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PAST Exhibitions
Barbara Uccelli

The Empress, by Raffaele Gavarro
From 12.04.2012 to 24.05.2012

Gagliardi Art System è lieta di presentare in esclusiva il progetto The Empress dell’artista Barbara Uccelli.

The Empress è un’installazione video interattiva, una specie di videoquadro, nel quale una donna, l’imperatrice, la stessa Barbara Uccelli, è sottoposta ad un processo di rapidissimo invecchiamento. L’inesorabile e veloce scorrere del tempo sul volto della donna è determinato dallo stesso visitatore, che lo innesca attivando inavvertitamente un semplice sensore. L’imperatrice avvolta nel suo cappotto comincia ad invecchiare e il processo termina un’istante prima del momento fatale, per poi tornare alla giovinezza iniziale, in un loop temporale senza fine. Ma prima di essere una videoinstallazione interattiva, in effetti The Empress è una vera e propria performance. Barbara Uccelli si è sottoposta ad una seduta durata un’intera giornata di trasformazione del proprio volto, sotto l’azione delle mani di truccatori professionisti. Ma la performance sarà anche quella che ci sarà la sera dell’opening in cui la Uccelli mescolerà il suo tempo reale a quello dell’immagine che ci guarda dal videoquadro. Questa contemporaneità fisica e gli slittamenti temporali che comporta, è il senso più profondo dell’imperatrice. In mostra oltre alla videoinstallazione, saranno esposte una serie di immagini fotografiche, oggetti e manufatti che appartengono al mondo de The Empress.

Riportiamo un breve estratto dal testo in catalogo di Raffaele Gavarro:“In realtà quello che accade davanti ai nostri occhi, l’imperatrice che invecchia, quella donna lì che invecchia, è una cosa che conosciamo bene. L’abbiamo vista accadere sul volto di nostra madre, di nostra nonna, della maestra, della fidanzatina dei nostri dodici anni. Non possiamo certo dire di non sapere. Ma quello che accade davanti ai nostri occhi al volto, alla figura e alla mano di Barbara Uccelli, accade con una rapidità che oltre ad essere agghiacciante, ci impedisce di pensare ponendo solo nel metronomo del nostro sguardo il senso di quella mutazione. Ne siamo anche la causa e lo capiamo troppo tardi. Nel senso che vedendo e cercando di vedere meglio ci avviciniamo azionando un sensore che fa partire il video – << Ma non è una foto proiettata. È un video.>> -. A quel punto è troppo tardi. Il volto subisce l’azione del tempo in modo impassibile. Il corpo flette sotto il peso, trema e indietreggia. Il cappotto imperiale, realizzato appositamente per lei dalla stessa Uccelli, non nasconde la perdita del vigore e della freschezza. La mano diventa un artiglio. Quel verde dell’abito cambia, da grazioso e quasi civettuolo assume un tono di sobria eleganza fino ad un violento illividirsi che lascia solo un ricordo acido negli occhi. Proprio in questa corrispondenza tra il vedere meglio avvicinandosi e il conseguente azionarsi del meccanismo, sta la sottolineatura decisiva tra il guardare che rende reale e l’apparire che invece rimane solo un’ipotesi di realtà. Ne abbiamo in questa situazione una dimostrazione obiettiva e una comprensione oggettiva. Anche perché allontanandoci il video torna al punto iniziale. L’imperatrice è di nuovo giovane. Il tempo dello spazio della rappresentazione torna ad allinearsi a quello in cui siamo noi. La cosa è decisamente tranquillizzante, tranne per il fatto che è come aver commesso un danno che pur se riparato ha dimostrato quella fragilità che tutti noi, proprio tutti, nascondiamo per bene sotto quantità industriali di apparente indifferenza e inevitabile fatalismo. Barbara Uccelli è in mezzo a voi, proprio mentre state guardando l’imperatrice. È lì che invecchia, o attende di invecchiare in conseguenza al vostro guardare meglio, ma è anche qui che parla e beve e invecchia davvero, come tutti noi. In questa doppiezza di finzione e realtà che si intrecciano, si sostituiscono e si alternano, caratterizzando il nostro stesso essere qui in questo momento in sincronia con la Uccelli che parla, beve e invecchia, mentre l’imperatrice attende e invecchia per poi tornare giovane, si rintraccia la forza del paradosso che introduce una rappresentazione che non ha più con la realtà un rapporto univoco. Non è più l’immagine ripresa dal reale, ma è l’immagine che si fa reale e il reale che assomiglia all’immagine, in una perdita definitiva di qualsiasi senso di distinzione tra verità e finzione che sinceramente lascia sconcertati.”

