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James Cicatko, Molly Norris Curtis, Christel Dillbohner, Rineke Engwerda, Gale Hart, Cassandra Hooper, Alison Katica, Judith Kindler, Rich Lehl, David Pirrie, Demi Raven, Rebecca Raven, Mario Ricci, David Rubin, Adde Russell, Doug Smithenry, Junko Yamamoto

Tra Est e Ovest, by Stefano Catalani
From 06.11.2004 to 04.12.2004

Tra Est e Ovest

Ritratti di gallerie internazionali 

2. Atelier 31- Seattle 

a cura di Stefano Catalani 


David Pirrie, canadese, incentra il proprio lavoro sul mutamento di stato fisico, ora violento e repentino, ora lento e maestoso. Nella serie Corpus Anonime, attraverso un esile tratto di grafite, evidenzia le fattezze cadaveriche di una figura umana, a sottolinearne la mancanza di vita. Il cambiamento fisico si può notare anche in Loneliest Highway, dove sono descritte carcasse di automobili, e nella serie di dipinti che rappresenta la catena montuosa della British Columbia e dello Stato di Washington, risultato di una lenta, ma inesorabile subduzione della placca oceanica pacifica al di sotto del Nord America, metafora di una più generale e continua alterazione degenerativa delle cose.

Rineke Engwerda, nativa dei Paesi Bassi, unisce il riferimento alla pittura di paesaggio, tipica della sua terra, ai leziosismi dei manga giapponesi, iperrealistici e fumettistici, esprimendo la duplice complessità del linguaggio visivo e dell’approccio artistico della nuova generazione europea. L’opera di Doug Smithenry , che vive e lavora a Chicago, appare divertita e divertente: l’immagine collezionata sulle riviste, sui quotidiani o sul web viene frantumata e ricomposta molteplici volte; ogni volta si perde parte dell’informazione originaria e al tempo stesso si propone una nuova gestualità, spesso offerta in sequenza. Rebecca Raven, che attualmente vive a Seattle, propone in formato-miniatura dettagli che appartengono alla sua realtà quotidiana. Transfiguration è una serie di piccole scatole basculanti, dipinte su entrambi i lati, in cui l’artista ritrae, olio su metallo, volti di amici, parenti, personaggi del cinema che ‘popolano’ la sua vita, il suo immaginario, sino a comporre uno sfaccettato “paesaggio emotivo”.

David Rubin, scultore performer di New York, sarà protagonista nelle sere del 5 e 6 novembre 2004 di due performance realizzate in esclusiva alla Gas Art Gallery Il lavoro di Rubin può essere inserito nella cosiddetta ‘Process Art': come progetto di tesi, al termine del Master of Fine Arts all’Università di Washington, l’artista ha costruito una copia perfetta della sua casa e del garage ed ha vissuto saltuariamente all’interno dell’installazione. Di notevole interesse sono le installazioni temporanee: con l’aiuto di un’equipe, realizza delle vere e proprie cornici di legno tridimensionali – composte da piccoli parallelepipedi – attorno a persone che accettano di partecipare, immobilizzando un momento perfettamente anonimo della loro vita e sublimandolo a “opera d’arte”; quando si spostano per uscire dalla struttura, questa collassa.

AT.31 @ GAS

Dedicata all’esplorazione delle zone di confine dell’espressione artistica, la Atelier 31 Gallery si è affermata sulla scena di Seattle fin dalla sua fondazione nel 1998. In sei anni la galleria è cresciuta, non solo in termini di spazio espositivo -trasferendosi, circa due anni fa, dalla prima sede di Kirkland ai nuovi, più ampi locali di Seattle- ma anche dal punto di vista delle scelte estetiche.

Oggi, la Atelier 31 Gallery è una delle maggiori gallerie d’arte del Nordovest degli Stati Uniti. Si occupa d’arte contemporanea, con un programma espositivo che comprende artisti affermati ed emergenti che lavorano con un’ampia gamma di mezzi espressivi, dalla pittura alle tecniche miste, dalla scultura ai nuovi media fino alla fotografia, alle opere su carta e all’installazione. Attualmente, la direzione curatoriale della galleria punta a coprire un ampio spettro di artisti, provenienti dalla regione nord-occidentale del Pacifico ma anche dall’Europa, così da offrire al pubblico di Seattle visioni eclettiche di una produzione artistica signifcativa per la cultura odierna. Partendo da queste premesse, l’impegno della galleria è quello di proporre i suoi spazi come un terreno comune su cui artisti e pubblico possono esplorare l’intimo legame fra le forme e il contenuto dell’arte, cogliendo il nesso che li collega: un filo chiamato comunicazione. In questo senso la galleria ha sempre stimolato il pubblico a cimentarsi nel confronto, finanche nello scontro intellettuale con l’arte, a raccogliere le sfide lanciate da opere che non si basano su facili presupposti, né su conclusioni automatiche.

