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Davide Coltro

Systems
From 07.10.2005 to 19.11.2005

Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm  
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm  
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm
Davide Coltro -Medium Color Landscapes
Medium Color Landscapes
2005
icona digitale trasmessa a quadro elettronico
70 x 90 cm  

Davide Coltro presenta in esclusiva presso Gagliardi Art System / gallery un progetto di arte visiva digitale dal titolo Systems.

L’elemento innovativo del lavoro è stato definito dall’artista iperframe, una cornice tecnologica in grado di aggiornarsi ricevendo via etere sempre nuove opere che Coltro invia dalla sua postazione digitale. Un nuovo media, quasi una maturazione del quadro tradizionale, che rivoluziona creazione e fruizione dell’arte anche in riferimento al mondo informatico, da cui l’opera trae le sue peculiarità. Si può parlare dell’invenzione di una nuova periferica, di un dispositivo che si appropria dello status di quadro a parete e della sua funzione estetico-visiva, sviluppandone, tuttavia, potenziali interattivi. In mostra a Torino tre quadri elettronici e trenta stampe lambda, replicanti le misure delle cornici tecnologiche (70 x 90 cm).

Le icone digitali, Medium Color Landscapes, quadri immateriali che animano gli iperframe, appartengono – in questa prima presentazione – al genere classico del paesaggio. In particolare i frames presenti in mostra sono scatti fotografici del territorio piemontese. Il paesaggio, nello sviluppo concettuale della pittura e del quadro, è usato come finestra sul mondo, espediente in grado di portare al virtuosismo tutte le tecniche prospettiche conosciute a partire dal Rinascimento, e che tenta, con mezzi e linguaggi nuovi, di porre lo spettatore in relazione a una realtà che l’artista definisce “un mondo virtuale oltre la tela”.

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Davide Coltro presents an exclusive exhibition for Gagliardi Art System / gallery – a digital visual art project entitled Systems.
The innovative element in this work has been described by the artist as hyper f rame, a technological frame that is constantly updated with new works sent by Coltro’s digital workstation and received via ether. A new medium, an evolution of the traditional painting that revolutionizes the way art is created and enjoyed, giving us a new perspective on the information world whence the work draws its peculiarities. One could think about it as a new ‘peripheral’, a device that appropriates the status of wall painting and its esthetic and visual function, developing its interactive potentialities. The Turin show features three electronic paintings and thirty lambda prints having the same size as the technologic frames (70 x 90 cm). The digital icons, Medium Color Landscapes, are immaterial paintings t h a t animate the hyperframes. They belong – in this first presentation – to the classic genre of landscape. More specifically, the frames shown in the exhibition are snapshots of the Langhe hills in Piedmont. In the cnonceptual development of painting and of the painting as an artistic creation, landscape functions as a window on the world, a device that allows us to show our virtuosity in all of the perspectival techniques known since the Renaissance, and, using new techniques and languages, attempts to connect the spectator to the reality the artist describes as “a virtual world beyond the canvas”.

