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PAST Exhibitions
Fabio Viale

Souvenirs
From 12.11.2006 to 05.01.2007

Fabio Viale -Souvenir (Pietà)
Souvenir (Pietà)
2006
White marble, lambda print
marble 180 x 80 x 70, print 125 x 125
Fabio Viale -Souvenir (David)
Souvenir (David)
2006
white marble
25 x 20 x 18 cm c.a.
Fabio Viale – Flat line
Flat line
2006
white marble
606 x 41 x 22 cm
Fabio Viale – Due ruote
Due ruote
2006
marmo nero
55 x 35 x 20 cm
Pneuma (2 ruote)
Pneuma
2006
marmo nero
55 x 35 x 20

[…] Qui Sua Eminenza ha un sussulto terrorizzato. […] prima di ogni altra cosa lo colpisce lo sguardo afflitto, sgomento della Vergine Maria che, invece del Divino Figliolo, regge fra le braccia il niente.
(G.Farinetti, Notturno italiano con souvenir)
La nuova serie di opere che Viale propone in questa personale si intitola ironicamente Souvenirs, e si rivolge ai miraggi, e allucinazioni, della mente collettiva che condizionano il comportamento delle masse, affascinate dal culto per l’immagine e gli oggetti. L’artista, posseduto dalla volontà irresistibile di rubare parti eccezionali di opere d’arte, ormai assunte dalla Storia e dal Mito, immagina di aver rubato il corpo del Cristo Morto, posto sulle ginocchia della Vergine della Pietà in San Pietro e poi pene e testicoli al David di Michelangelo. Nei meandri molli della memoria l’autore non cerca propriamente modelli di valore da dissacrare, bensì modelli di confronto da verificare, simboli capaci di rappresentare le origini dell’esistere e dell’agire: in questo senso realizza Flat Line: una enorme putrella di marmo bianco lunga più di 6 metri, che, posata su due basi poste alle estremità, si flette per via del suo stesso peso. Ridi e sorridi è un video che ha come soggetto un cane, che, a comando, ride e sorride. Questa immagine diviene metaforicamente e drammaticamente la rappresentazione dei condizionamenti sociali a cui l’individuo è quotidianamente sottoposto e che tende a trasferire su ciò che gli sta intorno. In occasione della mostra verrà presentato il volume monografico Fabio Viale con testo critico di Marisa Vescovo e un racconto di Gianni Farinetti in edizione bilingue

FLAT LINE

Marisa Vescovo

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un progressivo impoverimento del linguaggio plastico a favore dell’installazione, dell’immagine diffusa e debordante. Infatti gli artisti più giovani sono convinti di dover essere premiati dal consenso sociale ed economico soprattutto per la loro velocità nell’adeguarsi ai linguaggi della comunicazione omologante, che risponde al proprio bisogno di riconoscimento. Fabio Viale parte da un altro assunto: la necessità di rendere esplicita la sua autonomia creativa, quindi delegittima l’esperienza omogeneizzante del presente in nome di un orizzonte mobile, aperto alle possibilità del linguaggio plastico che permette di travalicare i confini del reale e diluirlo poi in un universo funzionale, che non si inquadra nella cornice di un vuoto esistenziale, e di disimpegno sociale, a dir poco allarmante.
Pertanto la sua ricerca prosegue assegnando al materiale marmo un primato che da tempo aveva perduto – etichettato di vieto “classicismo” e quindi di vuoto “formalismo” – trattato dai più in modo banale e mortificante, al contrario Viale adotta affettivamente e creativamente, ma soprattutto concettualmente, questa materia antica, trattata dai più in modo banale e sciatto, per manipolarla, fluidificarla, accarezzarla, risemantizzarla, sino ad ottenere un materiale “nuovo” e dinamico, capace di assumere nel suo incarnato le novità che oggi si muovono nel campo mutante dell’arte, anche per ampliare spazi ambientali che includano insieme immagini, suoni seriali, simboli, archetipi, profumi, e, perché no, emozioni.