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Gagliardi Art System is pleased to present exclusively the project The Empress by artist Barbara Uccelli.

The Empress is an interactive video installation, a sort of video-painting, in which a woman, the empress, embodied by Barbara Uccelli herself, is subjected to a process of extremely rapid aging. The unrelenting, swift passing of time on the woman’s face is caused by the visitors themselves, who trigger it by unwittingly activating a simple sensor. Wrapped in her coat, the empress begins to age, and the process ends a moment before the fatal hour, only to revert to the initial youth, in an endless time loop. In fact, before being an interactive video installation, The Empress is a true performance. Barbara Uccelli underwent a one-day long session in which her face was transformed at the hands of professional make-up artists. The same performance will also take place during the opening evening, and will see Uccelli mixing her real time with that if the image that looks at us from the video-painting. This physical simultaneity, and the time shifts it involves, is the deepest meaning of The Empress. Besides the video installation, a series of images will be on view, along with objects and artifacts belonging to the world of The Empress.

The following is a short extract from the catalogue tex by Raffaele Gavarro:
“[…] What is happening before our eyes to the face and hand of Barbara Uccelli, happens so quickly that it chills your spine, preventing us from thinking, as we can only grasp that mutation through the metronome of our look. Simultaneously, we are the cause of it all, and it’s only too late that we realize it. I mean, by seeing and trying to see better, we move closer, activating a sensor, which starts the video << But it’s not a projected photo. It’s a video.>> And by then it will be too late. The face suffers the action of time impassibly. The body bends under its weight, shivers, and shrinks. The imperial cloak, especially created for the empress by Uccelli herself, does not hide the loss of vigor and freshness. The hand turns into a claw. The green of the dress changes, from a graceful, almost coquettish hue, to a shade of sober elegance, until it abruptly turns livid, leaving only an acid memory in our eyes. It is just this correspondence between seeing better by getting closer, and the consequent activation of the mechanism, that emphasizes the difference between sight, which makes things real, and appearance, which instead remains only a hypothesis of truth. In this situation we have an objective demonstration and understanding of this difference. Also because if we move away, the video reverts to the starting point. The time in the space of representation gets back in line with our time. This is definitely reassuring, if it weren’t for the fact that we have caused a damage which, although it has been repaired, has shown us the frailty that every single one of us keeps hidden under tons of apparent indifference and inevitable fatalism. Barbara Uccelli is among you, just as you are looking at the empress. It is right there that she is aging, or is waiting to age, as a consequence of your looking better, but it is also here that she is talking, drinking, and really aging, just like everyone of us. In this double play where fiction and reality intertwine, replace and alternate each other, marking our very being here now, in sync with Uccelli as she talks, drinks, and ages, while the empress waits and ages, only to get young again – it is here that we sense the power of paradox, of introducing a representation that no longer has a univocal relationship with reality. It is no longer the image taken from reality, it is the image that becomes reality, and reality that looks like the image, in a definitive loss of any distinction between truth and fiction. This is honestly shocking.”