Questo pubblico è curioso e giovane, come giovane è la città di Seattle, specialmente se paragonata al pubblico socialmente più strutturato e storicamente consapevole di una città come Torino. 11 dei 18 artisti presentati a Torino provengono dalla zona di Seattle.
Dalla sperimentazione degli aspetti formali del mezzo scelto all’ibridazione fra diversi linguaggi e generi visivi, o ancora all’appropriazione di linguaggi della comunicazione di massa, gli artisti rappresentati da Atelier 31 pongono l’accento sulla complessità delle associazioni e, talora, sull’allusività: insomma su ciò che fa del processo comunicativo un evento raramente immediato, mai letterale o risolto, ma piuttosto intuitivo, aperto, sfaccettato e impegnativo.

L’ironia è il linguaggio poetico di Demi Raven e di Molly Norris Curtis, entrambe di Seattle, e di Gale Hart (California). E’ un’ironia a un tempo giocosa e tagliente, sottile e affascinata, un antidoto alla mostruosità e alla volgarità, privo del nichilismo e del cinismo tipici del postmoderno. Difficile e inquietante, invece, è l’ironia dei giovani artisti Adde Russell e James Cicatko, Alison Katica e Rich Lehl, tutti di Seattle. Il tono surreale e il carattere ibrido della loro opera riecheggia la tradizione moderna dell’astrazione, che non mira più a raffigurare il visibile in modo letterale. Portrait Of The Artist With Bunny Suit and Fuses, di Russell, ci presenta a sinistra un’immagine erotica dell’artista con indosso un costume da coniglietta di Playboy e, a destra, lo stesso costume vuoto, senza volto. Con la “presenza” di quest'”assenza” il quadro vuole alludere alla futilità e alla transitorietà della bellezza. In Little Monsters #4, di James Cicatko, corpi infantili glabri si contrappongono ai genitali e alle facce fumettistiche degli adulti. Cicatko esplora le due dimensioni della realtà conscia e inconscia, creando un’immagine ambigua. River di Lehl, infine, è una composizione surreale e inquietante. L’occhio di Alison Katica, allenato a leggere il vernacolo della pubblicità di moda, gioca con le pose delle modelle e con l’abbigliamento: nelle sue fotografie, l’artista attira l’attenzione dello spettatore su dettagli “immaginati” (ad esempio in Purse) e, con arguzia sottile, lo fa riflettere sulle categorizzazioni sociali.