Nel caso di Viale pensiamo soprattutto al suo paziente lavoro sul marmo, sia bianco che nero, sino a renderlo leggero come una piuma, un’idea che ci riporta a un mondo come costituito d’atomi senza peso che aleggiano nello spazio.
Un fatto che ci colpisce proprio perché oggi abbiamo esperienza del peso delle cose. Ma non potremmo ammirare la leggerezza illusiva di questo linguaggio che ci restituisce lo spessore, la concretezza, dei corpi scultorei e delle sensazioni, se non sapessimo ammirare anche il linguaggio che ormai ha perso il suo peso: naturalmente pensiamo alla barca che si muove sull’acqua, ai palloncini sospesi, agli aerei (visti come gli aerei di carta dei bambini, magari moltiplicati dal gioco degli specchi), ai pneumatici, alla putrella improbabilmente incurvata, tutti rigorosamente in marmo. Questi oggetti, che stanno tra nostalgia e paradosso, denunciano una giocosa connessione con uno humour che ha perso la sua comune e umana pesantezza corporea per mettere in dubbio l’io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costruiscono.
Considerando la paradossalità, o unione dei contrari, dell’espressione artistica di Viale, ci troviamo di fronte a un lavoro che individua il suo climax in un gioco di cornici concettuali capaci di sovrapporsi, di scambiarsi, sospendendo il senso del lavoro dell’artista. I paradossi che così si producono sono la materia prima della comunicazione umana, Viale conosce un modo di “dire” che corrisponde alla difficile arte di far stare in bilico le cose in una situazione che ogni volta si sdoppia, e dove il dentro e il fuori si danno continuamente il cambio.
Penso in proposito all’opera: “Infinito”, due pneumatici funambolicamente scolpiti, inanellati in modo da formare un disegno “ad otto”, mentre la texture dei battistrada è perfettamente incisa, così da farci pensare anche al rumore che essi producono sulla pavimentazione della strada, portandoci, nel contempo, a sentire un profumo della gomma riscaldata.
Essi soprattutto offrono uno scambio di comunicazione, veramente depistante, infatti la realtà pesante della materia non è disgiunta dalla spiritualità curva dell'”infinito”.
Anche “Flat line”, la putrella bianca incurvata ironicamente al centro, denuncia un lavoro sugli opposti che si elidono seduttivamente.
Pertanto la percezione di queste opere non può essere frutto di una passiva contemplazione, ma piuttosto un processo attivo, e partecipato, lanciato in avanti.
Sono queste “differenze”, o positive opposizioni – tra essenza concettuale ed esteriorità – a fondare il significato della scultura, significato che dipende dal rapporto di connessione tra le forme e lo spazio identitario dell’esperienza, la quale mette in causa visivamente l’esistenza dell’opera.
Questo “sapere” di Viale corrisponde evidentemente alla capacità di stare a cavallo tra realtà e irrealtà, senza precipitare da una parte o dall’altra.
In tutto questo va inoltre rintracciato un accordo che produce un certo tipo di armonia, tuttavia ci sembra un’armonia che ha luogo nel paradosso: ragione ed immaginazione non si accordano all’interno di una tensione, di una contraddizione, o di una dolorosa lacerazione (si pensi a “Stele”).
L’unione dei contraddittori è per se stessa passione, impensabile senza il dolore di un lavoro pesantissimo (tecnicamente). È su questo punto caldo che si scopre l’origine e la destinazione dell’arte.
Sicuramente Viale è consapevole che l’arte contemporanea rispecchia profondamente l’irriconoscibilità e l’impersonalità della vita che conduciamo, speculare al contesto sociale e spirituale che ci avvolge. Ma a suo modo anch’essa è un appello alla verità, a cui l’essere umano anela.