IL TUTTO È IL FALSO *

Raffaele Gavarro

Penso spesso alla morte. Da quello che ricordo lo faccio da sempre, sin da bambino. Non con paura. Niente di drammatico. Piuttosto direi con una certa curiosità. Esatto, si tratta del classico “chissà cosa c’è dopo?”. Come se essere curiosi fosse garanzia di una qualunque continuità di qualsiasi tipo. Basta non finire nel nulla, penso ogni volta, che questo in effetti sarebbe spiacevole. E se poi sarà proprio così, se sarà il nulla, non ci sarà naturalmente modo di rammaricarsene. Il mio, lo so, è il tipico fatalismo meridionale. Com’è noto, ognuno ha i propri luoghi comuni in cui rifugiarsi al momento opportuno.
Di contro, ed esattamente in senso contrario, ho sempre pensato al tempo della vita, e intendo proprio della mia, come ad un tempo fermo, naturalmente con un prima, un adesso e un dopo dinamici, ma come in qualche modo assurdamente coevi al mio sguardo interiore. Tutto è fermo lì come in una bolla sospesa a mezzaria. Non posso cambiare niente, ovvio, ma vedo le cose che s’incatenano in modo inevitabile e quelle che si agganciano senza alcuna logica causale. Le une e le altre, da quelle già accadute, che accadono o che accadranno, formano una tale ineffabile unità, verso la quale è facile che a volte pensi ad azioni di scompaginamento anche piuttosto violente. Ma come dicevo, e come in definitiva è per la fortuna di tutti noi, non si può modificare nulla. Naturalmente in queste riflessioni, quelle sulla morte e sulla vita, è il tempo l’elemento centrale, il protagonista: per una sua totale assenza nel caso della prima e per presenza decisiva nella seconda.
Quindi, quando Barbara Uccelli mi ha parlato di questo suo progetto, dell’imperatrice che in una specie di videoquadro invecchiava sotto lo sguardo del visitatore di turno che inavvertitamente innescava l’inesorabile azione del tempo, mi son detto che forse questa poteva essere l’occasione giusta per tentare, solo tentare naturalmente, ancora una volta di pareggiare i conti con questa storia della vita e della morte, e del tempo sottinteso. Vi confesso da subito che sono facile alle iperboli, soprattutto di fronte a questioni ben più grandi di me. Un banalissimo atteggiamento di difesa. Quindi tenetene conto se intendete procedere nella lettura. Naturalmente la storia della Empress, di questa figura severa, maestosa e al contempo banale nel suo atteggiamento ieratico, non è così semplice, né per Barbara Uccelli né per me. E non lo è per diverse e non cumulabili ragioni. L’idea di una persona che decide di guardarsi allo specchio mentre invecchia fino al momento prima del fatidico istante, non credo abbia bisogno di molte parole per dare la misura della gravità esistenziale che comporta. Si deve immaginare questa cosa come una versione in un certo senso realistica del Dorian Di Wilde, ma soprattutto con un’intenzione che rappresenta l’altro lato del desiderio del giovane Gray, e per la precisione quello molto più oscuro dell’anelito di essere bello e giovane per sempre.
Ma prima c’è una cosa che vorrei, anzi devo proprio dire subito, e cioè che Empress ha veramente poco a che vedere con tutti i ragionamenti sull’eterna giovinezza pretesa nella nostra attualità, sostenuta e garantita da chirurgia e liquidi di varia natura sopra e sotto pelle. Nel senso che pur essendo tutto ciò assolutamente un carattere ormai essenziale e in fondo anche scontato della cultura o meglio del carattere antropologico del nostro tempo, ma che appunto anche il bel Dorian già prefigurava, non è questo il centro delle questioni imposte dalla nostra Empress. L’imperatrice ha ben altri problemi e devo dire che soprattutto ne pone di ben altra natura. È consapevole che il tempo scorre e che lascia i segni che deve e che sa. Ma prima di tutto è consapevole che questa azione è in stretta relazione con il nostro sguardo. Partiamo dunque da qui, dal nostro guardare. In effetti se ci pensate bene l’arte esiste solo in relazione a questa azione. Dovremmo dire, in vero, che anche il mondo, tutto il mondo e tutto quello che c’è nel mondo, esiste solo perché lo guardiamo. Per chi obbiettasse sull’esistenza del mondo anche per i non vedenti, è chiaro che il loro modo di “vedere”, anche se necessariamente diverso dal nostro, ha effetti del tutto analoghi sulle cose. Questa cosa, intendo la relazione tra vedere e esistere, è tanto forte nella cultura occidentale da aver condizionato molto della forma del nostro mondo e di conseguenza del contenuto che vi si rintraccia. Il principio stesso della rappresentazione ne è del tutto desumibile. Qualche esempio? Pittura, scultura fotografia, video, cinema, teatro e persino l’architettura. Tutte discipline che nella cultura occidentale spesso sono proprio nate e che hanno avuto uno sviluppo che ha condizionato anche quelle delle altre culture del pianeta. Se è facile in tal senso pensare al cinema o alla fotografia, non lo è di meno se si riflette da questo punto di vista ad esempio sull’architettura. Non dico su questa nostra di oggi, che sarebbe troppo semplice, dove l’archistar è diventato il pensatore di edifici che spesso hanno problemi sia strutturali che funzionali, e che quindi sono destinati quasi esclusivamente all’apparire, all’essere visti e preferibilmente nella