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PAST Exhibitions
Piero Fogliati

Solo Show
From 10.11.2012 to 22.12.2012

Piero Fogliati – Concerto di latomie
Concerto di latomie. latomies concert
1995
sound-producing water-based spectrum
group of curved tubes and compressor
installation: 250 x 250 cm
Piero Fogliati – Edicola delle apparizioni
Edicola delle apparizioni, Apparitions kiosk
1985 – 1986
rapid sequence of images / light recreating a whole of a single dimension
2 projectors, screen, 2 rods
Piero Fogliati – Euritmia Evoluente
Euritmia Evoluente. Evolving eurythmic
1970
wandering and spontaneous
rotating bodies in animated suspension
various elements: diam 32 x 225 h cm each
Piero Fogliati – Luce Solida
Luce Solida
1971
mixed media
48 x 22 x 33 h cm
Piero Fogliati – Macchina che respira
Macchina che respira. Breathing machine
1990
shallow breathing of the art-machine
mechanical complex with electric motor, compression/suction cylinder, earpieces
100 x 70 x 34 h cm
Piero Fogliati – Prisma Meccanico
Prisma Meccanico. Mechanical prism
1992
chromatic split
projector, rotating disk screen
17 x 17 x 33 h cm
Piero Fogliati – Reale Virtuale
Reale/Virtuale. Real/Virtual
1993
alchemical surprises
projector with flask
18 x 18 x 45 h cm
Piero Fogliati – Rivelatore Cromocinetico
Rivelatore Cromocinetico. Chromokinetic detector
1984
colours from movement
projector: 18 x 54 x 18 h cm;
cable: diam. 0,6 x 280 h cm
Piero Fogliati – Successioni Luminose
Successioni Luminose. Luminous successions
2004
sequence of light sculptures
installation view
projector: 19 x 55 x 19,5 h cm;
rotating disk screen: 27 x 50 x 54 h cm

Può un suono o un ritmo diventare scultura?
Dipende dalla capacità di percezione di chi vede e ascolta, ma soprattutto dal genio di chi si applica a rendere percepibili fisicamente, volumetricamente, tattilmente, elementi che per la facoltà cognitiva dell’uomo non hanno corpo, volume e non sono tangibili, o, se lo sono, si presentano “in maschera”. (La luce è bianca? La musica è un flusso combinato di sette note?).
Piero Fogliati è uno di questi geni. Il suo lavoro è stato spesso superficialmente associato all’arte cinetica che genera, grazie all’impiego di motori, suoni e frequenze cromatiche, un prodotto estetico che vive senza aver bisogno necessariamente di uno spettatore, spesso senza richiedergli un particolare sforzo percettivo.
Al contrario, il lavoro di Fogliati si disvela solo quando lo spettatore entra in contatto con esso, lasciandosi trascinare in un’esperienza unica e sorprendente. Fogliati usa la tecnologia (spesso celata alla vista) al fine di attivare le capacità percettive dello spettatore, che si trova coinvolto, in modo inconsapevole e per reazione irriflessa, in una interazione neuronale con l’opera.
Ogni relazione tra opera e fruitore, pur basandosi su parametri fisici e biologici universali, diventa un’esperienza estetica e sonora strettamente individuale, dal momento che si alimenta delle esperienze, dei ricordi, dell’attività cerebrale di ciascuno.
Il sogno globale di Fogliati è quello di un intervento urbano-ambientale nel quale le macchine che producono luci, colori, suoni, vento di fatto costituiscono la base di costruzione di una città immaginaria in cui noi, anestetizzati oggi sia dai milioni di segnali che ci piovono addosso quotidianamente dai media che dalle esigenze di affermazione o sopravvivenza, ritorniamo ad essere capaci ricettori anche di elementi ed esperienze impalpabili. Le sue non sculture, non opere, l’assenza dell’opera in assenza di spettatore, il suo essere solitario, hanno spesso reso complesso l’approccio della critica e del mercato.
Tuttavia l’artista approda nel 1978 alla Biennale di Venezia e ci ritorna nel 1986, e i suoi lavori entrano nella collezioni della Fondazione Panza Di Biumo e della Fondazione Giuliano Gori, vengono esposti alla Villette a Parigi, alla Fondazione Maeght a Saint Paul de Vence, e nei musei di Francoforte, Reims, Winterthur, Nagoya, Milano, Torino, Napoli.

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Can a sound or a rhythm turn into sculpture?
It depends on the perception of the viewer or listener, but primarily on the genius of those who work to give a physical, volumetric, tactile perception of that which, to our human cognitive abilities, has no physical body or volume, and is not tangible – or, if it is, it manifests itself “under a mask”. (Is light really white? Is music really a combined flow of seven notes?).
Piero Fogliati is one of such geniuses.
His work has often superficially been associated with kinetic art, because he uses engines, sounds and chromatic frequencies to create aesthetic products that have a life of their own, and do not necessarily need a spectator, or if there are spectators, they are not required to make any special perceptual efforts – on the contrary, the work of Fogliati reveals itself only when spectators come into contact with it, letting themselves be carried away by a unique, surprising experience.
Fogliati uses technology (often hidden from the sight of spectators) to activate the perceptual abilities of his audience, who finds itself involved, unconsciously and by an involuntary reaction, in a neural interaction with the work.
Every relationship between a work and its addressee, although resting on universal physical and biological parameters, turns out to be a highly individual esthetic and sonic experience, since it feeds on the particular experiences, memories, and mental activity of each individual.
Fogliati’s ‘global dream’ is an urban-environmental intervention, in which the machines that produce lights, colors, sounds, and wind, actually constitute the foundation of an imaginary city. Here spectators, anesthetized as they are today by millions of signals that rain down on them every day through the mass media, and vexed by demands for success or survival, have a chance to turn themselves into sensitive receptors of even the most impalpable elements and experiences.
Fogliati’s artifacts are not sculptures, nor works. The absence of the work itself, the absence of a spectator, and the artist’s solitary modus operandi, make his production hardly appealing for the market.
However, in 1978 he made it to the Venice Biennale and returned there in 1986. His works have become part of the collection of Fondazione Panza Di Biumo, were exhibited at the Villette in Paris, and in museums in Frankfurt, Reims, Winterthur, Nagoya, Milan, Turin, Naples.