La nostra coscienza estetica colloca l’oggetto – il grande tema del ‘900 è rappresentato dal proliferare degli oggetti che inzeppano il nostro universo quotidiano – in una sua autonoma purezza formale e qualitativa, non separandolo però da ogni legame col reale, e dal rapporto con quel mondo storico-simbolico nel quale pure l’oggetto artistico si carica di senso e vita.
Nominare la “cosa” significa accettare che essa non rientri sotto il dominio della comprensione catturante. L’ oggetto – mai svuotato concettualmente – è sottoposto da Viale ad un denudamento che richiede, a mio avviso, di essere interpretato come un processo di spoliazione spirituale: atto purificatore per effetto del quale l’oggetto appare rinnovato allo sguardo che lo contempla.
Esso diviene dunque luogo specifico di una dinamica esplorativa tendente a sondare la possibilità di sempre nuovi e diversi significati, l’oggetto diventa soglia, finestra, varco di comunicazione attraverso il quale il nostro caotico mondo può transitare per affermare la forza del reale.
La radice contemporanea di questo lavoro ci è sempre sembrata evidente, ma ora ci sembra anche capace di agganciare il passato col suo patrimonio inalienabile di “sapere”.
La nuova serie di opere che Viale propone in questa personale si titola ironicamente “Souvenirs”, e si rivolge ai miraggi, e allucinazioni, della mente collettiva che condizionano il comportamento delle masse, affascinate dal culto per l’immagine e gli oggetti, un culto portato al parossismo negli anni.
Settanta, per cui l’individuo deve evitare la fonte scatenante situazioni fobiche, perché la fobia è irrazionale, non basata su riflessioni e giudizi logici. C’è angoscia nella fobia, perché è legata ad un disagio narcisistico, al cambiamento repentino di valori nel mondo della globalità e quindi si rivolge a chi sottrae qualcosa al patrimonio di tutti. Sappiamo ormai che c’è, nella società attuale, un aumento della magia catturante degli oggetti.
Viale immagina di essere un cleptomane, posseduto dalla volontà irresistibile di rubare “parti” eccezionali di opere d’arte, ormai assunte alla storia e al mito, e quindi è desideroso di possederle feticisticamente, di farle sue, non solo simbolicamente. Sulla linea di queste idee de-situanti l’artista immagina di aver rubato il corpo del Cristo morto, posto sulle ginocchia della Vergine nella “Pietà” in San Pietro, e poi pene e testicoli al “David” di Michelangelo.
Sappiamo che la Madonna tiene in grembo il figlio morto come se fosse un bambino dormiente, ed essa è giovane come quando Cristo era veramente bambino. Forse Michelangelo ha voluto rappresentare una visione, o piuttosto una “previsione”, la prefigurazione reale, che la Vergine ha della “passione” del figlio.
Quello che Viale ha scolpito è un corpo perfetto, completamente rilassato, in caduta obliqua, alienato dal corpo della madre, che sembra invece, forse, voler fuggire da lei, come avviene per molti giovani odierni afflitti da troppo amore.
Nei meandri molli della memoria l’autore non cerca propriamente modelli di valore da dissacrare, bensì modelli di confronto da verificare, simboli capaci di rappresentare le origini dell’esistere e dell’agire.
Viale stana quei miti che descrivono, o prescrivono, azioni, ma non ipotizzano comportamenti univoci, perché essi esprimono i nostri sentimenti, le nostre sensazioni, e perciò ogni cosa è suscettibile di essere sentita, o conosciuta, secondo una pluralità di prospettive.
In questo caso le icone vengono usate allo stato ultimo, quello della citazione, del già fatto, una scelta mentale, che avviene per amore, o per riconoscimento di dati da trasformare e restituire attraverso l’immagine. Il piacere dell’artefice è legato al fatto di sentire il marmo nei tempi lunghi della mano.
La volontà di acconsentire alle proprie motivazioni ideologiche all’interno del linguaggio plastico, si accompagna all’erotismo della scoperta di nuovi significati e nuove intensità, in un rapporto libero e disinibito con le opere del passato, aiutato da una capacità concettuale preparata a dominare l’irrazionale, cercando soluzioni formali alle antinomie della nostra cultura.