ridondanza mediatica. Mi riferisco proprio all’evoluzione della nostra architettura occidentale dal classico greco-romano fino al razionalismo e anche al postmoderno poi neorazionale. Vedere un edificio corrisponde infatti al riconoscimento della sua funzione e del suo ruolo. Soprattutto nel vederlo si riconosce la nuova identità dello spazio che occupa, di quella porzione di spazio nel mondo che l’edificio ha modificato e con cui da quel momento possiamo stabilire una relazione che prima di tutto è visiva. La smetto qui. Il discorso porta infatti a considerazioni troppo lontane da quelle che qui ci interessano. E torno alla precisa e inevitabile azione del nostro sguardo che epifanizza lo scorrere del tempo sul volto ineffabile dell’imperatrice. In realtà quello che accade davanti ai nostri occhi, l’imperatrice che invecchia, quella donna lì che invecchia, è una cosa che conosciamo bene. L’abbiamo vista accadere sul volto di nostra madre, di nostra nonna, della maestra, della fidanzatina dei nostri dodici anni. Non possiamo certo dire di non sapere. Ma quello che accade davanti ai nostri occhi al volto, alla figura e alla mano di Barbara Uccelli, accade con una rapidità che oltre ad essere agghiacciante, ci impedisce di pensare ponendo solo nel metronomo del nostro sguardo il senso di quella mutazione. Ne siamo anche la causa e lo capiamo troppo tardi. Nel senso che vedendo e cercando di vedere meglio ci avviciniamo azionando un sensore che fa partire il video – << Ma non è una foto proiettata. È un video.>> -. A quel punto è troppo tardi. Il volto subisce l’azione del tempo in modo impassibile. Il corpo flette sotto il peso, trema e indietreggia. Il cappotto imperiale, realizzato appositamente per lei dalla stessa Uccelli, non nasconde la perdita del vigore e della freschezza. La mano diventa un artiglio. Quel verde dell’abito cambia, da grazioso e quasi civettuolo assume un tono di sobria eleganza fino ad un violento illividirsi che lascia solo un ricordo acido negli occhi. Proprio in questa corrispondenza tra il vedere meglio avvicinandosi e il conseguente azionarsi del meccanismo, sta la sottolineatura decisiva tra il guardare che rende reale e l’apparire che invece rimane solo un’ipotesi di realtà. Ne abbiamo in questa situazione una dimostrazione obiettiva e una comprensione oggettiva. Anche perché allontanandoci il video torna al punto iniziale. L’imperatrice è di nuovo giovane. Il tempo dello spazio della rappresentazione torna ad allinearsi a quello in cui siamo noi. La cosa è decisamente tranquillizzante, tranne per il fatto che è come aver commesso un danno che pur se riparato ha dimostrato quella fragilità che tutti noi, proprio tutti, nascondiamo per bene sotto quantità industriali di apparente indifferenza e inevitabile fatalismo. Barbara Uccelli è in mezzo a voi, proprio mentre state guardando l’imperatrice. È lì che invecchia, o attende di invecchiare in conseguenza al vostro guardare meglio, ma è anche qui che parla e beve e invecchia davvero, come tutti noi. In questa doppiezza di finzione e realtà che si intrecciano, si sostituiscono e si alternano, caratterizzando il nostro stesso essere qui in questo momento in sincronia con la Uccelli che parla, beve e invecchia, mentre l’imperatrice attende e invecchia per poi tornare giovane, si rintraccia la forza del paradosso che introduce una rappresentazione che non ha più con la realtà un rapporto univoco. Non è più l’immagine ripresa dal reale, ma è l’immagine che si fa reale e il reale che assomiglia all’immagine, in una perdita definitiva di qualsiasi senso di distinzione tra verità e finzione che sinceramente lascia sconcertati. Se “Il vero è il tutto”, come diceva Hegel, “Il tutto è il falso”, non c’è dubbio. Adorno con questo ribaltamento aggiorna le parole di Hegel ad un tempo in cui il ribaltamento è intrinseco alla realtà stessa e al nostro modo di percepirla. Alla data in cui scrive la frase, l’inizio degli anni cinquanta, il filosofo tedesco sta assistendo agli albori di questo profondo mutamento, anche se evidentemente ne intuisce genialmente quella che sarà l’inarrestabile progressione evolutiva.
Così non mi rimane da dirvi del lato oscuro che c’è in questo lavoro, ben diverso da quello del bel Dorian. Niente patti con il diavolo, né omicidi, né passioni insane. Dove lì il quadro era nascosto in soffitta, qui è esposto in uno spazio pubblico, disponibile allo sguardo di tutti. Il lato oscuro è, come sono sicuro che avete intuito, tutto dentro di noi, in ognuno di noi, ed è quella parte sconosciuta di noi che solo a volte in baluginanti momenti di lucidità abbiamo compreso per intero. Il viaggio dell’imperatrice ci porta sul limite del momento in cui tutti ne avremo consapevolezza inequivocabile. Vi dicevo all’inizio della curiosità. Ne avete una più grande di quella di capire chi siete per davvero e per intero? Naturalmente tutti avremo la risposta. Questo è certo.
* La frase è estrapolata da “Minima moralia – Meditazioni della vita offesa” di Theodor W. Adorno del 1951 (ed. it. 1994, Einaudi, Torino) e la trovate a pagina 48 dell’edizione italiana. Come spiega la nota esplicativa che trovate sempre nella stessa pagina, si tratta dell’inversione della celebre formula hegeliana: <<Il vero è il tutto>>.