Oltre a Katica altre due artiste, Judith Kindler e Cassandra Hooper, esplorano la possibilità di (ri)creare, nella fotografia contemporanea, paesaggi emotivi virtuali e allo stesso tempo coerenti. Ironico, inquietante, post-modernamente beffardo e ludico, Untitled- The Fence Story, di Judith Kindler, raffigura un manichino in miniatura con i tratti dell’artista, disteso dietro una staccionata: apparizione a un tempo palese e falsa, cinica e umoristica. In The Grand Stand – Birthday Girl di Hooper l’ombra appena condensata di una ragazza confonde lo spettatore, provocando un sentimento di dolcezza e di amarezza allo stesso tempo, mentre zone di luce e d’ombra definiscono la geometria dello spazio e la tensione emotiva. La progressiva costruzione dell’immagine attraverso un processo di stratificazione appartiene anche all’opera di altre due artiste, l’una di origine giapponese, Junko Yamamoto, e l’altra, Christel Dillbohner, di origine tedesca. Strato dopo strato – di pittura, o di oggetti e cera in Dillbohner, di pittura a olio in Yamamoto -, ciò che dà corpo all’immagine/oggetto finale e al suo linguaggio non è solamente la giustapposizione spaziale e geometrica degli elementi, ma anche la loro sovrapposizione e il loro tras-coloramento. Le campiture sovrapposte di Yamamoto, ricche di vibrazioni cromatiche, creano un effetto di profondità, che a sua volta genera uno spazio in cui fluttuano oggetti dai contorni grezzi, che invitano l’osservatore a partecipare al processo di attribuzione del senso. Gli encausti di Dillbohner trasportano lo spettatore in paesaggi della profondità e dell’interiorità, oppure nel tempo, dentro la nostalgia delle costellazioni attimali della vita. Nell’opera di Rebecca Raven, Mario Ricci e David Rubin, la fluidificazione delle distinzioni fra generi coinvolge anche il pubblico. Una delle idee-guida di Atelier 31 è la necessità di porre lo spettatore di fronte a un’opera che “cambia” davanti ai suoi occhi, che può essere letta in modi diversi secondo l’angolatura e la distanza da cui la si guarda. L’interazione fisica è, qui, il catalizzatore del movimento intellettuale. Scultura e pittura si mescolano nelle “Transfigurations” di Rebecca Raven, vere e proprie miniature su rame o alluminio, oggetti giocosi che cambiano forma e significato semplicemente ruotando un pomello che sporge dalla sommità di una scatola di legno -uno shadow box-, che rivela ritratti di amici dell’artista sul rovescio e istantanee delle star di Hollywood sul diritto della tavola. In “Sottotela”, interpretazione contemporanea del bassorilievo, Mario Ricci sottrae immagini anonime al continuo bombardamento dell’informazione, cristallizzandole in un’esposizione velata, che stimola lo spettatore alla concentrazione e alla ricostruzione dell’immagine. Ricci interferisce direttamente con il valore dell’immagine, rimuovendola dall’anonimato e ricollocandola in un contesto artistico. Nei suoi esperimenti sull’antitesi del movimento, lo scultore David Rubin immobilizza i veicoli e “congela” le persone circondandoli con pezzi di legno lavorato, e creando così uno scarto surreale all’interno della realtà. Dislocati e de-contestualizzati, un ambiente o una situazione in apparenza banali acquistano di colpo maggior consistenza e peso. Documentando il suo intervento attraverso la fotografia, Rubin confonde le linee di confine fra i generi, creando una reliquia surreale (le foto) dell’azione reale. Nell’opera di Doug Smithenry (Chicago) affiora l’interesse per le potenzialità della rappresentazione visiva nella percezione e nella definizione della realtà. Smithenry ci presenta una ricostruzione visiva frammentata della figura umana: le sue figure più recenti sono dipinte come se fossero state tagliate a pezzi con le forbici e poi ricomposte in varie posizioni o, nelle sue opere precedenti, come se un’immagine su carta fosse stata prima accartocciata e poi di nuovo stirata, ma qualcosa dell’integrità dell’originale fosse andato perduto durante questo processo. L’opera di Smithenry mima le lacerazioni e i processi psicologici insiti negli scambi sociali della nostra vita quotidiana, nelle interazioni che determinano la realtà intorno a noi. Nell’indagare sulla definizione di ciò che è reale, la pittrice olandese Rineke Engwerda mette in scena la complessità dell’approccio semiotico: immagini fotografiche realistiche sono ricreate utilizzando un laborioso, accurato procedimento di riproduzione, che si avvale dell’acrilico su tela. Engwerda mescola e moltiplica, in un gioco di piani compositivi, paesaggi urbani moderni con automobili fiammanti, conigli e autoritratti, introducendo spesso elementi fumettistici dall’aspetto tipicamente piatto e bidimensionale, che contrastano visivamente con gli elementi fotografici. Qui gli elementi naturalistici dell’arte possiedono lo stesso grado di realtà di quelli che appaiono riduttivi e stilizzati. Le automobili distrutte e i cadaveri umani di David Pirrie (Vancouver) conservano qualcosa dell’anima che albergava nei loro corpi originari. Fluttuando su uno sfondo giallo o su quello argenteo del metallo, queste immagini sono sottoposte a un processo di iconizzazione e di astrazione dal loro contesto. Non si può fare a meno di ricordare che una volta erano esseri umani o macchine lucenti, e per un attimo ci si rende conto della transitorietà delle cose. L’approccio all’arte della Atelier 31 Gallery è sempre stato caratterizzato, fin dal principio, dall’idea programmatica che gli artisti sono voci critiche, le cui convinzioni e presupposti sono fondamentali perché una nuova sensibilità possa maturare ed essere apprezzata. Quest’approccio orientato al contenuto si è rivelato terreno fertile per la galleria, in una città giovane come Seattle. Ora la mostra Between East and West, presso la galleria GAS di Torino, offre l’opportunità unica di gettare un ponte visivo e culturale fra due milieu culturali diversi, uno scambio osmotico che può solamente giovare alla crescita di entrambi.

Stefano Catalani