Le sculture esatte di Viale, sono di un nitore straniante, mentre le immagini sono icastiche, ma non rifiutano le sfumature del pensiero e dell’immaginazione. La concretezza del mondo oggettuale è tradotta nei dettagli di un “totale”, che non è altrimenti possibile immaginare se non come particolare, nello stesso tempo astratto e tangibile.
Viale è consapevole che l’arte è illusione, e allora talora ricorre alla comunicazione delle proprie motivazioni creative attraverso un vitalismo (si veda l’installazione “Opera Rotas”), che demolisce la logica e la razionalità in nome della spontaneità, della discrezione – mai vittima dunque dell’idolatria del guadagno e del successo ad ogni costo – e attraverso l’uso abile e giocoso dei media apre al proprio lavoro straordinarie capacità di crescita, di conoscenza, quindi restituisce l’opera al valore del reale, al sentimento estetico delle cose, che prendono corpo in una veste nuova, sfidando con un sorriso arguzia e discrezione.

Notturno italiano con souvenir

Gianni Farinetti

“Eminenza… Eminenza, mi perdoni…” Il sussurro tremulo del segretario fa sobbalzare l’anziano Cardinale che, buttata un’occhiata alla sveglia (che segna le 2.03) sul comodino, fa un balzo sul letto: “Che c’è? Che succede? Un incendio? La Corea del Nord? Hanno assassinato un altro dei nostri?”
“No, Eminenza, ma è successo un fatto increscioso, proprio qui fra le mura del Vaticano.”
“Il Santo Padre? Un colpo? Un attentato?”
“Sua Santità sta benissimo.” Intanto il giovane segretario – aitante, salesiano, con un’incredibile montatura d’occhiali di corno nero molto anni ’70, porge la vestaglia di lana merinos al prelato:
“Dovevo però avvertirla immediatamente.”
“Ma insomma, dimmi, a quest’ora di notte.”
“Giù in Basilica, una cosa che…”
“In Basilica? Ma è chiusa a quest’ora! Un furto, forse?”
“Peggio, Eminenza, peggio.”
“Cosa c’è di peggio di un furto?”
“Un atto vandalico inimmaginabile, sacrilego, deve vedere con i suoi occhi.”
“Oh, mio Dio, ci risiamo. Da quando è uscito quel perfido romanzo e quell’ancor più malefico film sul Codice da Vinci…”
“No, Eminenza, niente del genere, crediamo sia un fatto ancor più… satanico, se vogliamo.”
“Ma per l’amor di Dio, benedetto ragazzo, vuoi spiegarmi… dove sono finite le mie pantofole?”
“Eccole Eminenza. Ho pensato di avvertirla prontamente. Si tratta della Pietà del sommo maestro Michelangelo.”
“Un altro sfregio? Come quello del ’72? Ma è impossibile, è protetta meglio di una banca!”
“Non un semplice sfregio, Eminenza. Qualcosa di immensamente più grave e misterioso. La prego, l’accompagno, ecco, di qua.”
I due uomini percorrono un lunghissimo corridoio fiocamente illuminato, imboccano una scala secondaria, un pianerottolo appena rallegrato da vaghe grottesche rinascimentali, un altro scalone con colonne scanalate.
“Chi è già stato avvertito?”
“Solo lei, Eminenza e il Prefetto naturalmente. Che credo abbia già avuto modo di comunicare con il corpo di guardia.”
“Ah, bene, in questi casi meno gente c’è…”
Sbucano in un piccolo andito buio, il segretario armeggia con un mazzo di chiavi, prova una serratura. Il portoncino di quercia lavorata si apre all’istante con un sinistro cigolio. Davanti ai due si spalanca, improvvisa come un oceano di vastità, la navata di destra di San Pietro. Al fondo una luce brillante attrae la loro attenzione, si dirigono spediti in quella direzione. Il Prefetto di palazzo viene loro incontro, ha il viso segnato, tormentato: “Ah, Eminenza, sia ringraziato il Signore, senza il vostro consiglio…”
“Ma mi dica, Monsignore, come è potuto accadere. Segni di effrazione?”