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THE WHOLE IS THE FALSE *

Raffaele Gavarro

I often think about death. As far as I can remember, I have always done that, ever since I was a child. I wasn’t scared, though. There was nothing tragic about it. I’d say I was rather curious. Yes, it was the classic question “whatever might come after?”. As if being curious was a guarantee for a continuity of some kind. As long as it doesn’t end in nothingness – I think to myself every time -, for that would be really unpleasant. And even if it should really be so, if there is nothingness, of course one won’t possibly be able to regret it. I know, my fatalism is typically Southern Italian. As is well-known, everybody has their own clichés to turn to in certain moments.
On the other hand, quite the opposite, I have always thought of the time of life, I mean my own life, as a still time, having of course a dynamic ‘before’, ‘now’ and ‘after’ – and yet being somehow absurdly simultaneous to my inner eye. Everything stands still there, as if in a bubble floating mid-air. I obviously cannot change anything, yet I see things concatenating with unrelenting necessity, and I see other things linking to one another without any causal logic. The former and the latter, along with those things that have already happened, are happening, or will happen, form such an unspeakable unity, that sometimes it’s easy for me to think about subverting them, even violently. But as I said – and as it is, luckily for us all, one cannot change anything. Of course in these reflections on death and life, time is the central element, the protagonist: for its total absence in the former, and for its decisive presence in the latter.
So when Barbara Uccelli talked to me about her project, about an empress who, in a sort of video-painting, ages under the gaze of visitors, who inadvertently trigger the unrelenting action of time, I said to myself this could be the right opportunity to try – nothing more than a try, of course – to set the score with this life and death thing, and the time question behind it. Let me say straight out that I easily get hyperbolic, especially when faced with issues far greater than myself. It’s a very basic defense behavior. So please take this into account if you are willing to go on reading. Of course the story of the Empress, this stern, majestic, and yet trivial figure, with her hieratic attitude, is not so easy to deal with, neither for Barbara Uccelli nor for me. It is not easy for different, irreducible reasons. The idea of someone who chooses to look at herself in the mirror while she is aging until moments before the fatal hour, well, I don’t think you need too many words to convey how serious the implications of this may be, existentially. Think of it as a ‘realistic’ version of Wilde’s Dorian Gray, or – more importantly – consider it as an attempt to portray the other, much darker side of young Gray’s yearning, i.e. to stay young and beautiful forever.
But before we go into that there’s something I would like to say, and I have to say it right now. Empress has really very little to do with all the talk about eternal youth being mandatory in our world today – a beauty supported and guaranteed by surgery and different types of fluids applied on and under our skin. What I mean is, although all this has become an essential, even obvious mark of our culture, or better, of our the anthropological state (of which the beautiful Dorian was an early precursor), it is not really the point of the questions raised by our Empress. She has more important problems on her mind and actually, I must say, the problems she poses are of a very different kind. She is aware that time passes and leaves the marks it should and can leave. But first of all she is aware that this action is strictly related to our looking at it. So let’s start from here, from our looking. If you really think about it, art only exists in relation to the action of looking. Actually, we should say that the world, the whole world, and everything inside it, only exists because we look at it. Some of you might raise the objection that the world does not exist for blind people. But it is clear that their way of ‘seeing’, even though it is necessarily different from ours, has very similar effects on things. This thing, I mean the relationship between seeing and existing, is so strong in Western culture that it has influenced most of the form of our world, and hence the contents we can find in it. The very principle of representation is entirely deducible from it. Some examples? Painting, sculpture, photography, cinema, theater, and even architecture. All these disciplines, which were often born in Western culture, and whose development also influenced those of the other cultures on our planet. While this can easily lead us to think about cinema or photography, it is no less easy to think about, say, architecture, from this same point of view. I am not referring to our architecture today (it would be too easy), when the ‘archi-star’ has become a thinker of buildings that often have structural as well as functional problems, and are therefore