interno di stanze. In seguito la pellicola è stata sviluppata e scansita; ho usato il computer per stendere il colore della pelle umana sulle sagome scolpite. Mi sono avvalsa di questo elaborato processo creativo perché volevo che le immagini finali fossero le più congruenti possibili alla realtà, pur essendo una realtà che ho costruito da me.

L.B.:Pur presentandosi come immagini molto contemporanee, le tue opere sono cariche di citazioni e rimandi alla storia dell’arte (il Surrealismo, Man Ray) e in generale del gusto per l’assurdo. Ti senti in linea con questa poetica?

M.Q.K.:In definitiva sì, benché spesso più in termini di evoluzione parallela che di eredità diretta. L’evoluzione parallela è quella che fa si che pipistrelli e uccelli si assomiglino, pur non essendo strettamente relazionati. Per esempio, nel suo Manifesto del Surrealismo Andrè Breton definisce il Surrealismo come “puro automatismo psichico, il cui slancio è fatto per esprimere, o verbalmente, in scrittura o in qualunque altro modo, l’essenza del pensiero. Il comando del pensiero, in totale assenza di controllo della ragione, escludendo ogni preoccupazione estetica o morale”. Le mie opere sono il prodotto di logica, sebbene sia la mia logica, e di attenta pianificazione piuttosto che di spontaneità. D’altra parte, la serie Taking Care si è ispirata direttamente ai dipinti di Fernand Léger che ho visto al Centre Pompidou. Ho voluto continuare la sua ricerca nel “fare a pezzi” i corpi femminili.
——

Interview with Margot Quan Knight
Luca Beatrice: You were born in Seattle, a city always synonymous with industry, which became the cradle of grunge culture and music in the late 1980s. How did this underground and existential atmosphere influence your training?

M.Q.K. I was born in Seattle, but grew up across the lake in suburban Bellevue. I was nerdy and oblivious, so style and grunge culture were wispy things that swirled around while I focused instead on my school work, and later, sports. In a more general way, the tolerant culture of the Seattle area, which allowed grunge to flourish, did allow my thoughts to develop freely. I noticed the miraculous way plants grew in our garden; I read my parents’ medical textbooks and was struck by the plasticity of human deformation; foreign travel revealed innumerable natural wonders and alternate realities.

Today you spend much of your time living in San Francisco, which we identify psychedelic and alternative culture with. Is this part of your make-believe world?

I moved to San Francisco in 2002 after living in Treviso for 2 years, so it was a culture shock. My work from last year reflects the difficulty of my transition rather than the specific influence of San Francisco. I was overwhelmed by leaving the protective environment of Fabrica and having to restart my life, alone, in a city I had never even visited before. I wanted everything so badly and pushed myself hard towards my goals, but sometimes I got overwhelmed. The Taking Care series became a diary for my feelings while I built my life and relationships in San Francisco.

Where did you begin and what were your first steps as an artist?

Needing to make art is like being infected with a virus, but I’m not sure if I was infected as a child, or born with it. When I was 4 years old, my babysitter let me trace drawings on a light box and I drew pictures of houses and rainbows, like every little kid does. My first formal encounter with a camera was at high school, when I attended an introductory blackand-white photography class. During that semester, I spent a few weeks on a family trip in Madagascar and loved taking photos during the vacation. In college I began as a Biology major, but graduated as an Art major with my focus on photography. Later at Fabrica, I realized that I wanted to make the pursuit of art my life.

Tell me about your Italian experience at Fabrica.

The two years I spent at Fabrica – the communications research center of Benetton – were an incredible gift. I was given the opportunity to develop my art full time, with full sponsorship. I was surrounded by 40 other young researchers from around the world, working in graphic design, industrial design, photography, music, video, and new media. Every month, international artists would come and visit us, critique our work, and run workshops. For me it was paradise. Also my whole life in Treviso was very happy and I felt embraced by Italian culture, which I fell in love with. I know that’s a trite thing to say, but it’s true! Dylan Dog comic books helped me learn the language; Mr. Pinarello gave me a bicycle and the Gruppo Cicloturistico Treviso showed me the road and the culture of cycling; I spent weekends with a loving family who taught me how to make risotto and kill a pig to make sausages.

Is the influence of advertising imagery decisive in your work?