In diverse occasioni mi è capitato di osservare come l’inserimento del tempo (o una riflessione su di esso) sia il primo elemento foriero di concettualità dell’opera d’arte. Spesso addirittura è proprio il tempo a stabilire tale cittadinanza, a farci scegliere un lavoro piuttosto che un altro, a liberarci da letture formali o iconologiche. Senza il tempo cosa sarebbero, ad esempio, i Date Paintings di On Kawara? Forse semplici sequenze numeriche. E gli orizzonti sul mare di Hiroshi Sugimoto? Soltanto la ripetizione insistita di paesaggi colti tutti dalla medesima inquadratura. Paradigmatico è, ancor prima, il caso della Lampada annuale di Alighiero Boetti (1966): in apparenza una semplice scultura contenente una sorgente luminosa, progettata per accendersi inaspettatamente una volta all’anno per undici secondi, alludendo così -scrisse Boetti “agli innumerevoli avvenimenti che avvengono senza la nostra partecipazione e conoscenza”.
Non potendo noi restare in attesa dell’evento, ci troveremo costretti ad assumere questo principio sulla fiducia senza poter dire di aver visto accadere alcunché, cosa che contraddirebbe in pieno la teoria dell’arte basata appunto sul visibile. Eppure quante opere contemporanee sono costruite proprio su tale discrasia, da Sleep o Empire di Andy Warhol (dove il tempo del cinema coincide con quello reale), a 24 Hour Psycho di Douglas Gordon (dove la manipolazione scivola nel parossismo). Noi sappiamo che queste opere esistono eppure nessuno di noi le ha mai viste -chi resisterebbe sei o otto ore davanti uno schermo a fissare la sagoma del più alto grattacielo di New York o un uomo che dorme? Chi potrebbe prendersi una “giornata di ferie” per assistere alla dilatazione del famoso film di Hitchcock? In verità esistono almeno due forme di percezione che riguardano le opere d’arte contemporanea.
Davanti a una foto, un quadro, una scultura, un disegno, un’installazione non interattiva siamo noi a decidere per quanto tempo dovremmo (o potremmo) rimanervi di fronte, se osservare con minuzia i particolari oppure limitarci a un colpo d’occhio generico, stabilendo altresì se una fermata più lunga può consentire una lettura più attenta dell’opera stessa. Se invece ci troviamo in presenza di un’opera in movimento, almeno teoricamente dovrebbe esserci un tempo esatto di fruizione, anche se raramente viene rispettato. Può succedere, ma è raro, che uno spettatore cinematografico abbandoni il film a metà (a meno che non sia bruttissimo) o che entri in sala a spettacolo iniziato. Allo stesso modo un lettore serio quasi sempre finisce il libro e non ne salta intere parti per arrivare più in fretta alla fine. Queste, infatti, sono opere diacroniche che prevedono uno svolgimento temporale, esattamente come i video, la videoart o i film d’artista che in percentuale occupano uno spazio sempre più rilevante nelle mostre internazionali. Un video ha infatti una sua durata, anche se non corrisponde necessariamente a uno sviluppo logico-narrativo: eppure quante di queste opere abbiamo visto realmente dall’inizio alla fine? Quanti spettatori medi si soffermano appena qualche minuto (qualche secondo), soprattutto quando l’autore non è conosciutissimo? E se veramente volessimo “vedere tutto” quanto tempo ci vorrebbe allora per dire di “aver visto” una mostra per intero? (Daniel Soutif, che al Tempo ha dedicato un importante progetto curatoriale, mi ha raccontato di averci messo quattro giorni interi a visitare l’ultima Documenta, non tralasciando neanche un video, e forse quattro giorni sono davvero troppi).
La mia interpretazione di Systems, il nuovo ciclo su cui Davide Coltro lavora da oltre un anno con una messa a punto sempre più rigorosa, parte proprio da queste considerazioni. Come trasformare la fruizione tradizionale “sincronica” di un’opera a parete o comunque statica, in una successiva fruizione “diacronica” che preveda lo sfondamento temporale, l’esperienza dell’attraversamento? Di fatto noi ci troviamo di fronte a una cornice, ciò che del quadro costituisce il limite fisico oltre il quale c’è la realtà e aldifuori della quale non c’è più l’arte.
Tale cornice però non delimita un’immagine fissa, la sola e immutabile nel tempo come avviene ad esempio nella pittura -per cui si dovrà dire che l’immagine bidimensionale è indelebile e irreversibile, come un tatuaggio- ma si propone da ricettore in grado di aggiornarsi ricevendo altre opere che Coltro invia dalla sua postazione digitale in un momento prestabilito. Quale sarà allora la posizione corretta di fronte a questo nuovo oggetto artistico – tecnologico? Supponiamo di essere usciti dalla galleria a una data ora avendo lasciato una certa immagine sul monitor e, rientrandovi, di averne trovata un’altra: è come se qualcuno, in nostra assenza, avesse cambiato il “quadro”, niente di strano, niente di male. Ma ciò che è più interessante sapere è che a un certo momento l’immagine B avrà preso il posto dell’immagine A come in una dissolvenza cinematografica. L’essere stati presenti a questo evento equivale all’aver assistito all’epifania dell’opera, ma come nel caso della Lampada annuale noi non possiamo sapere quando questo avverrà oppure se è già accaduto e da quanto tempo. Ci troviamo pertanto in quella stessa condizione di incertezza che si verifica in attesa alla fermata dell’autobus: è appena passato oppure no? Quanto dovremo aspettare? Varrà la pena accendere una sigaretta? I cosiddetti reality show, i programmi che hanno contraddistinto questo inizio televisivo di terzo millennio, devono il loro successo a un analogo meccanismo di attesa vanificata: è inevitabile che qualcosa accadrà, ma non sappiamo né cosa né quando, e vista l’impossibilità, nonostante il satellite, di vivere con i protagonisti del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi 24 ore su 24 è molto probabile che ben pochi si troveranno con la tv accesa quando la situazione cambierà di stato (una scena di sesso, un forte litigio, un momento di disperazione), eventi che ci verranno raccontati in uno speciale riassunto del giorno dopo senza però potersi valere dell’effetto “tempo reale”. Ed è proprio il transito, la consapevolezza del passaggio, a costituire il fulcro concettuale dell’opera di Coltro. Si torna così un’altra volta a Boetti, a un’altra opera giovanile, il Contatore (1967) che voleva fermare l’esatto momento in cui il vecchio tachimetro dell’auto segnava il passaggio da un centinaio all’altro (da 799 a 800, da 999 a 1000 e così via) e che dall’avvento del digitale si può appena catturare per una minima frazione di secondo mentre, paradossalmente, spegnendo l’auto proprio in quel preciso istante l’immagine del contatore tra i due numeri si sarebbe potuta bloccare per sempre. Per Davide Coltro la questione sta ancora oltre. Se non esiste un tempo esatto di permanenza davanti a un’opera video che non evolve in senso narrativo, non utilizza il loop e dove in sostanza non accade nulla, non essendo lo spettatore avvisato che prima o poi l’immagine sul monitor cambierà (i Systems della mostra sono tarati su mutazioni ogni 5 o 10 minuti unicamente a scopo dimostrativo, quando l’opera troverà la sua collocazione il flusso sarà più lento e soprattutto non regolare), c’è forse un tempo “tecnico” di fruizione per l’immagine bidimensionale? La seconda parte del progetto di Coltro si chiama Medium Color Landscapes, una serie di scatti fotografici sul tema del paesaggio di norma riferibili al territorio d’indagine in cui è nato il lavoro. Il punto di vista dell’artista veronese su un genere così storicamente codificato nella storia della pittura e della fotografia non riguarda dunque l’atto finale -la contemplazione del paesaggio- ma la costruzione che avrà portato a quella -solo quella- immagine, la cui attesa può essere lunga, comunque non quantificabile perché tra un’immagine e l’altra c’è la vita vera con i suoi imprevisti e le sue interruzioni. In fondo ciò che noi vediamo non è che una sfumatura possibile, magari accidentale, di una costruzione artistica ben più complessa e articolata che però coincide con l’esistenza. Con Coltro ti porti via un intero tempo altro dove tutto è più rallentato e dove il tempo che abitudinariamente mettiamo a disposizione per la lettura di un’opera d’arte risulterà poco, troppo poco.