meant to be almost exclusively looked at, to be seen, preferably by a lot of media. I am referring to the evolution of our Western architecture, from Greek-Roman classicism up to rationalism, and even post-modernism and finally neo-rationalism. Seeing a building actually means acknowledging its function and its role. More important, in seeing it one recognizes the new identity of the space it occupies, of that portion of world space that the building has modified, and with which we can now establish a relationship that is first and foremost visual. Ok, I’ll stop here. These thoughts would take us too far from the heart of our matter. So I’ll come back to the exact, inevitable action of looking, which ‘epiphanizes’ the flowing of time on the ineffable face of the empress. What is in fact happening before our eyes, the empress aging, that particular woman aging, is something we know well. We have seen it on the face of our mother, our grandmother, our teacher, our girlfriend from when we were 12 years old. We cannot deny knowing about this. But what is happening before our eyes to the face and hand of Barbara Uccelli, happens so quickly that it chills your spine, preventing us from thinking, as we can only grasp that mutation through the metronome of our look. Simultaneously, we are the cause of it all, and it’s only too late that we realize it. I mean, by seeing and trying to see better, we move closer, activating a sensor, which starts the video << But it’s not a projected photo. It’s a video.>> And by then it will be too late. The face suffers the action of time impassibly. The body bends under its weight, shivers, and shrinks. The imperial cloak, especially created for the empress by Uccelli herself, does not hide the loss of vigor and freshness. The hand turns into a claw. The green of the dress changes, from a graceful, almost coquettish hue, to a shade of sober elegance, until it abruptly turns livid, leaving only an acid memory in our eyes. It is just this correspondence between seeing better by getting closer, and the consequent activation of the mechanism, that emphasizes the difference between sight, which makes things real, and appearance, which instead remains only a hypothesis of truth. In this situation we have an objective demonstration and understanding of this difference. Also because if we move away, the video reverts to the starting point. The time in the space of representation gets back in line with our time. This is definitely reassuring, if it weren’t for the fact that we have caused a damage which, although it has been repaired, has shown us the frailty that every single one of us keeps hidden under tons of apparent indifference and inevitable fatalism. Barbara Uccelli is among you, just as you are looking at the empress. It is right there that she is aging, or is waiting to age, as a consequence of your looking better, but it is also here that she is talking, drinking, and really aging, just like everyone of us. In this double play where fiction and reality intertwine, replace and alternate each other, marking our very being here now, in sync with Uccelli as she talks, drinks, and ages, while the empress waits and ages, only to get young again – it is here that we sense the power of paradox, of introducing a representation that no longer has a univocal relationship with reality. It is no longer the image taken from reality, it is the image that becomes reality, and reality that looks like the image, in a definitive loss of any distinction between truth and fiction. This is honestly shocking. If “the whole is the true”, as Hegel claimed, then there can be no doubt that “the whole is the false”. With this inversion, Adorno updates Hegel’s words to a time when this overturn is inherent in reality itself and our way of perceiving it. At the date when he writes this sentence, the early 1950s, the German philosopher is witnessing the beginning of this radical change, although his genius already foresees its unstoppable evolutionary progression.
So, I can only end by telling you about the dark side of this work, which is very different from that of the beautiful Dorian. No pacts with the devil, no murders, no morbid passions. There the painting was kept in the attic, here it is exhibited in a public space, available to the gaze of everybody. The dark side is, as I’m sure you’ve already figured out, all inside us, inside everyone of us. It’s the unknown part of us that is entirely revealed to us only in a few, dazzling moments of clarity. The journey of the empress takes us to the threshold of the instant when we will all become unequivocally aware of it. In the opening I mentioned curiosity. What greater curiosity can there be than understanding who you are, genuinely and completely? Of course we will all get the answer. That’s for sure.
* The sentence is taken from “Minima moralia – Reflections on a Damaged Life” by Theodor W. Adorno, written in 1951 (English translation Verso NLB 1974) and you’ll find it on page 50 of the English version. As explained in the footnote at the bottom of that same page, it is an inversion of Hegel’s famous dictum: <<The whole is the true>>.