“Nessuno, Eminenza, niente che lasci sospettare una violenza, una forzatura, la cappella, così come l’intorno, è perfettamente in ordine. È questo che ha dell’inspiegabile. E poi, la portata del… della… come definirla… dell’asportazione…”
Finalmente il gruppetto raggiunge la cappella della Pietà. Due guardie svizzere reggono ciascuna un treppiede con una potente fotoelettrica accesa verso il gruppo marmoreo.
Qui Sua Eminenza ha un sussulto terrorizzato. Ha la visione di ciò che mai e poi mai avrebbe potuto neppure supporre di assistere un giorno. Ha detto bene il segretario: sacrilegio, anzi, la mano stessa del Maligno sembra essersi avventata sulla sacra scultura. Ma prima di ogni altra cosa lo colpisce lo sguardo afflitto, sgomento della Vergine Maria che, invece del Divino Figliolo, regge fra le braccia il niente.
Intanto, a Firenze.
Il commissario guarda il lungarno sfilare quieto nel buio della notte dietro i vetri dell’auto, anche l’ultimo torpedone di turisti giapponesi è partito per altre mete, la città riposa esausta. Una buona giornata, considera fra sé, nessun omicidio, una sola retata per droga, due furti non clamorosi a Fiesole (e già praticamente risolti, i soliti domestici poco referenziati). Bene, qualche ora di riposo prima di… Il cellulare squilla allarmante, la chiamata la prende Bacci, l’autista.
“Sì, un momento, glielo passo.” Poi, sporgendosi verso il sedile posteriore: “Commissario, è per lei, il Sovrintendente delle Belle Arti.”
A quest’ora? Il commissario prende il ricevitore: “Sì?”
Gli arriva la voce concitata dell’uomo: “Dottore, ah, meno male, un fatto gravissimo, potrebbe…”
Il commissario tocca la spalla di Bacci, gli sussurra: “All’Accademia, subito.” Intanto ascolta il racconto (incredibile lì per lì) del Sovrintendente che sa essere uomo che non perde facilmente il controllo, ma questa volta c’è davvero di che farsi saltare i nervi, e con ragione.
Davanti all’Accademia lo attende l’assistente del Sovrintendente, una giovane donna sempre elegantissima, tiratissima, (e ora nervosissima) che il commissario ha già conosciuto in varie occasioni pubbliche.
Infatti, anche a quest’ora di notte, non un capello fuori posto, anche il tailleur è impeccabile. Ma le trema il mento: “Un fatto assolutamente… bisognerà avvertire immediatamente il ministro, i giornali.”
“Forse la stampa, per adesso…”
“Sì, ha ragione, venga, da questa parte.”
Già da lontano, al fondo della prospettiva del lungo corridoio, s’intuisce che il “fatto” è grave sì. Il Sovrintendente in smoking, evidentemente di ritorno da qualche ricevimento viene incontro al commissario: “Giudichi lei stesso, dottore, siamo davanti a atto di inaudita, inesplicabile brutalità.”
La giovane donna si stringe nella giacchetta Prada compulsando la sua agenda: “… e la fondazione Guggenheim, Sotheby’s, i servizi segreti… ” Nessuno le bada.
Il commissario osserva da vicino il, come dire, dettaglio mancante del David (hanno fatto portare una scala di alluminio per raggiungere più agevolmente la “zona del sinistro”), eh sì, constata, veramente un taglio netto. E nessun segno di scalpello, né la minima traccia di frammenti di marmo intorno, un lavoro accuratissimo, chirurgico addirittura.
Ancora la donna avvinta al suo palmare: “… e la banca Rothschild, il presidente della Provincia, e anche il professor Botto Bon…” Qui finalmente tutti si voltano a guardarla. Il Sovrintendente aggrotta la fronte: “Lei pensa sia il caso?”