In college (1998) my first digitally manipulated projects were grant-funded fake advertising campaigns that I posted around campus. I was interested in subverting the visual language of advertising and using it to promote my own messages – particularly to criticize the media’s use of idealized female bodies to sell products. I continue to admire advertising style for its clarity and efficiency of communication. Communication has been one of my driving motivations for making images: I want to open my mental world to other people by sharing ideas and feelings. I also have a great love for stereotypical objects: this comes partly from advertising language and partly from the objects of my childhood. A tomato shown in an advertisement must be the quintessential tomato: perfectly round, red, and shiny. My dad was always proud of the perfect cauliflower or round red tomatoes in his garden.

Your photographic series begins from a slow and theatrical construction of sets. Everything that can appear to be false, or achieved by manipulation of the truth using Photoshop, actually has a beginning in reality. How do you create this imbalance between true and false?

Conceptually and technically the “disequilibrio” in my images comes from just a slight shift in what is accepted as real. I am not interested so much in whether something is true or false, but whether it is possible. Conceptually, I begin with known entities: human bodies, plants, objects from daily life, and give them more life or allow them to manifest life in an unusual way. On the technical side, computer manipulation is helpful for the modification, but not creation, of the images. The photos are based in the real world, but I also rely on innovation and prop construction. I use chocolate flavored bread dough to simulate human flesh, rapid-set cement to create my own sidewalk, boiling water to split tomato skin, and I do a good deal of sewing. I’ve also laid a tile countertop, made fake poop out of cookies, and carried a stuffed goose through the streets of San Francisco in my arms. I am happy to learn new techniques or do whatever it takes to achieve my idea.

You express yourself primarily through cycles that have a narrative, almost cinematographic quality, where what happens is increasingly important. For example, a small shift in the axis of daily life can provoke horror and distortion. What is the purpose of your stories – where do they get their inspiration from?

Stories are about life- they start with birth or death or “Mrs. Smith was 52 years old and fell in love at the grocery store.” I like stories and I also like science. In science you make a hypothesis and then test it. For example: if “x” is possible, then “y” would be the result. My images are the many “y” results of my various hypotheses. What is the purpose of stories? To tell old things in new ways. I feel full of hope and I want to inspire people to look again, to see more in what is familiar.

You almost always ask friends and relatives to pose, compelling them to takeon roles which are often uncomfortable but intriguing. What rapport do you have with your models?

My images depend so much on my models, which is why I collaborate with people who believe in my work and are willing to do what is needed for the photo. I never want anyone to feel too uncomfortable or to be hurt in any way, but it’s true that my friends and family members are brave. They have lain naked in icy rivers, hung upside-down by the kneesfrom the side of a bridge, worn a dress made of paper, sprinkled dirt in their hair, and had thorns taped onto their skin. I appreciate them so much and I could not make my works without their help and trust.

These modifications of the human body begin from a patient work of plastic reconstruction which can almost be defined as sculpture. How does this process occur?

The dismembered human bodies in the Taking Care series were the result of months of research and prop creation. I began by doing charcoal drawings of naked models in order to understand the human body and how it could best be broken apart. After some experimentation, I learned how to make molds by painting plastic wax onto human bodies. The forms were then cast in plaster, sculpted, sanded, and painted with flesh-colored acrylic paint to create blobby plaster body parts. Models and body parts were photographed together: first in studio experiments and later in the real world on beaches, fields, and in rooms. After the film was developed and scanned, I used the computer to layer human skin color over the sculpted forms. I undertake this elaborate process because I want the final images to be as close as possible to a reality, even if it is a reality that I have constructed myself.

Though they appear as very contemporary images, your works are loaded with citations and references to art history (Surrealism, Man Ray) and in general a taste for the absurd. Do you feel in harmony with this poetry?

Yes definitely, though often more in terms of convergent evolution than direct inheritance. Convergent evolution is what causes bats and birds to look similar, even though they are not closely related. For example, in his Manifeste du Surrealisme, André Breton defines surrealism as “pure psychic automatism, by which an attempt is made to express, either verbally, in writing or in any other manner, the true functioning of thought. The dictation of thought, in the absence of all control by reason, excluding any aesthetic or moral preoccupation” My works are the product of logic, albeit my own logic, and careful planning, rather than spontaneity. On the other hand, the Taking Care series was directly inspired by the paintings of Fernand Léger which I saw in the Pompidou Center. I wanted to continue his exploration of breaking female bodies apart.