“Certo, un parere fondamentale, sappiamo che è in città per un convegno, posso subito farlo chiamare, sarà sicuramente all’hotel…”
Il commissario guarda in su verso il volto corrucciato del David chiedendosi se davvero valga la pena di consultare il più celebre chirurgo plastico, specialista in operazioni transgender, d’Italia.
Intanto, a Roma.
Un preannuncio d’alba illividisce i volti scultorei degli anziani cardinali riuniti nella prima sala dell’Archivio Segreto. Il Decano parla con sofferta lentezza: “Qui si è voluto colpire il cuore stesso della sacralità, non rimarremo indifferenti davanti a tale enormità. La verità va cercata…” Ma si ferma passandosi una mano sul volto rabbuiato. Non prosegue.
Il segretario del Cardinale annota mentalmente le diverse ipotesi che gli anziani prelati hanno via via proposto in queste poche, affannose ore. Nessuna sembra convincente ai fini di un’inchiesta che non abbia un sapore, come dire, ultraterreno. Resta la preoccupazione del volgo. Fra pochissime ore la Basilica sarà riaperta al culto, tutto il mondo saprà dell’accadimento delittuoso che, nottetempo…
Ma lui, il segretario, un’idea, seppur arditissima, scandalosa, se l’è fatta da é. Spia i volti (marmorei, è il caso di dirlo) dei principi della Chiesa domandandosi chi fra loro è arrivato alle sue stesse conclusioni. Che il Figlio di Dio, nella Sua più potente raffigurazione, abbia deliberatamente deciso di staccarsi dalla Sua posizione per scendere, trasmigrare, nell’abbraccio del Suo pascolo. Ipotesi che, l’uomo lo sa bene, rivoluzionerebbe il rapporto stesso fra Chiesa e fedeli. Altro che Codice da Vinci, ragiona il giovane prelato. Ma resta, per ora, soltanto un’ipotesi.
Intanto, a Firenze, si è poi deciso di non disturbare il celebre chirurgo (d’altra parte introvabile, in albergo non lo hanno visto, forse ha dormito da amici a Siena).
Il commissario si è fatto un’idea personalissima del caso, idea che tiene naturalmente per sé e che, da cosa sta ascoltando, non sembra condivisa, oppure elusa, da nessuno dei presenti. Il Sovrintendente – che si è slacciato il farfallino della camicia e pure i gemelli dei polsini – sembra paventare una visita ministeriale; la sua assistente – un caffè via l’altro – si dispera perché non trova nella rubrica il telefono personale della direttrice di Vogue.
E chissà, si chiede il commissario, se il “maltolto” sarà prima o poi ritrovato. Immagina già, sconsolato, il turpe commercio che inizierà fra poche ore: siti internet impazziti, commercianti orientali già col calco belle e pronto a invadere il mercato mondiale sempre ricettivo in fatto di novità – come se l’oggetto in sé fosse poi quella gran novità. Ragguardevoli dimensione originali a parte, tanto da farne un appetitoso souvenir.
Promettendo di aprire immediatamente l’inchiesta – si, certo, con la delicatezza che il caso richiede – saluta fra sé il volto serenamente eterno, seppur eternamente corrucciato, del mutilato e si dirige verso la sua automobile. Lo attende l’autista infreddolito: “Hanno chiamato un secondo fa da Roma, dottore.”
E così, dopo aver parlato con Roma, il commissario ha la conferma di non essersi sbagliato, di essere già sulla strada giusta (ma, appunto, se ha visto giusto il caso non avrà soluzione): che certe cose vanno ricercate non nella ragione, nella spiegazione logica, matematica e quadrata di un’arida inchiesta su chi è stato a fare cosa, ma nelle ellissi imperscrutabili, effimere ed elusive di una materia ben più vasta. Di certo la più misteriosa, l’arte.